GIANFRANCO DE TURRIS. (a cura)
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SE L'ITALIA.
Manuale di storia alternativa da Romolo a Berlusconi.
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Parte 1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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Se Roma l'avesse fondata Remo? Se Dante non avesse scritto la Divina Commedia? Se il Granducato di Toscana non avesse aderito al Regno d'Italia ? Se Mussolini fosse stato ucciso dopo l'udienza con il re il 25 luglio? Se l'attentato a Papa Wojtyla fosse riuscito? Queste e altre ipotesi in forma di racconto riunite in una specie di "'manuale" di storia alternativa o virtuale, un modo nuovo e avvincente per immaginare il diverso esito che alcune delle vicende del nostro Paese, da tutti imparate sui banchi di scuola, avrebbero avuto se un avvenimento grande o piccolo avesse imboccato nel passato altre direzioni.
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La cultura contemporanea si schiera spesso su crinali poco distinguibili: la deregulation che ha accompagnato il passaggio di millennio produce sempre pi luoghi indefiniti per la collocazione di idee, di pensatori e di interi settori di ricerca. Le posizioni di confine mal si conciliano con le divisioni classiche del pensiero occidentale, travolte dalle turbolenze di fine secolo. Materiali di grande interesse restano ai margini del dibattito o si posizionano negli interstzi di un paesaggio inaridito dalla semplificazione della retorica mediatica. La presente pubblicazione intende gettare uno sguardo indiscreto e irrequieto sulle questioni aperte, i non-detti, le eresie:personalit e punti di vista che per il loro porsi come rilevatori della crisi vengono, quasi sempre, rimossi.
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L'AUTORE.
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GIANFRANCO DE TURRIS giornalista e scrittore, lavora da ventanni a Radio Rai. Si  sempre occupato di politica culturale e di letteratura dell'immaginario, dirigendo riviste e collane. Molti i riconoscimenti alla sua attivit, tra cui il Premio St. Vincent 2004 per la migliore trasmissione radio con il programma L'Argonauta. Per la Vallecchi ha curato la nuova edizione del romanzo futurista La fine del mondo di Volt.
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PREFAZIONE. di Franco Cardini.
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Che la storia non solo si possa, ma si debba scrivere al condizionale, con tutti i "se" e i "ma" possibili, l'ha sostenuto - confutando legioni di professori e professoresse che per intere generazioni hanno aduggiato gli allievi sostenendo il contrario e discettando sul senso della storia, le leggi della storia, la ragione della storia, il vento della storia, il tribunale della storia e altre spiacevolezze - uno dei pi grandi, liberi e geniali studiosi del nostro tempo: quel David S. Landes dell'Universit di Harvard al quale dobbiamo la famosa Storia del tempo, quel capolavoro che Prometeo liberato. La rivoluzione industriale dal 1750 ad oggi e soprattutto La ricchezza e la povert delle nazioni, un libro che dovrebbe
costituire lettura obbligatoria nelle scuole se non fossero troppi i Padroni del Vapore interessati a che il mondo vada ancor peggio di come sta andando adesso.
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Perch lo scriver la storia al condizionale, lungi dal costituire uno sterile esercizio di fantasia -
poco attendibile per giunta: ch, per redigere una pagina di verosimile ma falsa storia,  necessario
conoscer quella vera molto meglio di quanto sarebbe sufficiente per scriverne cento di storia "vera," o
sedicente tale -, giova proprio alla comprensione reale ed effettiva della realt del passato? Per la
precisione, non ce bisogno di scriverla, la storia al condizionale: basta esercitare sui singoli fatti
un'attenzione critica tesa a comprendere quanto fragile sia in ogni istante lo scarto che separa quel che
avrebbe potuto avvenire ed  in realt avvenuto e quel che potendo accadere non  per successo. Ma
solo in tal modo, "con i se", si possono far emergere le infinite possibilit del passato in termini sia di
scelte da parte di singoli e di gruppi, sia di accadimenti "fatali", si pu cogliere l'infinita variabilit dei
processi che conducono alla determinazione di percorsi umani, di istituzioni e di strutture e al loro
differente esito. In ogni momento, dall'infinito mare dei possibili, ne affiora uno che, solo, si compie: e
che compiendosi d luogo a un altro infinito oceano di possibili e cos via. La storia  un lungo
cammino fatto di sentieri che di continuo si biforcano, e quel che alla nostra dabbenaggine appare come
una linea consequente e consecutiva di fatti l'uno collegato all'altro (magari logicamente) , invece, una
sequenza puntiforme d'infinite fratture (e senza logica alcuna). Non c' nulla di pi sciocco della frase,
di solito pronunziata con ponderata solennit, che "sarebbe bastato un
nulla, e la storia sarebbe stata diversa": la storia  continuamente diversa rispetto a come
potrebbe, in un rapporto di uno all'infinito.
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Ed ecco allora l'ucronia, o storia controfattuale, o storia virtuale. La quale si distingue o
dovrebbe distinguersi dalla fantastoria (quando non avviene, ci dipende dal fatto che non tutti quelli
che in tali "generi" si cimentano sono poi in grado di sostenere la sfida) in quanto parte da un
determinato momento di storia realmente accaduta e, inserendo in essa anche una sola, impercettibile
variabile, costruisce una storia alternativa che a sua volta segue una sua parabola d'infiniti fatti a loro
volta esito di scarti successivi. L'autore di fantastorie pu sbizzarrirsi nella creazione d'infiniti universi
fantastici, dove per di solito - e qui sta lantistoricit, l'aporia, il controsenso-nonsenso, l'anacronismo -
personaggi e magari cose si comportano come se vivessero in una realt coeva a quella
dell'autore o in una delle realt storiche effettive con la quale egli ha maggior familiarit.
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L'autore ucronico, al contrario,  tenuto al rigoroso rispetto della verosimiglianza storica ed  condannato a un
immenso, infinito gorgo d'irrealizzate possibilit dalle quali mai emerge un percorso alternativo sicuro.
Una volta dichiarato che se una certa cosa fosse andata diversamente la storia avrebbe potuto/dovuto
esser diversa, l'ucronista si condanna alla fatica di Sisifo di narrare una sola tra le infinite variabili
possibili, che di per s non avrebbe alcuna possibilit di realizzarsi superiore a nessun altra e che di per
s non conduce a nessun punto d'arrivo e non prova nulla.  qui che scivola l'ingenuo quanto odioso
ottimismo moralistico di chi sentenzia che la storia "avrebbe potuto essere diversa" e dal mutamento di
un fatto o di una condizione che in quel momento lo interessano pretende di pervenire a conclusioni
assolutizzanti. I Professori di Scienza Democratica che ci hanno riempito le orecchie e le scatole con le
loro tanto banali quanto improponibili analogie, per esempio quella ridicola tra Hitler e Saddam
Hussein, per suggerirci che un mancato attacco all'Iraq all'inizio del 2003 sarebbe stato un errore
paragonabile ai trattati di Monaco del 1938, che dettero nuova forza a Hitler ed ebbero come effetto
finale lo scoppio della seconda guerra mondiale, saltano a pi pari da un presupposto ucronico - il
fallimento delle trattative monacensi - a un risultato non ucronicamente assunto come relativo, bens
antistoricamente dichiarato come certo e assoluto: una rapida guerra preventiva dichiarata al dittatore e
la sua immediata sconfitta, che avrebbe cos risparmiato al mondo sei anni di sofferenze. Ma la
plausibile premessa, in questo modo, viene utilizzata come alibi per una conclusione la
necessariet della quale  inaccettabile: non meno plausibile sarebbe stato difatti uno sviluppo che
avrebbe potuto condurre a una pi stretta ed effettiva alleanza russo-tedesca, a un ingresso della Russia
nel sistema d'alleanze dell'Asse e a una spartizione russo-giapponese, cui avrebbe potuto aggregarsi
l'Iran, del continente asiatico: insomma a una finale vittoria di nazisti e comunisti alleati contro il mondo libero.
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Il vero ucronista  condannato all'eterno scetticismo sull'esito delle cose umane: si pu
ipotizzare che quanto  accaduto non sia mai successo, ma non si potr mai formulare alcuna
verosimile ipotesi di accadimenti differenti la quale possa a sua volta proporsi come effettiva
alternativa concettuale a quel che accaduto. Quel che nella storia  accaduto non ha alcun titolo di
maggior verosimiglianza rispetto alle infinite cose che avrebbero invece potuto succedere, se non
questa: che  avvenuto. Renouvier ha parlato dell'ucronia come di una "utopia dei tempi passati". 
questa fragilit concettuale della storia che ci sorprende, ci preoccupa, potrebbe magari perfino farci
disperare: se ancora credessimo che sia possibile vivere nel migliore dei mondi possibili, o che quel che
accade  bene in quanto accade, ed accade in quanto  bene. L'ucronia ci libera dal fardello della
necessit storica. E ci affida alla libert: che spesso  come trovarsi senza strumenti di bordo, su una fragile
imbarcazione in mezzo all'oceano in una notte senza stelle. L'uomo non  mai solo, ha detto qualcuno
in vena di belle frasi. Forse bisognerebbe ribattere che l'uomo non  mai libero. Non del tutto, non quanto talvolta s'illude di essere. Per fortuna?
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Franco Cardini.
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INTRODUZIONE.
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L'UCRONIA. O DEL REVISIONISMO ASSOLUTO.
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L'ordito rappresenta i principi che uniscono tra loro tutti i mondi o tutti gli stati, ciascuno dei suoi fili collegando i punti corrispondenti nei differenti stati; la trama costituisce l'insieme degli avvenimenti che si producono in ciascuno dei mondi, e ciascun filo di questa trama  anche lo sviluppo degli avvenimenti in un mondo determinato. Si potrebbe riprendere anche il simbolismo del libro, e dire che tutti gli avvenimenti, considerati nella simultaneit dell'intemporale, sono cos scritti in questo libro, di cui ciascuno di essi  per cos dire un carattere, che d'altra parte s'identifica con un punto del tessuto.
Ren Gunon.
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I generali non sanno che le guerre le vincono gli storici.
Leo Longanesi.
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Una donna che passa basta a sconvolgere l'ipotesi della mia vita, prospettandomene un'altra.
Ennio Flaiano.
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Una rivoluzione culturale insensibile si sta diffondendo nel mondo non solo a livello
accademico ma anche a livello pi divulgativo, ed  quella del tutto politicamente scorretta che non ci
fa pi considerare la Storia, la storia dell'umanit, quella avvenuta e quella a venire, come inevitabile
necessit, come freccia unidirezionale, come progresso assoluto, come qualcosa che deve
obbligatoriamente accadere poste certe premesse, insomma secondo la direttrice hegeliano-marxista.
Tutto questo almeno a partire dal 1989-1991, l'epoca della caduta del
"muro di Berlino", della crisi definitiva (fattuale, pur se non sul piano della mistica) dei
"socialismi reali" e dell'implosione dell'Urss, cio di qualcosa che nessuno avrebbe potuto ipotizzare
come possibile e soprattutto in modo cos rapido e concatenato soltanto poco tempo prima, nemmeno
dagli esperti di questioni comuniste: non era proprio quella "fine della storia" immediatamente
teorizzata da Francis Fukuyama, cio il trionfo definitivo dell'Occidente liberaldemocratico,
ma di sicuro la fine di un certo tipo di concezione della Storia, quella deterministica, quella il
cui "vento" sino a poco tempo prima sembrava destinato a travolgere ogni cosa in nome del
"progresso" ineluttabile.
Questo approccio anticonformista rispetto al passato , a veder bene, anche prodotto di una serie
di eventi che solo in apparenza appaiono separati fra loro, ma che vanno a costituire una certa parte
dell'odierna mentalit del Terzo Millennio. Sul piano strettamente scientifico ci sono gli sviluppi della
fisica teorica che si occupa senza problemi ormai di viaggi nel tempo, di universi paralleli, di
trasmissione della materia, di realt alternative alla nostra, dei cosiddetti "multiversi", tutti temi
ampiamente dibattuti - non certo come bizzarrie o fantascienza - in libri, riviste e convegni scientifici
internazionali, e la cui sostanza  la possibilit teorica che la nostra realt e il nostro tempo non siano
n unici n unidirezionali; sul piano storico c' il diffondersi del cosiddetto
"revisionismo", cio la reinterpretazione della storia passata in base non solo a nuove
acquisizioni (documenti, testimonianze), ma a nuove prospettive e punti di vista in precedenza messi al
bando: anche qui il nucleo  che non esiste un unico modo di intendere e spiegare gli avvenimenti
trascorsi, che pu essere addirittura capovolto; sul piano popolare e ludico c' il diffondersi della Realt
Virtuale, come giochi di ruolo, videogiochi e libri-gioco, che offre una visione molteplice, non
conforme e possibilista delle vicende di ieri, oggi e domani, mescolando vero e falso, certo e probabile,
possibile e impossibile: quindi, la pratica di trovare e applicare nel gioco vie alternative alla realt nota;
e sul piano esistenziale c' l'insoddisfazione crescente per lo status quo, il desiderio di altre possibilit
anche se solo teoriche, il desiderio che le cose vadano diversamente, o che in precedenza fossero andate
diversamente, il che prende spesso forma narrativa con rivisitazioni alternative del passato e non solo in
ambito fantastico o fantascientifico. Tutti tasselli - disparati - che per contribuiscono a far s che muti
la mentalit della gente nei confronti del Fatto Compiuto e che assuma la forma di un atteggiamento
psicologico diffuso contro l'immutabilit granitica del Reale passato, presente e futuribile.
L'abbandono delle gabbie mentali dell'hegelismo e del marxismo unito all'irrequietezza caotica
dei tempi, ha dunque dato un fortissimo impulso a quella che gli specialisti anglosassoni chiamano oggi
Imaginary History o Alternate History o Virtual History o Counterfactual History o addirittura allo
history, imperniata sulla
ipotesi del What if's. A volerla dire una buona volta in italiano: Storia Virtuale, Storia
Immaginaria o Storia Alternativa, cio la storia fatta col
"se", quella che risponde alla domanda, aborrita dagli accademici:
Cosa sarebbe successo se....
 il trionfo, se vogliamo, del revisionismo assoluto: infatti, non lascia pietra su pietra del
passato cos come noi lo conosciamo, ne descrive uno del tutto diverso da quello che si legge sui
manuali scolastici, riscrive completamente la storia! Chiss che ne diranno i vari Nicola Tranfaglia,
Angelo D'Orsi e Giovanni De Luna: come un De Felice ha riletto e re-interpretato il fenomeno fascista
alla luce di nuovi documenti e testimonianze ignorati o rimossi, e quindi in una diversa prospettiva,
cos gli scrittori di questo genere letterario rileggono integralmente il passato alla luce della
reinvenzione totale, e completamente diversa, del gran libro della Storia mondiale.
 il trionfo della Rivoluzione possibilista nei confronti della Conservazione fattuale, ma anche
il trionfo di personaggi ormai rimossi e praticamente dimenticati dalla memoria culturale. Il primo 
certamente il filosofo francese Charles Renouvier (1815-1903), che pubblic (anonimo) nel 1857 il
saggio Uchronie, tableau historique apocryphe des rvolutions de l'Empire romain et de la formation
dune fdration europenne, ampliato nel 1876 con sua esplicita firma in Uchronie (l'Utopie dans
l'Histoire). Esquisse historique apocryphe du dveloppement de la civilisation europenne tei quii
napas t, tei quii auraitpu etre. Nient'altro che la storia d'Europa fino a Carlomagno che prende le
mosse da un'ipotesi: se nel 180 alla morte di Marco Aurelio non gli fosse succeduto Commodo ma
Avidio Cassio e quindi lo stoicismo, come filosofia di vita, avesse preso il posto del cristianesimo.
Appena questo... Ecco perch si becc gli anatemi di Benedetto Croce che lo defin antistorico e
illogico.
Il secondo  il nostro filosofo pi sistematicamente anticrociano, Adriano Tilgher (1887-1841),
che apprezz e teorizz appunto in funzione anti-hegeliana e anti-storicistica l'Ucronia - al punto da
venir definito il filosofo del possibile - sostenendo sempre le ragioni della Possibilit contro il Fatto
Compiuto, a partire dal suo primo libro dedicato ai Relativisti contemporanei (Libreria di Scienze e
Lettere, 1921), sino all'ultimo che pubblic poco prima della morte: Il casualismo critico (Bardi, 1942
[ma 1941]). Tilgher, il dimenticato Tilgher, aveva gi capito tutto e - gi ottanta e pi anni fa - aveva scritto
cose che ritroviamo oggi in bocca ai teorici inglesi e americani della Storia Virtuale, ossia la
versione moderna dell'Ucronia. Non solo che non esiste una Idea della Storia, una Fatalit della Storia
che spinge ineluttabilmente uomini ed eventi in un unico senso, verso un progresso indefinito a creare
quel che  il Presente, verso il migliore dei mondi possibili, ma anche che questa Storia  costituita
da un numero infinito di piccoli eventi che tutti, fra reciproche controspinte, premono in diverse
direzioni prevalendo alla fine esclusivamente una di esse, ma solo per casualit, non per necessit. Ad
esempio scrisse: Centinaia e migliaia di attori piccoli e grandi della guerra [1914-1918] e degli eventi
che hanno condotto alla guerra hanno pubblicato le loro memorie e riflessioni: e dalla loro lettura si
sprigiona irresistibile il senso di quanto poco c' voluto alle volte perch gli eventi pi grandiosi e
solenni o non fossero o fossero del tutto diversamente, di quanto poco c' voluto perch in mille e mille
occasioni la Storia prendesse tutt'altra via. Dopo di che, adorare il Fatto Compiuto appare una cosa
alquanto difficile e non priva di comicit.(1).
Non solo teorico della Storia Possibile, ma anche suo difensore, difensore della necessit di
pensarla, analizzarla, studiarla, Tilgher scrisse alla fine della vita, riferendosi proprio all'opera di
Renouvier, queste parole veramente profetiche: Certo, non si scrive storia che dell'accaduto e non di
ci che non accadde e sarebbe potuto accadere: su questo nessun dubbio. Ma ci sono nella storia dei
momenti cruciali, dei punti nodali, in cui il corso intero degli eventi sembra in modo indubbio sospeso
a un evento singolo, individuale, omnimode determinatum, dal non esserci del quale quel corso intero
sarebbe stato diversamente atteggiato. Se Lenin non avesse avuto dal governo tedesco il permesso di
tornare in Russia con il suo stato maggiore nel famoso vagone piombato; se Hitler fosse rimasto
accecato dai gas che lo investirono e gli offesero assai gravemente la vista, che sarebbe successo? Noi
tocchiamo qui col dito avvenimenti dei quali, anche se non si sono prodotti, abbiamo la pi netta
coscienza che avrebbero potuto benissimo prodursi; che non  affatto assurdo e contraddittorio
supporre che si producessero; il cui prodursi  pensabilissimo senza nessuna contraddizione logica, e
che, non c' dubbio, se si fossero prodotti, il corso degli eventi non sarebbe stato quello che  stato:
sarebbe, tutt'al pi, stato simile, ma mai identico.  di fronte a casi simili che  bene e salutare che lo
storico si ponga il problema del "se".
Non per fantasticare a vuoto su quello che avrebbe potuto essere e non fu, ma per acquistare
chiara e netta coscienza della non-fatalit, della contingenza, della casualit inerente all'accadere
storico, ad ogni accadere storico.
Parole tratte da Il casualismo critico che, sottolineiamo,  del 1941.
Oggi, lo storico Niall Ferguson afferma a proposito della antologia Virtual History del 1997 da
lui curata e ancora inedita in Italia: Il nostro  un approccio anti-determinista, anti-marxista:
cerchiamo di ricreare la natura caotica della esperienza umana per dimostrare che il corso della Storia
non  mai certo.
 ovvio, allora, che Eric Hobsbawm, marxista non pentito, consideri Ferguson un suo
"nemico"!
Da parte sua Robert Cowley, direttore del Quarterly Journal of Military History, afferma
nella introduzione di What if's 1999, tradotto come La Storia fatta con i se (Rizzoli, 2001), che sono
almeno tre le funzioni positive della Storia Virtuale: Pu portarci a dubitare di certezze ormai ben
radicate, pu indicare svolte determinanti: mostrare che piccoli avvenimenti o decisioni prese in una
frazione di secondo avrebbero potuto causare ripercussioni non meno decisive dei grandi fatti della
storia; Pu eliminare quello che  stato chiamato il pregiudizio del senno di poi (vale a dire,
ragionando logicamente col
"se", eliminare ipotesi alternative errate); infine, farci capire che gli esiti nella storia non sono
pi certi di quel che sono nelle nostre stesse vite. Inoltre, scrive in questa occasione e ripete nella
introduzione al successivo What if's del 2001, tradotto come Se Lenin non avesse fatto la rivoluzione
(Rizzoli, 2002), che l'elemento chiave  la plausibilit, la verosimiglianza: bisogna rimanere
all'interno di quel che veramente era il tempo preso in esame: non si possono far vincere i Galli contro
Cesare con l'aiuto dei marziani, o Napoleone a Waterloo con l'aiuto della bomba atomica...
Non sono cose che aveva detto decenni prima don Adriano Tilgher l'anti-Croce? Sicch oggi
vediamo apparire, all'interno di saggi rigorosamente storici, anche ipotesi alternative presentate come
seria materia di studio allargata alla domanda "e se?". Ricordiamo quale titolo: Eroi per caso di Erik
Durschmied (Piemme, 2000), Il ritmo della storia di Franco Cardini (Rizzoli, 2001), La verit taciuta
del citato Niall Ferguson (Corbaccio, 2002), Hitler poteva vincere di Bevin
Alexander (Piemme, 2002), Quando l'Italia era una superpotenza di Giorgio Ruffolo (Einaudi,
2004), L'azzardo del 1915 di Gian Enrico Rusconi (Il Mulino, 2005). Mentre l'editoria generalista
mostra pi attenzione a quanto si stampa all'estero in questo ambito: ne sono esempi Complotto contro
l'America di Philip Roth (Einaudi, 2005): se fosse diventato presidente degli Usa il filonazista Charles
Lindbergh; e La parte dell'altro di Eric-Emmanuel Schmitt (e/o, 2005): se Hitler avesse continuato nella
sua carriera di artista.
Il gusto dell'ipotetico trova anche spazio sulla stampa quotidiana, a conferma del diffondersi di
un punto di vista un tempo difficilmente proponibile e accettabile: ad esempio, La guerra dei Sassi di
Raffaele Nigro (Il Mattino, 29 febbraio 2004) che immagina cosa sarebbe successo se l'esercito
borbonico avesse conquistato il Regno di Savoia; E fu di nuovo Piazzale Loreto e Traditi e traditori di
Pietrangelo Buttafuoco (Il Foglio, 12 marzo e 15 giugno 2004), due variazioni sul tema in chiave
grottesca e satirica di cosa succederebbe se cadesse il governo Berlusconi; Se Mr. Bloom non fosse
uscito di Stenio Solinas (Il Giornale, 15 giugno 2004), sulla impossibilit che fosse scritto l'Ulisse di
James Joyce se il protagonista del romanzo avesse deciso di restarsene tutto il giorno in casa.
Nell'estate 2004 il Corriere della Sera ha pubblicato una serie di interventi storici e politologici
all'insegna de "La storia fatta con i se" i cui titoli dicono gi tutto: Eisenhoiver salv i francesi a Dien
Bien Phu (4 luglio) e Se Cavour ci avesse ripensato accordandosi con i Borboni (22 agosto) di Sergio
Romano, Se Alcibiade fosse tornato e avesse salvato Socrate (11 luglio) di Luciano Canfora, Se Marco
Antonio e Cleopatra avessero sconftto Ottaviano (1 agosto) di va Cantarella. Anche una rivista, Il
Domenicale (7-14 agosto 2004), vi si  cimentata con 5 agosto 1984: ventanni fa la terza guerra
mondiale di Alberto Leoni: se non fosse realmente esploso l'arsenale sovietico della Flotta del Mare del
Nord il 13 maggio 1984, due mesi dopo vi sarebbe stata una guerra fra Urss e Occidente. Su Libero
invece  uscita una cronaca di vita quotidiana se l'Italia fosse diventata una Repubblica islamica (Una
moschea nel Duomo di Milano, di Alessandro Gnocchi, 26 settembre 2004).
La storia fatta con i se, dunque, non  un futile gioco di societ o
un monumento di fatica sprecata e di immaginazione mal diretta
(come rispettivamente sostennero gli illustri storici E.H. Carr e F.J.C.
Hearnshaw), quanto piuttosto una serie di ipotesi forse curiose ma
intelligenti, tali da allettare sia la nostra fantasia che il nostro senso critico e logico, specie
quando divengono vera e propria narrazione di vasto respiro e non un semplice gioco intellettuale di
qualche giornalista o storico militare, il che obbliga Fautore ad un'ampia e sempre rigorosa
ricostruzione di un mondo che non  esistito ma sarebbe potuto esistere, ancorch egli utilizzi elementi
definibili come
"fantastici".
Questa maggiore libert degli scrittori rispetto agli storici di professione che si cimentano con
l'Ucronia, consente loro di assumere atteggiamenti differenti.  esattamente quanto avviene con
l'Utopia, il non-luogo di Tommaso Moro che per nelle sue intenzioni poteva e doveva essere anche
una Eutopia, un buon luogo. Ci possono essere, ovviamente, romanzi e racconti scritti per amore
dell'idea paradossale e brillante, senza altri intenti, ma pi spesso accade che essi siano scritti con
motivazioni precise, con una precisa ideologia o punto di vista storico di fondo. Assistiamo, cos, ad un
singolare paradosso: sovente si scrivono romanzi ucronici per sostenere implicitamente che  stato
meglio che le cose siano andate come in effetti sono andate, che la possibile alternativa sarebbe stata
peggiore della realt come la conosciamo, che la Storia ha fatto bene a non prendere vie diverse da
quelle note. E cos, per riferirci a snodi decisivi della vicenda mondiale, in genere sono gli
anti-bonapartisti che scrivono romanzi in cui Napoleone trionfa a Waterloo, i filo-nordisti che
immaginano i Confederati prevalere nella Guerra di Secessione, gli anti-nazisti a descrivere un mondo
in cui la seconda guerra mondiale l'ha vinta Hitler.
Il che, francamente,  un ammettere che la Realt  in sostanza pi gradevole della sua
alternativa e che  meglio per tutti che non vi sia stata alcuna deviazione della Storia, e che quindi essa
ha un suo intrinseco fine, moralit, determinismo che sta perseguendo senza farsene distogliere. Ma
tutto ci diminuisce le potenzialit dell'Ucronia e non  alla fin fine coraggiosissimo: siamo al
"politicamente corretto"
storico, al puro gioco intellettuale cui si  accennato. Insomma, una vera Ucronia non dovrebbe
parteggiare, anche solo indirettamente, per il Tempo Storico!
Come l'Utopia  una critica totale alla Realt esistente, al regime sociale e politico dell'epoca in
cui l'autore scrive, cos in fondo dovrebbe essere l'Ucronia: la descrizione di un tempo inesistente, ma
alternativo in toto alla Realt. E questa alternativa globale non pu
certo consistere in una dimostrazione a contrario che  stato meglio che tale alternativa non si
sia verificata! Volendo, il ministro della difesa Antonio Martino, con quel che ha detto nel 2002 in
Africa durante la cerimonia per il 60 anniversario della battaglia di El Alamein, si pone proprio in
questa scia di pensiero.  come se invece di una Utopia si scrivesse una Antiutopia, vale a dire la
descrizione del "peggiore dei mondi possibili" e non del "migliore dei mondi possibili", quale invece
vuole essere una vera Utopia, una Utopia "classica".
Si pensi, ad esempio, a Noi di Eugenij Zamjatin (1922), Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley
(1932), Antifona di Ayn Rand (1938), 1984 di George Orwell (1949), Limbo di Bernard Wolfe (1952),
Questo giorno perfetto di Ira Levin (1970): sono tutte descrizioni di "inferni" politici, sociali,
economici, scientifici. E si pensi invece, a romanzi come l'ottocentesco La razza ventura di Edward
Bulwer-Lytton (1871), o i pi recenti Cittadella (1948, postumo) di Antoine de Saint-Exupry,
Heliopolis (1949) e Eumenswil (1977) di Ernst Jnger, o La gloria dell'impero (1971) di Jean
d'Ormesson (che peraltro rientra anche fra i capolavori dimenticati della Storia immaginaria): sono
anch'esse antiutopie, perch descrivono luoghi alternativi alla Realt, ma non in senso critico e
negativo come i precedenti, bens in senso positivo e costruttivo, ma non per questo si possono definire
utopie, in quanto non hanno assolutamente le caratteristiche "ideologiche" delle utopie classiche, anzi
ne sono esattamente l'aspetto contrario.
Cos avviene anche per l'Ucronia: ve ne possono essere di quelle scritte per dimostrare che le
cose sarebbero andate meglio e non peggio se la Storia avesse imboccato percorsi diversi: non un modo
per far tirare un sospiro di sollievo ai lettori, ma per far loro immaginare una diversa Realt (tale era
quella di Renouvier). Ovviamente, ci vuole un certo coraggio ed un certo anticonformismo per
descrivere tempi virtuali o alternativi o paralleli in cui si siano sviluppati gli aspetti positivi (per restare
ad eventi pi immediatamente percepibili) dell'impero napoleonico, della Confederazione sudista, dello
zarismo, del fascismo. Se ci poniamo dal punto di vista di una interpretazione strettamente
ideologizzata si tratta di eresie da condannare: non si pu
"parlar bene" di quanto  stato sconfitto - e quindi si ritiene anche condannato - dalla Storia
(che noi viviamo). Ma se ci poniamo dal punto di vista delle infinite diramazioni dell'Ucronia, del fatto
che la Storia non ha una sua intima moralit, che la "bont" o meno dei suoi
risultati la stabilisce il pensiero di volta in volta dominante, se ci mettiamo in un'ottica pi
disincantata, allora tutto  possibile ed accettabile. Anche un'Europa unificata da Bonaparte, gli Stati
Uniti sotto la bandiera con la croce di Sant'Andrea e con una politica estera assai differente dalla
attuale, una Russia ancora potenza mondiale sotto i Romanov, un'Italia in cui il fascismo
post-mussoliniano si  sviluppato in direzioni meno ovvie di quelle che in genere si immaginano.
Senza (eccessivo) scandalo, spero... Di certo, il moltiplicarsi di saggi e romanzi ucronici ci
abitueranno a questo revisionismo assoluto e all'immaginario storicamente scorretto. Con buona pace
dei Guardiani del Pensiero Unico e della Immutabilit Storica. Se non esiste un Piano o Fine generale e
predeterminato della Storia umana come teorizzavano il "divino Hegel" e i di lui discendenti, non deve
nemmeno esistere il tab del Fatto Compiuto: allora tutte le possibilit sono sullo stesso piano, tutti i
futuri sono ugualmente possibili, l'Ucronia  pienamente giustificata e legittima, la si pu ipotizzare,
scrivere, studiare.
Nell'infinito ordito degli infiniti Mondi gunoniani tutte le trame sono possibili, cos come tutte
le singole lettere di tutte le singole pagine di tutti i singoli libri presenti nella borgesiana Biblioteca di
Babele presuppongono possibilit diverse e quindi trame diverse.
Fantasia, esoterismo, si dir. No: scienza, se questo per qualcuno significa rendere pi
autorevoli certe ipotesi. Si pensi, ad esempio, alla Teoria delle Stringhe e poi delle Superstringhe,
elaborata tra gli anni '60
e '90: i fondamenti della materia, cento milioni di volte pi piccoli dei quark, non sono
particelle ma cordicelle - le stringhe - che vibrando producono le varie particelle elementari, cos come,
scrivono gli studiosi, le vibrazioni di una corda di violino producono le diverse note musicali. Da ci
nascerebbero universi anche a nove dimensioni.
Esempio semplice ed efficace, che non solo accomuna incredibilmente questa teoria ai miti
sacri delle grandi civilt sulla nascita dell'universo prodotto dal suono primordiale, ma fa pensare che
una o pi discordanze di questo suono delle origini possano generare o aver generato tutti insieme o
progressivamente non nove ma infiniti universi, uno accanto all'altro o uno dentro l'altro. Quindi,
infiniti universi con infiniti mondi con infinite storie: storie alternative, virtuali, ucroniche.
E gi Lucrezio nel suo De rerum natura aveva teorizzato che era il clinamen, l'inclinazione,
degli atomi la causa della produzione o non produzione di fatti ed eventi, insomma della realt. Quindi,
niente
predeterminazione: un fatto, a motivo di uno scarto infinitesimo, pu o non pu prodursi.
Accanto al nostro pu esistere, nato da una vibrazione differente, un universo esattamente uguale al
nostro eccetto che per uno o pi particolari.
Oppure si pensi ad un recente sviluppo della fisica dei sistemi complessi o del non equilibrio, da
cui  sortita la Teoria dello Stato Critico (cio, uno stato della instabilit fra ordine e caos) di cui tratta
Mark Buchanan in Ubiquit (Mondadori, 2001): sia il mondo naturale che il mondo umano, e quindi la
storia degli uomini, sono retti da una legge universale ubiqua derivante dal fatto che tutto  in un
perenne stato critico dove anche i fattori pi insignificanti possono avere effetti enormi, tanto da
potersi parlare non di ritmi della storia, ma di
aritmia della storia!
O si pensi alla ancor pi recente Teoria Atemporale dei Molti Istanti del fisico Julian Barbour,
che nel suo La fine del tempo (Einaudi, 2004) sostiene che il tempo non esiste affatto e che il moto sia
una pura illusione: di conseguenza esisterebbero un numero infinito di universi di poco differenti uno
dall'altro e, verificandosi un qualsiasi evento, si passerebbe (senza rendersene conto) da un universo
all'altro dato che ogni scelta o fatto diverso farebbe parte di universi paralleli fra loro.
Sicch, afferma Barbour, il nostro passato  semplicemente in un altro mondo e ogni Adesso
di cui facciamo esperienza  nuovo e distinto.
Anche in questa teoria il determinismo ineluttabile va a farsi benedire...
E infine c' la Teoria dell'Effetto Farfalla (Butterfiy Effect) che, pur nata nell'ambito delle
scienze fisiche e naturali, rientra benissimo nella Storia Alternativa potendone costituire una delle basi:
la elabor nel 1979 il fisico e meteorologo Edward Lorenz del Mit. Secondo la sua tesi, il battito di
una farfalla in Brasile potrebbe provocare una tromba d'aria nel Texas: cio, il cortcatenarsi di piccoli
eventi, di fatti imponderabili, che provocano conseguenze via via maggiori e gravi, a cascata, sino ad
un esito conclusivo enorme e certo non prevedibile in base a quello che ne  all'origine.
Nonostante sia stata ampiamente teorizzata in Italia, l'Ucronia ha trovato maggiore impulso e
sviluppo nei paesi di lingua inglese sia a livello popolare che accademico: a livello popolare
ovviamente con la Science fiction che sin dagli anni '10 e '20 ha dato vita a storie di
"universi paralleli", sia descritti come dato di fatto che non necessita di
spiegazioni, sia raggiungibili con apposite macchine o casualmente (i
"bivi nel tempo"); a livello accademico o meglio colto sin dal 1931 con una famosa antologia di
J.C. Squire Ifit Had Happened Otherwise (in italiano Se la storia fosse andata diversamente, Corbaccio,
1999).
Siamo di fronte da un lato a vera narrativa, romanzi e racconti, dall'altra a para-saggistica, a
saggi romanzati, con veri capolavori come La svastica sul sole dii Philip K. Dick (1961), romanzi di
grande successo popolare come Fatherland di Richard Harris (1991), per nulla un capolavoro e per di
pi con un titolo incongruo nella sua edizione italiana, ed una prodigiosa prova di estrapolazione a tutto
campo come La terza guerra mondiale. Una storia futura, a cura di John Hackett (1983, in due volumi).
Poco si  fatto in Italia, almeno sino agli anni '90 dello scorso secolo, anche se esempi curiosi e
stuzzicanti non mancano: si pensi solo a Benito I Imperatore di Marco Ramper (Corso, 1950), o a
Contro-passato prossimo di Guido Morselli (Adelphi, 1975). Soltanto di recente sono apparsi romanzi
di una certa complessit che hanno affrontato l'argomento (ricordo almeno Pierfrancesco Prosperi,
Garibaldi a Gettysburg, Nord, 1993; Errico Passare, Gli anni dell'aquila, Settimo Sigillo, 1996; Luca
Masali, I biplani di D'Annunzio, Mondadori, 1996; Tullio Bologna, Il volo dell'aquila, Il Cerchio,
1999; Pierfrancesco Prosperi, Supplemento d'indagine e Maurizio Viano, L'estate e l'inverno, Settimo
Sigillo, 1999; Mario Farneti, Occidente e Attacco all'Occidente, Nord, 2001 e 2002; 1943. Come l'Italia
vinse la guerra di Giovanni Orfei, Fazi, 2003), oltre ad una provocatoria antologia da me ideata
(Fantafascismo!, Settimo Sigillo, 2000). Con il presente volume si  allora cercato di fare qualcosa di
nuovo e, possiamo anche dire, di organico.
Questa antologia di testi inediti (che si presenta come qualcosa di unitario)  nata con l'idea
esplicita di applicare la Storia Alternativa o Ucronia in un contesto italiano, cosa che in genere non
avviene mai, e con l'intento di dare una panoramica (ovviamente parziale) di diversi snodi temporali
nell'arco di tutta la vicenda nazionale dalle origini a oggi (immediato futuro). Naturalmente era
impossibile realizzare qualcosa di rigorosamente bilanciato dal punto di vista cronologico, sia perch
non  stato programmato a tavolino nulla e gli autori sono stati liberi nelle loro scelte, sia perch
sarebbe stato necessario uno spazio pi ampio di quello presente che  gi vasto, diciamo pure una vera
e
propria enciclopedia considerando che di snodi o svolte ce ne possono essere un'infinit: e
infatti si troveranno periodi pi affollati e altri del tutto ignorati. Come si  detto, ognuno ha scelto il
momento storico che pi lo interessava, di cui era pi competente o per cui ha trovato lo spunto, anche
se il curatore  intervenuto con consigli e suggerimenti, discutendo sia l'idea iniziale che lo
svolgimento della trama con conseguenti varie riscritture delle storie da parte dei pazienti autori.
Cosa presenta di nuovo questo libro rispetto agli altri di origine anglo- sassone tradotti in
italiano? La prima caratteristica  quella evidente dell'organicit dell'impostazione (al centro non c'
tutto il mondo, ma solo l'Italia); la seconda  che si tratta, salvo tre eccezioni (Il grande volo dell'Aquila
Bicipite, Il segreto di Carzano e Guerra lampo, presentati come resoconti storici o raccolte di
documenti) su diciannove, di veri e propri racconti, cio di narrativa e non di saggistica pseudostorica
come negli esempi inglesi o americani, quindi con una trama, uno sviluppo avventuroso e dei
personaggi: sono stati infatti invitati a questa iniziativa autori che da anni scrivono e si occupano di
fantastico, fantascienza, avventura, orrore, poliziesco, fumetti, giochi di ruolo (ma anche gli outsiders
non si sono comportati male...); la terza  che spesso il bivio temporale non  dato da un evento bellico
come sovente si predilige, ma da vicende assai diverse fra loro; la quarta  che molti autori hanno
scelto di ambientare la loro vicenda non contestualmente alla svolta storica, ma dopo, anche molto
dopo, descrivendo le modifiche che questa svolta ha provocato negli anni e nei secoli successivi,
rappresentando una serie di Italie alternative e profondamente diverse rispetto a quella che ben
conosciamo; la quinta  che spesso questa Italia ci viene presentata sotto diversi aspetti (politici, ideali,
morali, sociali, di costume e cos via) migliore, in chiave pi positiva, di quella reale in cui viviamo,
almeno dal punto di vista degli autori. Insomma, vere ucronie integrali. I risultati, assai diversi fra loro,
ci sembrano estremamente curiosi e intriganti.
 da segnalare, poi, un tratto comune che si  palesato soltanto ad antologia conclusa: il tema -
alcune volte centrale, altre volte in sottofondo - di una unit della nazione ottenuta o verificatasi molto
o moltissimo tempo prima del 1870. Indipendentemente da come, da parte di chi, sotto che forma e in
nome di quali ideali,  evidente che  un pensiero diffuso ed una esigenza sentita la positivit della
formazione di uno Stato unitario con largo anticipo sulla realt: avrebbe
creato una nazione assai diversa dall'attuale emendando forse alcuni difetti del nostro carattere
di popolo (ma questo auspicio/aspirazione  un po' una costante in tutti i racconti). Si pu forse
spiegare in questo modo il concentrarsi di varie storie in quei periodi (Roma antica, il Duecento, il
Cinquecento, oltre ovviamente l'Ottocento) dove vi furono pi possibilit teoriche per ottenere un
simile risultato.
Tipica nota italiana , poi, la presenza in alcuni casi di un elemento
"fantastico" o "irrazionale": vale a dire che in un paio di racconti (Il fondatore, Ali per gli
Svevi) la modifica della storia nota e l'avvio nel percorso storico alternativo si produce a causa di un
evento non realistico; in altri (Nei tempi duri...) si insinua un elemento decisamente
"esoterico"; cos come in altri ancora (Primavera sacra)  tale il passaggio fra presente e passato
alternativi. Anche se, per essere precisi, pi che di una irruzione del fantastico nella realt come
teorizzato da Roger Caillois, in questi casi si dovrebbe parlare di una "irruzione del sacro" secondo le
tesi di Mircea Eliade, certo  questa una commistione che forse pu disturbare il razionalismo che si
chiede al nostro genere letterario per essere aderente alle sue premesse, ma allo stesso tempo si pu dire
che non incide sugli sviluppi, che restano coerenti: se il quid ucronico  fantastico, le conseguenze cui
porta sono rigorosamente razionali. Per altri racconti (ad esempio Il sorriso di Madonna Lisa) gli
sviluppi potranno invece apparire, al contrario, forse troppo
"fantascientifici", ma vale quanto detto sopra, oltre alla godibilit dei risultati per l'autoironia
dell'autore e gli ammiccamenti culturali.
A beneficio dell'attento lettore si pu aggiungere ancora che la data che individua ogni racconto
 quella dell'anno in cui si  prodotto il fatto che ha modificato la Storia (anche se la trama  sfalsata
rispetto ad esso), e che le successive righe in corsivo descrivono la Storia vera, certo alcune volte
arcinota ma spesso assai di meno: in tal modo s'intender subito in quale momento della nostra vicenda
nazionale si situa la trama. Poich quest'ultima non  una totale invenzione, ma ha sullo sfondo fatti
documentati dai quali  stata estrapolata la parte fittizia, abbiamo chiesto agli autori una bibliografa
orientativa, che per, rientrando anch'essa nel nostro gioco virtuale, si deve leggere con una certa
attenzione... Per parafrasare Aldo Palazzeschi: lasciateci divertire!.
Gianfranco de Turris.
Note.
1. La nuova generazione di fronte alla Storia, in La Stampa, 5
maggio 1928; poi in Storia e antistoria, Rieti, Bibliotheca Editrice, 1928.
PRIMAVERA SACRA
753 a.C.: Se Roma fosse stata fondata da Remo Fabio Calabrese
Come sia andata veramente la storia non lo sappiamo, ma tutti conosciamo la leggenda pi
accreditata: nell'anno 753 avanti Cristo (1
ab Urbe condita,) un gruppo di latini provenienti da Albalonga avrebbe fondato una citt in riva
al Tevere. Costoro erano guidati da due gemelli, Romolo e Remo. La scelta di chi dei due dovesse
essere il fondatore e re della nuova citt, fu affidata al vaticinio degli uccelli.
Remo sostenne di averne scorti sei in volo sul colle Aventino, e Romolo dodici sul Palatino.
Romolo quindi prevalse, ma Remo dovette nutrire dei dubbi sulla regolarit della scelta e
sull'autenticit del vaticinio, ebbe un diverbio con il fratello, e in segno di scherno scavalc il solco che
Romolo stava tracciando con l'aratro per delimitare i confini della nuova citt, allora Romolo lo uccise.
Roma crebbe, divenne una metropoli, il suo dominio si estese per tutto il Mediterraneo e dur
circa un millennio.
Lucio Querci si sporse a guardare dal finestrino il paesaggio che scorreva ai lati della corriera:
da alcune miglia la pianura aveva gradualmente lasciato il posto alle pendici boscose dei colli laziali;
era sorprendente che a qualche ora di viaggio dalla capitale ci fossero ancora luoghi che conservavano
un aspetto cos selvaggio.
Diede una sbirciata al vecchio contadino che occupava il posto davanti al suo: l'uomo anziano
indossava ancora il costume tradizionale della gente delle campagne, con la tunica lunga fino al
ginocchio, era uno di quelli che, almeno nella bella stagione, non si erano ancora arresi alle bracae di
origine germanica che poco per volta si erano diffuse in tutto l'impero per la loro praticit; era una cosa
che solo a vederla dava l'impressione di arretrare indietro nel tempo di secoli.
Sarebbe riuscito di pi ad apprezzare tale circostanza, gli venne da pensare, se si fosse trovato
in condizioni fisiche migliori, ma le curve e i tornanti della strada che con una serie di svolte brusche
s'inerpicava sul dorso della collina gli faceva andare su e gi fra l'esofago e l'intestino il panino che
aveva comprato a quello spaccio prima di salire
sulla corriera; peggio che mai, era un panino di pesce condito con il garum, quella salamoia per
cui tanti buongustai andavano pazzi. Lucio detestava il garum, lo trovava indigesto, ma c'erano solo
quei panini l, e l'alternativa era quella di rimanere digiuno per diverse ore, e adesso tutti quei tornanti
gli davano l'impressione che pane, pesce e garum facessero la spola tra il duodeno e il piloro.
La strada, che nel tratto finale era anche sterrata, procedeva attraverso il fianco della collina, e
terminava proprio sulla sommit dove erano visibili le prime case del paese, case di pietra dai muri
grigi e malconci. Lucio pensava che la maggior parte di esse doveva essere stata abbandonata dagli
antichi abitanti che avevano preferito disertare il paese per la pianura sottostante e per la citt,
lasciandosi dietro solo un pugno di irriducibili ormai molto anziani.
Soltanto quando la corriera ebbe passato l'ultimo tornante, Lucio pot vedere con chiarezza
l'aspetto del paese, che gli dava sempre l'impressione di essere come congelato fuori dal tempo, con le
case dai muri in pietra viva color grigio e ocra, i tetti formati da lastre di ardesia, e quell'odore sottile
che impregnava tutto e sembrava la quintessenza di tempi remoti, di pane cotto su di un forno a legna,
di resina di pino, e un lievissimo sentore di stallatico.
Adesso per il luogo aveva subito un vistoso cambiamento dall'ultima volta che lui era stato l,
forse pi che negli ultimi due o tre secoli: la piazza al centro del paese era scomparsa, trasformata in
una trincea di scavo con un grosso cratere a imbuto che sprofondava nel terreno, e grandi mucchi di
pietrisco e di terriccio accumulati sui lati, anzi sulla circonferenza, perch lo scavo era quasi
perfettamente circolare, tranne sul fondo, dove una galleria rinforzata con paletti per evitare cedimenti
puntava in direzione del tempio.
Lucio raccolse la borsa e si avvi a passo incerto in direzione degli scavi. Era una sensazione
bizzarra: in passato aveva partecipato a spedizioni in luoghi lontanissimi, in deserti e giungle dove si
arrivava con giorni di viaggio in fuoristrada, rischiando d'insabbiarsi o di spezzare un assale del mezzo
a ogni tronco nascosto dal fogliame del sottobosco, e dopo essersi dovuti adattare al cambiamento di
cinque o sei fusi orari, era strano arrivare sul sito di una campagna di scavi in corriera, anche se non si
trattava di un autobus cittadino ma di un torpedone decrepito e ammaccato.
Si diresse verso il gruppo di persone in attesa davanti all'area degli scavi: dovevano essere, gli
parve, pi o meno tutti i membri della spedizione. Erano sette o otto, la quasi totalit giovani con le
camicie di tela e i jeans o i pantaloni di fustagno; la maggior parte maschi, ma c'erano un paio di
ragazze. In mezzo al gruppo spiccavano la barba argentea e la lunga chioma candida che ricadeva con
noncuranza sulle spalle, del professor Gerlandi, un po' il maestro di tutti loro. I presenti avevano
fisionomie pi o meno note, e Lucio sapeva che tranne uno o due che provenivano da universit
forestiere, gli altri erano suoi allievi.
Un ragazzone biondo dai lineamenti angolosi gli si present come Robert Rainolf - Rupertus
Rainulphus, si corresse subito pronunciando il suo nome in forma pi pura; parlava il neolatino con
l'accento caratteristico delle province germaniche.
Il professor Gerlandi si diresse verso Lucio con piglio deciso, ma sembrava preoccupato per
qualcosa.
Sei venuto da solo? chiese.
SI, perch? rispose Lucio. Qualcuno doveva venire con me?.
Vuoi dire che Irina non ti ha telefonato per fare il viaggio insieme?.
Chi?.
Irina, una studentessa laureanda del corso che segue il vostro. Le avevo proposto di venire a
fare un po' di lavoro sul campo che le servir anche per la tesi,  un'allieva molto promettente.
Guardi, professore rispose Lucio, che con me non si  fatto vivo nessuno.
Beh disse Gerlandi, qualunque cosa sia successa, immagino che si metter in contatto con
noi pi tardi. Come ti  andato il viaggio?.
Un po' stancante, con tutti quei tornanti.
Ti accompagno a casa, cos mi prendo una pausa anch'io, e poi ti riposerai un po'. Domattina ti
voglio al lavoro in piena forma. Strada facendo, ti aggiorno sulle ultime novit.
Casa suonava paradossale, pens Lucio, nel mezzo di una spedizione archeologica, ma questa
non si svolgeva in luoghi remoti tra i resti di civilt lontane, bens alle porte o quasi della grande Rema,
ed erano proprio gli interrogativi collegati all'origine di quest'ultima che il professore cercava di
chiarire, cos non c'era nessun senso nel piantare le tende di un campo base, ma la spedizione si era
potuta sistemare ben
pi comodamente prendendo in affitto una vasta masseria in disuso ma ancora in buono stato:
sembrava quasi di fare dell'agriturismo.
Lucio sapeva che il professor Gerlandi era un po' ossessionato da quest'argomento, e lavorava
da tempo a una vasta monografia che nelle sue intenzioni, dopo aver mancato l'appuntamento del 2750,
doveva vedere la luce nel 2760, ossia di l a quattro anni. Una volta Lucio si era provato a stuzzicarlo
sull'argomento.
Perch aveva chiesto,  cos importante questa data del 2760, perch  una cifra tonda? Non
lo  secondo tutti i calendari; i cristiani ad esempio contano gli anni dal 753, dalla nascita del loro dio o
profeta o quello che , dunque per loro adesso siamo nel 2003 e fra quattro anni saremo nel 2007.
Il professor Gerlandi aveva storto la bocca.
Gi, per loro la cifra tonda era tre anni fa, e infatti si sono dati a un po' di baldoria tanto per far
vedere che esistono. Credimi, io rispetto tutte le religioni, ma i cristiani proprio non vedo che
importanza possano avere; sono nati come eresia dell'ebraismo, volevano trasformarla in una religione
universale, e nei primi secoli sono riusciti a convertire un po' di disperati, poi la cosa  morta l, sono
rimasti una religione non meno etnica degli ebrei, una specie di ebraismo bastardo.
Una societ con un'importante componente cristiana, con quelle idee di rifiuto dell'autorit
imperiale, di rifiuto del servizio militare, appartarsi dal mondo, per non parlare dell'atteggiamento
morboso nei confronti della sessualit; non potrebbe mai funzionare, quindi caro Lucio, scusami se ti
dico che quale calendario usino mi lascia del tutto indifferente.
Non erano pi tornati sull'argomento.
Era incredibile, ma nella masseria c'era l'acqua calda, un tepidarium in piena regola. Lucio,
dopo aver deposto i bagagli nella stanza che gli era stata assegnata (la sua camera, era incredibile!),
pot concedersi il lusso di un bagno.
Il professore l'attendeva nella stanza centrale della casa, un vasto locale spazioso di forma
quadrata adibita a studio. Contro una parete vi era un tavolo di legno dall'aria alquanto rustica che
aveva adattato a scrivania, e il ripiano era ingombro di carte; ai due lati stavano dei cumuli di oggetti
protetti da teli di plastica semiopaca che davano loro un aspetto informe - reperti, ipotizz Lucio.
Per questo pomeriggio disse il professor Gerlandi, ti aspetta un lavoro non troppo faticoso,
siamo indietro con la catalogazione dei reperti.
Lucio scost uno dei teli e osserv gli oggetti sotto di esso.
Frammenti di vasi, lame metalliche, non mi pare armi, piuttosto attrezzi agricoli. Questa
doveva essere una falce... Professore, scusi ma si tratta pi o meno del tipo di materiale che  possibile
trovare praticamente in qualsiasi luogo dal Tirreno agli Appennini, se si scava abbastanza. Noi
sappiamo che l'Italia  stata intensamente popolata almeno da tremila anni in qua.  sicuro che questo
sito meritasse una campagna di scavi?.
Il professor Gerlandi ebbe un sorriso furbesco.
Ebbene, mio caro Lucio, se devo dirtelo, questo non  che l'antipasto, il piatto forte deve
ancora venire.
 una sua ipotesi o lei conosce qualcosa che noi ancora non sappiamo?.
Beh, ti dir, tu sai che mi sono sempre interessato alle origini dello Stato remano, e che non
tutte le mie speculazioni sono del tipo che potrebbe... beh, essere divulgato senza imbarazzo. Che
un'entit politica nata quasi tre millenni fa si sia estesa in pochi secoli a tutto il bacino mediterraneo, si
sia mantenuta attraverso i rivolgimenti e le crisi di tre millenni, che ogni volta in una situazione critica
abbia fatto all'ultimo momento la scelta giusta, abbia imboccato la via verso la salvezza anche quando
questa era uno stretto sentiero,  qualcosa di prodigioso, anche se a noi pu non sembrare tale perch 
questo l'orizzonte al quale siamo abituati.
Non era la prima volta che Lucio si trovava coinvolto in discussioni di quel genere con il suo
maestro, e le trovava imbarazzanti.
Non vedo perch non si trattenne a ogni modo dal replicare. La civilt indiana e quella
cinese sono vaste e antiche quanto la nostra. S,  vero, noi abbiamo avuto la rivoluzione industriale e
loro no, ma qualcuno doveva pur farla.
Il professor Gerlandi scosse la testa.
Lucio, proprio tu devi essere uno scettico! Lo sai che il cognome Querci deriva dalla quercia,
l'albero sacro a Giove, e che secondo alcuni indicherebbe i discendenti dell'antica famiglia reale. Ma
sono sul punto
di darti prove pi concrete. Supponi - prova solo a supporre - che un qualche tipo di forza
spirituale abbia aiutato l'impero remano, vigilando su di esso e tenendosi discretamente nell'ombra. Tu
sai che gli antichi decemviri avevano a disposizione i famosi Libri sibillini da consultare nei momenti
critici, libri oracolari le cui origini sono quanto meno bizzarre.
Molti pensano che la Sibilla sia una figura di origine greca, ma  sbagliato, la profetessa delfica
non era la Sibilla ma la Pizia, la vera Sibilla  una figura latina, la sua ultima sede conosciuta era l'antro
di Cuma, pi antica era quella al confine fra la Sabina e il Piceno, sui monti Sibillini, dove c' il monte
Sibilla e la grotta delle fate.
Cosa c'entrano le fate con la Sibilla?.
Non essere sciocco, Lucio rispose il professore. Sai bene che il popolino usa parlare di fate
quando e a proposito dei luoghi in cui si verificano in maniera ricorrente fenomeni paranormali. Bene,
questi spostamenti dimostrano che chiunque o qualunque cosa fosse in realt, si  progressivamente
allontanata, parallelamente alla prima espansione dello Stato remano, tenendosi sempre ai margini,
come per tenere d'occhio la situazione ma senza farsi notare troppo. La prima sede della Sibilla doveva
essere proprio qui nel Lazio. Individuare questo luogo come un sito probabile, mi ha richiesto anni di
ricerche.
Cosa c' di cos interessante? chiese Lucio.
Intanto l'edificio sacro:  molto antico. In origine era un tempio dedicato a Cerere e Pomona,
tipiche divinit contadine, anche se molto antico e insolitamente vasto per un villaggio di queste
dimensioni; poi attorno all'Ottocento o Novecento, ossia suppergi secondo o terzo secolo dalla nascita
di Cristo, fu trasformato in chiesa cristiana, e convertito in mitreo attorno al XII-XIII secolo, quando
inizi il declino del cristianesimo. Che lo stesso luogo di culto sia considerato sacro da religioni
diverse,  gi un fatto significativo: ci sono luoghi in cui soprattutto la gente semplice avverte
"qualcosa". Poi le fondamenta dell'edificio sono state gettate approfittando di una vasta caverna
naturale che si trova sotto la cima della collina.
L'avete gi esplorata? chiese Lucio.
No, per quello aspettavamo te rispose il professore. Domani, se ti senti abbastanza in
forma.
Che gli di ce la mandino buona pens Lucio, ma non disse nulla
ad alta voce.
Rimasto solo, si mise pazientemente a estrarre i reperti dagli involti, esaminarli e catalogarli.
Era un lavoro noioso, e Lucio si accorse presto di non essere abbastanza lucido. Decise di concedersi
una pausa. Si rec nella sua stanza e torn portando il romanzo che gli aveva tenuto compagnia durante
il viaggio ma che non aveva finito di leggere, Rotland, l'ultimo libro di Valerio Massimo Manfredi,
uscito da poco ma gi al centro di pi di una polemica.
Alcuni colleghi non si trattenevano dal mostrare un sorrisetto ironico o una smorfia di
disapprovazione quando scoprivano la sua passione per i romanzi fantastici. Manfredi parlava nei suoi
libri di quel mondo antico che era l'oggetto dei suoi studi, ma molti dell'ambiente disapprovavano che
esso fosse scenario di quella che era chiamata
"storia alternativa" o "ucronia", nella quale le vicende storiche erano stravolte. L'autore
immaginava che, a causa della morte prematura dell'imperatore Giuliano, il tentativo di
cristianizzazione dell'impero fosse diventato irreversibile e che questa fede, sostenitrice di un pacifismo
e di una mitezza estremi, oltre a recidere i legami con l'antica religione e il senso della comune
appartenenza all'impero, ne avesse grandemente indebolito la tempra nel momento dello scontro
decisivo con i germani. La Germania, nel mondo fantastico creato da Manfredi, non era mai stata
sottomessa perch la battaglia di Teutoburgo si era risolta in un disastro per le armi remane. Fra tutte le
fantasie di Manfredi questa - per la verit - a Lucio sembrava una delle pi forzate.
Sarebbe stato mai possibile che Quintilio Varo fosse tanto ingenuo da non subodorare l'evidente
tradimento di Arminio, il fatto che il suo piano prevedeva una lunga marcia di tre legioni su di un
terreno boscoso che sembrava fatto apposta per le imboscate? Rema non era solita affidare il comando
delle sue legioni agli sciocchi! Nella realt, lo sapevano tutti, le cose erano andate ben diversamente:
Varo aveva solo finto di cascare nella trappola dell'infido germano: una sola legione, ingrandita delle
salmerie, dei carriaggi, del seguito di civili di tutte e tre in modo da sembrare pi numerosa, era
avanzata nella selva, e le altre due erano rimaste indietro sulle ali, pronte a una rapida manovra a
tenaglia. Quando i germani avevano attaccato, era su di loro che si era richiusa la trappola; un'azione da
manuale che si studiava ancora nelle scuole di strategia, che aveva permesso di sottomettere la
Germania dal Reno all'Elba. La conquista e la civilizzazione della Germania si erano
rivelate un fattore chiave per la sopravvivenza dell'impero e quattro secoli dopo le legioni
composte principalmente da elementi germanici avevano ricacciato nelle steppe dell'Est gli unni.
Nella storia ipotetica tracciata da Valerio Massimo Manfredi invece, in un'Europa in preda al
caos, cristiani e germani ancora barbari si contendevano e si spartivano le spoglie dell'impero.
Come se non bastasse, l'autore aveva aggiunto un ulteriore tocco di inverosimiglianza
immaginando la nascita nella penisola arabica di una nuova religione che aveva chiamato islam (dalla
parola araba che significa sottomissione), nata per imitazione del cristianesimo divenuto religione
universale, ma con in pi il selvaggio spirito guerriero delle trib nomadi. Nel suo apologo lo scrittore
voleva certamente avvertire del pericolo insito nel fatto che una religione testardamente monoteista e
intollerante come l'ebraismo e il cristianesimo, potesse contagiare masse di centinaia di milioni di
uomini, ma aveva tirato un po' troppo la corda, pensava Lucio: immaginare che da un luogo desertico e
inospitale come la penisola arabica potessero scaturire masse umane capaci di sommergere l'Africa e
l'Europa!
Il vecchio divano sul quale aveva preso posto era malconcio ma molto comodo e Lucio era
stanco; senza accorgersene si appisol e il libro gli scivol sulle ginocchia.
Non dovresti perdere tempo a leggere quella robaccia!.
A destare Lucio dal suo sopore era stata una squillante voce femminile. Lui alz gli occhi e
incontr un viso scuro dalla forma piuttosto rotonda incorniciato da due bande di capelli neri lisci, e dal
taglio degli occhi leggermente mongolico: era una degli assistenti stranieri che partecipavano alla
ricerca del professor Gerlandi, la giovane liciniana.
Noi consideriamo offensivo quel libro!.
Voi liciniani?.
Preferisco che tu usi il nostro nome tribale, perch voi bianchi dovete essere sempre cos
egocentrici? Noi Lakota.
Beh fece Lucio imbarazzato,  solo un romanzo.
Nel suo ultimo libro, capitolo finale della sua storia parallela, Manfredi supponeva che la
Licinia, il grande doppio continente a
occidente dell'Atlantico, non fosse stata raggiunta ed esplorata, come in effetti era avvenuto,
dalla spedizione guidata dal proconsole Aulo Licinio nel XIV secolo, ma da navigatori germanici che
avevano costituito nel centro dell'Europa, in quella che nella realt era l'ecumene remana, uno stato
agguerrito e temuto, e avevano chiamato il loro nuovo mondo Rotland ossia, nella loro lingua, Terra
rossa o Terra degli uomini rossi. Manfredi immaginava che poco per volta nella Rotland fosse nata
una nuova, potente nazione germanica, che egli indicava come RVS (Rotland's Vereignite Staten), che
aveva cacciato dalle proprie terre gli indigeni, li aveva perseguitati e massacrati fino a portarli
all'estinzione. Nel XX secolo della sua era immaginaria datata dalla nascita di Cristo, quindi all'incirca
un po' prima dell'et presente, la RVS avevano conquistato l'Europa al termine di una guerra
spaventosa, e la governava col pugno di ferro.
Lucio contraccambi lo sguardo della ragazza liciniana.
 solo un romanzo ribad. Non  il caso di prendersela tanto.
Scusami disse lei. Non mi sono presentata, mi chiamo Chatanatoa.
Piacere, Lucio, Lucio Querci.
Lo so, sembra che il professor Gerlandi ci tenga molto a te. Levami una curiosit. Nel
romanzo la Licinia, Rotland come la chiama, viene scoperta dagli europei nel XIV secolo come 
avvenuto nella realt, ma non  logico se Manfredi ipotizza che a quell'epoca l'Europa era in pieno
caos.
Lo immaginavo Lucio sorrise. Tutti ci cascano: non si tratta del nostro XIV secolo, ma di
quasi otto secoli dopo. Lui immagina che in Europa si sia diffuso il cristianesimo e che quindi le date
siano contate a partire dal 753, l'anno della presunta nascita del messia cristiano.
Una complicazione in pi per rendere la vita diffcile ai lettori
comment lei, ma ora devo andare, ti lascio al tuo libro.
Sar meglio che lo metta via disse Lucio a cui il sonno era passato,
e riprenda con questi reperti.
La trincea di scavo partiva dal fondo dell'imbuto che gli allievi del professor Gerlandi avevano
formato, piegava a gomito e proseguiva orizzontale in direzione delle fondamenta dell'edifcio sacro.
Lo scavo terminava contro una parete di argilla. Lucio si avvicin
sistemandosi con la mano sinistra la torcia del casco. Si sfil il guanto e tast la parete: era
stranamente liscia, come se il materiale argilloso fosse stato cotto, magari naturalmente da qualche
incendio: era la cosa pi probabile, ma sembrava quasi di sfiorare la superficie di un immenso vaso.
Fece un cenno ai compagni che armeggiavano coi cavi elettrici dietro di lui. Scelse un punto
all'altezza dei suoi occhi.
Il trapano e il periscopio a fibre.
Fra tutte le tecniche di esplorazione archeologica, quella dello scandaglio a fibre ottiche era
certamente la meno invasiva e la meno distruttiva, ma ugualmente a Lucio sembrava quasi di compiere
un sacrilegio mentre azionava il trapano perforando quell'antica argilla indurita per introdurre la sonda.
Un foro netto delle esatte dimensioni dello scandaglio, poi era un gioco di destrezza: sfilare il trapano e
infilare la sonda nel foro nel minor tempo possibile, in modo da ridurre al minimo il contatto fra l'aria
esterna e quell'ambiente rimasto chiuso per tremila anni.
Lucio incoll lo sguardo all'oculare del periscopio e fece scattare l'interruttore del raggio
luminoso che percorse la fibra ottica.
Rimase senza fiato. Letteralmente gli sembr di aver cessato di respirare e che il suo cuore
avesse smesso di battere.
L'ambiente passato di colpo da una tenebra trimillenaria alla luce vivida che la fibra ottica
trasmetteva dalla potente lampada alimentata dal generatore autonomo, era spoglio, disadorno, le pareti
sembravano fatte di quella stessa argilla cotta o pressata che egli aveva attraversato col trapano, l'unico
arredo era un sedile in pietra calcarea dalle linee squadrate che ricordava un po' il trono Ludovisi,
tranne per il fatto che era privo di bassorilievi o decorazioni. Sul sedile, coi gomiti mollemente adagiati
sui braccioli di pietra in un abbandono sensuale, c'era una donna. Lucio aveva visto altre volte delle
mummie di svariati tipi, prodotti di tassidermia o di conservazione naturale, ma quel corpo aveva tutte
le caratteristiche della vita: una giovane donna coperta solo da una corta tunichetta che non nascondeva
quasi nulla delle sue forme morbide e statuarie, che pareva solo lievemente assopita. L'et era
apparentemente intorno ai venticinque anni (pi tremila, all'incirca, pens Lucio ma non riusciva a
persuadersene). Quello che i suoi occhi gli mostravano attraverso l'oculare dello scandaglio era il corpo
seminudo di una giovane donna mollemente assopita, ed era attraente, molto attraente.
Lucio si accorse all'improvviso che c'era qualcosa che non andava: la parete davanti a lui e poi
il suolo sotto i suoi piedi parvero vacillare.
Forse il professor Gerlandi e i suoi assistenti non si erano accorti che c'era un'ulteriore cavit
sotto la trincea che stavano scavando. La parete di argilla gli croll addosso e, prima di sentirsi
mancare il terreno sotto i piedi, vide con orrore il bel corpo della fanciulla dissolversi in un mucchio
informe di polvere grigia dopo aver lasciato intravedere per un attimo la struttura dello scheletro.
Solo un momento prima di sprofondare nell'oblio un'immagine residua si era formata agli occhi
di Lucio: non erano altro, probabilmente, che i movimenti dell'incipiente dissoluzione ma gli era
sembrato che per un istante infinitesimo, prima di svanire per sempre, la fanciulla che l'aveva
pazientemente atteso per tremila anni avesse aperto gli occhi, due profondi occhi scuri, avesse disteso
le labbra in un lieve sorriso, avesse mosso le dita della mano in un leggero cenno d'invito.
La prima sensazione che accompagn il ritorno della coscienza fu l'odore, un odore forte,
muscoso, un intreccio indefinibile di resina di pino, di stallatico, di latte di pecora, di pane cotto sulla
pietra, poi Lucio lo riconobbe: era lo stesso odore che l'aveva accolto al suo arrivo al villaggio sulla
collina e a cui si era abituato, solo infinitamente pi intenso, trasmetteva al cervello una sensazione di
antico, di primordiale, dava l'impressione di essere al principio del mondo.
Poco per volta ripresero la vista e poi l'udito, non per la sensazione del corpo. Lucio aveva
l'impressione di correre leggero o di volare senza sforzo, di essere portato dal vento attraverso boschi e
colline, praterie color verde tenero dell'erba novella e rilievi avvolti dal manto scuro delle conifere che
per contrasto appariva quasi funereo. Era un modo di sentirsi molto simile a quello di certi sogni, solo
che non era un sogno, era un'esperienza nella quale i colori, i suoni, gli odori avevano la consistenza
della realt, tranne per il fatto di galleggiare privo di corpo. Fu risucchiato verso il basso come un
pezzo di ferro da una calamita, eppure la discesa fu abbastanza lenta da fare in tempo a scorgere i
particolari di quel che lo circondava.
Era un villaggio sulla sommit di una collina, fatto di capanne
rotonde di fango e paglia impastati stesi su di un graticcio e un'armatura di pali; il bordo del
villaggio era cintato da una palizzata che serviva sia da difesa sia per tenere dentro gli armenti.
Un uomo anziano, un sacerdote - Lucio non si chiese come lo sapeva
- vestito di una lunga tunica bianca e con una benda di lana alle tempie, aveva accompagnato un
gruppo di giovani alla recinzione del villaggio, e ora con una frasca li stava segnando con gesti
benedicenti mentre uscivano. Non aveva mai assistito a quel rito, eppure Lucio sapeva benissimo di che
si trattava: era la "primavera sacra": quando una comunit diventava troppo numerosa, con l'arrivo
dell'equinozio primaverile e il rifiorire della terra dopo il riposo invernale, un gruppo di giovani veniva
mandato a fondare una nuova colonia. Lucio osserv i due giovani in testa al corteo dei loro coetanei:
di aspetto identico, due gemelli, ma la cosa che lo colp profondamente, fu che erano entrambi
somigliantissimi a lui. Non pot tuttavia soffermarsi molto a guardarli, era come se la calamita
l'attirasse di nuovo con forza irresistibile, questa volta da un punto all'interno del villaggio.
Si avvicin a una capanna pi vasta e meglio costruita delle altre, oltrepass una parete di
argilla come se fosse fatta di fumo, o forse era lui a non avere pi consistenza di un'idea. Vide una
figura femminile che fissava dritto davanti a s, scorse solo i lunghi capelli corvini che le circondavano
la nuca e il mantello di lana bianca che dalle spalle le arrivava alle caviglie, ma non aveva dubbi:
sapeva esattamente che era la donna che l'aveva atteso pazientemente per tremila anni, e ora conosceva
anche di preciso quali fossero la sua identit e il suo ruolo.
Tutto ci, peraltro, non l'aveva minimamente preparato a quanto accadde subito dopo. Lucio
entr nella mente di lei, un'esperienza che non avrebbe potuto immaginare: essere una mente,
un'individualit e poi di colpo essere due, percepire i pensieri, i ricordi, le emozioni di un'altra persona
accanto ai propri, come due flussi paralleli e distinti; e quella non era una donna comune, era una
predestinata fin dalla nascita, che leggeva i segni e riceveva i messaggi di potenze che gli uomini
comuni non potevano nemmeno immaginare e chiamavano tremebondi coi nomi di divinit, ed era
preoccupata, il suo pensiero andava costantemente agli uomini che stavano lasciando il villaggio,
perch quella non era una primavera sacra come le altre. I gemelli, i forestieri venuti da Albalonga e
che si erano messi alla testa della spedizione, erano i figli di Marte. Delle innumerevoli ghiande che
una quercia
lascia cadere, solo una o due sono destinate a diventare un albero grande e possente come il loro
genitore, eppure all'apparenza non hanno nulla di diverso da un'infinit di altre.
Una sentenza era stata pronunciata, ma era una sentenza ambigua, a due facce come Giano, il
dio che presiedeva a tutti gli inizi. Dalla piccola comunit che quel gruppo avrebbe fondato, sarebbero
sorte una grande citt e una grande nazione destinate a dominare il mondo, ma una condizione era stata
posta: tra i due fratelli uno doveva prevalere e fondare la citt; se il confronto fosse avvenuto
pacificamente, ogni cosa sarebbe proceduta cos come doveva essere, ma se esso si fosse risolto nella
violenza, nello spargimento di sangue fraterno, ugualmente, in omaggio a Marte padre dei due giovani,
gli di avrebbero dato alla citt il dominio sulla scena del mondo, ma esso non sarebbe durato che un
millennio dalle sue origini al momento del suo apogeo; dopo, sarebbe seguita una lunga era di caos e
miseria.
I due fratelli erano simili nell'aspetto ma di carattere molto diverso: Romolo arrogante,
impulsivo, iracondo, Remo pi calmo, ragionevole, incline ad accettare consiglio, ed era Romolo ad
avere l'ascendente maggiore sugli uomini. Lei, la Sibilla, aveva suggerito a Remo quel piccolo
espediente se le cose si fossero messe male, era per tutt'altro che certa che avrebbe funzionato.
Lucio si trov di nuovo a volteggiare libero nell'aria ma la donna era sempre con lui, ebbe anzi
l'impressione che fosse consapevole della sua presenza e che lo stesse usando per proiettare il suo
spirito verso il gruppo dei coloni, tuttavia non sembrava una cosa spiacevole, anzi in un certo senso si
sentiva lieto di poter "dare una mano".
Era difficile credere che quegli uomini vestiti di lana grezza, dalle barbe lunghe e dalle chiome
intricate, si apprestassero a essere i fondatori di quella che sarebbe divenuta la maggiore potenza del
mondo.
Procedendo, il gruppo era sceso verso il basso, in direzione del fiume e, come ne intravide le
acque rese bionde dalla grande quantit di terra che smuovevano dalle sue rive, cos come avrebbero
continuato a fare nel corso dei millenni, Lucio cap che non poteva essere altro che il Tevere.
All'ansa del fiume, quasi sul greto, c'era qualcuno che aveva tutta l'aria di stare in attesa della
compagnia dei coloni, e a Lucio sembr un
personaggio alquanto bizzarro: aveva in testa un largo cappello di forma conica molto
schiacciata, aveva le spalle avvolte da un mantello di lana dipinta a strisce di colore vivace e il viso
incorniciato da una barba sagomata a punta. Poi cap chi fosse: aveva visto diverse volte figure simili
riprodotte sulle pareti affrescate delle tombe di Tarquinia e di Cerveteri: era un aruspice, un augure
etrusco.
Cosa se ne facevano i coloni di un simile pronosticatore avendo nel villaggio una donna come la
Sibilla non era per Lucio per nulla chiaro.
La risposta, formulata dai pensieri di lei nel momento stesso in cui si era posto la domanda, gli
comparve nella mente come se fosse stato un pensiero suo: il pregiudizio verso le donne di quei prischi
latini, del resto comune a molti popoli antichi.
I coloni guidati dai due gemelli si misero in cammino seguendo il corso tortuoso del fiume: la
sponda, relativamente libera di vegetazione, offriva un percorso pi agevole della macchia circostante.
Ogni tanto si scambiavano qualche commento in un latino primitivo molto diverso da quello che Lucio
aveva imparato sui banchi di scuola e che gli riusciva a stento comprensibile; curiosamente, gli riusciva
pi facile capire i loro pensieri che le loro parole. Dopo alcune ore di cammino, il gruppo era giunto a
un'ampia ansa dove, intervallate da un breve avvallamento, le pendici di due colline scendevano a
incontrare il greto del fiume.
L'augure fece cenno alla compagnia di fermarsi, indic a Remo uno dei colli, a Romolo l'altro.
Lucio approfitt della sua incorporeit per volteggiare in giro guardandosi attorno stupito.
Quelli erano l'Aventino e il Palatino, quel luogo selvaggio coperto di boschi e sterpaglie era dove
sarebbe sorta la Citt eterna!
Remo si chin sul greto, con una mossa furtiva raccolse una manciata di sassolini e se li infil
nella bisaccia. Lucio l'osserv con perplessit.
Era quello lo stratagemma escogitato dalla Sibilla? Sembrava una ben misera cosa per cambiare
i destini del mondo, o meglio per indirizzarli sulla via giusta.
I due gemelli presero a inerpicarsi per le rispettive posizioni, ciascuno per il dorso del colle che
l'augure aveva loro assegnato, senza scambiarsi un cenno di saluto n una parola, la tensione era subito
salita fra i due, ciascuno ambiva a essere il predestinato.
Dopo un poco, furono entrambi scomparsi alla vista della piccola
compagnia che rimaneva in attesa presso il greto; ora non restava che aspettare.
Lucio conosceva la natura della prova, la cui narrazione aveva scavalcato agevolmente un
abisso di tre millenni. Per quegli uomini semplici, il volo degli uccelli, creature che librandosi nel cielo
erano a contatto con le immaginarie sedi delle divinit, aveva un significato profetico. Chi sulla
sommit del colle a lui destinato ne avesse scorto il maggior numero sarebbe stato il prescelto dei due.
Quel che sorprendeva Lucio era soprattutto l'ingenuit con la quale costoro davano per scontata la
buona fede degli interessati, ciascuno dei quali andava a compiere la sua osservazione in solitudine,
davano per scontato il timore sacro che avrebbe impedito di mentire circa un responso degli di.
Passarono forse tre quarti d'ora, forse un'ora, mentre i coloni attendevano guardandosi l'un
l'altro negli occhi, e non tutti gli sguardi erano amichevoli; ciascuno dei due fratelli aveva i propri
sostenitori, e guai se la prevalenza dell'uno sull'altro non fosse emersa in maniera sufficientemente
netta da evitare uno scontro!
Remo fu il primo a ridiscendere e si diresse verso l'augure, mentre gli altri gli facevano
capannello intorno.
Ho scorto sei uccelli che mi hanno sorvolato il capo disse.
La stessa cosa  capitata a me, solo che io ne ho scorti dodici.
A parlare era stato Romolo, anch'egli ridisceso e che quasi contemporaneamente aveva
raggiunto il gruppo: una sincronia piuttosto sorprendente, pens Lucio, come se avesse tenuto d'occhio
le mosse del fratello.
Ah davvero? comment Remo Ah davvero?. Nella sua voce c'erano tensione e ironia, la
Sibilla l'aveva preavvertito che qualunque numero di uccelli avesse menzionato, il fratello avrebbe
azzardato il doppio.
Nel piccolo gruppo la tensione era diventata cos forte da sembrare palpabile. Quello era il
momento decisivo, pens Lucio, i destini del mondo erano in bilico e un nonnulla poteva far pendere la
bilancia da una parte o dall'altra.
Ben detto, fratello disse Remo. Devi avere una vista e dei riflessi eccezionali. Nessun uomo
riesce a contare con precisione dodici uccelli
in volo che gli passano rapidi sulla testa.
Apr la bisaccia e fece scorrere i sassolini fra le dita.
Quanti sono, oh tu che sei cos acuto? chiese. Ti assicuro che sono meno di dodici.
Il volto di Romolo si contrasse in una smorfia avvampando di collera.
Maledetto rugg, maledetto!.
E fece per avventarsi sul fratello, mentre la sua mano correva alla daga di bronzo che portava
alla cintola. Molti si protesero a bloccarlo e a disarmarlo.
Ha violato l'oracolo! grid qualcuno. Sacrilegio, a morte!.
No, fermi! disse Remo, e nelle sue parole c'era gi l'autorevolezza di un sovrano,  mio
fratello, e non voglio che il suo sangue sia sparso.
Che sia lasciato libero e gli sia consentito di andarsene dovunque vuole.
Mentre Romolo si accingeva a lasciare il gruppo dei coloni che avrebbero fondato la nuova
citt, Lucio si rilass: le cose erano andate per il verso giusto.
All'improvviso fu come essere risucchiato bruscamente indietro, come se la corda tesa di un
arco si fosse di colpo spezzata.
Questa volta la risalita alla coscienza non fu un volo leggero, ma piuttosto come aprirsi la strada
attraverso strati di dura roccia. Adesso Lucio il suo corpo lo sentiva eccome, tutto ammaccato e
dolorante.
Riapr gli occhi con una certa fatica e incontr un volto di donna che lo guardava sorridente: era
lei, la riconobbe subito, la stessa donna che aveva visto nel sotterraneo attraverso l'oculare della sonda
a fibre ottiche, la stessa donna assieme alla quale aveva cavalcato le ali del vento di una luminosa
mattina di un 21 aprile di 2756 anni prima.
Nell'istante in cui la riconobbe seppe che anche lei l'aveva riconosciuto, che fra loro si era
stabilito un legame che non si sarebbe pi spezzato.
Intravide dietro la ragazza la sagoma massiccia del professor Gerlandi.
Lucio, come stai? lo sent chiedere.
Un po' ammaccato ma ancora intero, credo.
Sei stato fortunato. Il dottore del paese ti ha visitato mentre eri in stato d'incoscienza e ha detto
che non hai fratture, solo qualche
contusione, ad ogni modo ripasser a vederti pi tardi.
Piacere di conoscerti disse la ragazza con voce morbida e sensuale,
io sono....
S, lo so, tu sei Irina.
(Un nome straordinariamente appropriato - pens Lucio - che evocava sia la dea della pace,
Irene, sia le Erinni, le divinit del destino.)
Dovevo telefonarti disse lei. Il professor Gerlandi mi aveva dato il tuo numero ma l'ho
smarrito.
Non importa.
Lucio la fiss negli occhi: lei sapeva infinitamente di pi di quanto non dicesse quel colloquio
dall'apparenza banale, e sapeva che lui sapeva. Dove altro nell'affollata epoca moderna avrebbe potuto
celarsi una sibilla? Assai meglio nella giungla dei suoi simili che in qualche bosco o antro appartato.
Come potesse perpetuarsi una presenza antica di tre millenni, non lo sapeva; metempsicosi forse, ma
avrebbe avuto tempo per capirlo.
L'unica cosa che abbiamo trovato nello scavo disse il professore,
 una specie di sedile in pietra calcarea, o forse  un'urna da cui  saltata via una lastra laterale.
La telecamera collegata allo scandaglio  stata travolta dal crollo e la pellicola si  rovinata. Tu, prima
che tutto crollasse, sei riuscito a vedere qualcos'altro?.
Lucio scosse il capo. No, nulla.
Anni di lavoro sprecati, ma almeno tu stai bene.
Lucio gli sorrise con comprensione. Il professore aveva ancora quattro anni per completare la
sua monografia ma essa non avrebbe ad ogni modo gettato sulle origini di Rema quella chiarezza che
sognava.
Certi misteri devono rimanere tali. Quanto a lui, mentre fissava negli occhi Irina che gli aveva
preso la mano, sapeva che il suo ruolo era cambiato: non sarebbe stato pi un ricercatore ma, assieme a
lei, un custode.
Beh, vi lascio comment il professore allontanandosi; aveva notato l'intesa che si era subito
creata fra i due giovani.
C' una cosa che mi chiedo disse Lucio. Se la Citt eterna fosse stata fondata da Romolo
invece che da Remo, come si sarebbe chiamata? Romola?.
Non lo so, mi suona ridicolo.
Lucio rise; una risata serena come la nuova vita che cominciava.
...
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IL FONDATORE
62 a.C.: Se Catilina avesse vinto lo scontro con Cicerone Mario Farneti
Lucio Sergio Catilina (108-62 a.C.), patrizio romano di nobilissima origine, si oppose al potere
oligarchico per abbracciare la causa della plebe, senza rinnegare il legame con la tradizione e con i
valori morali dell'antica nobilt repubblicana. La Roma dei suoi tempi era dominata da una classe
dirigente corrotta, che difendeva i propri interessi, lasciando credere di tutelare il bene comune.
Tent la strada legale del consolato, ma gli fu. sempre sbarrata con trucchi e brogli. Decise
allora d'impugnare le armi contro quella classe dirigente che aveva calpestato ogni legalit. A capo di
un folto gruppo di congiurati, progett un vero e proprio colpo di Stato, forse la prima rivoluzione della
storia.
Il console Marco Tullio Cicerone, ottenuti i pieni poteri dal senato, denunci la congiura,
pronunciando la prima Catilinaria. Lucio Sergio Catilina fugg in Etruria, dove Caio Manlio, suo
luogotenente, aveva organizzato un esercito. A Roma, Lentulo, Cetego, Statilio e altri congiurati furono
arrestati e giustiziati nel carcere Mamertino, dopo un processo sommario. Catilina fu dichiarato nemico
di Roma.
Due eserciti marciarono contro il ribelle: il primo, proveniente da sud, comandato da Antonio
Ibrida, il secondo dalla Gallia cisalpina, guidato da Quinto Metello Celere. Catilina fu raggiunto
dall'esercito di Ibrida nei pressi di Pistoia e accett il combattimento, issando l'aquila di Caio Mario.
Affid l'ala sinistra a Manlio e l'ala destra a un soldato senza nome ricordato come il Fiesolano.
Lo scontro fu impari, ma i catilinari, appena tremila, combatterono con estremo coraggio, senza
indietreggiare n disertare. Caio Manlio e il Fiesolano furono i primi a cadere in battaglia. Sul punto di
soccombere, Catilina si gett nelfolto della mischia, cercando la morte.
Narra Sallustio che egli ...venne trovato lungi dai suoi fra i cadaveri dei nemici; respirava
ancora un poco ma gli si leggeva sul volto la stessa espressione di indomita fierezza che aveva da
vivo.
LUCIO LICATANI.
Una mattina di gennaio: un rettilineo d'asfalto cupo e vuoto imbiancato ai bordi dalla galaverna
e un vento gelido che spirava a folate, proprio nella direzione di marcia dell'autovettura, tanto che a
tratti sembrava quasi volerla sollevare da terra.
Non si vedeva la fine di quella striscia grigia, vomitata dalle nuvole basse che si congiungevano
con l'orizzonte. Forse quella strada era l'incantesimo di un genio beffardo che si divertiva a creare il
presente inventando dal nulla un cammino...
...Un cammino verso il nulla sussurr Lucio mentre si asciugava il sottile strato di sudore che
gli imperlava la fronte. I soliti disturbi neurovegetativi. Devo far finta di niente... e rimanere presente.
Presente... e poi devo smetterla di dormire solo tre ore per notte...
Maledizione a quel dannato sogno che mi perseguita!.
Vide di nuovo scorrere davanti agli occhi le sequenze allucinanti che ogni notte, da quasi un
anno, lo perseguitavano: uomini che si battevano con le spade in pugno, mucchi di cadaveri ricoperti di
sangue. Sentiva l'afrore ferrigno del sangue impregnare i polmoni e un dolore intenso, insopportabile al
fianco destro. E quell'uomo minaccioso, coperto da una lorica di cuoio, macchiata anch'essa di sangue,
che alzava la spada su di lui per spiccargli la testa dal collo. Poi pi nulla. Il sogno s'interrompeva e lui
si svegliava di soprassalto, zuppo di sudore, col cuore che sembrava uscire dallo sterno.
Men un pugno sul volante e la vettura sband. Un nodo gli sal in gola, ma non perdette il
controllo dell'auto, che sent di dominare pi del suo cuore tachicardico.
Perch su questa strada non passa mai nessuno? Hanno sprecato miliardi per la solita
cattedrale nel deserto! Chiss quante mazzette al metro sar costata?!.
La sua attenzione fu richiamata da un rombo sinistro che aumentava d'intensit, finch dalle
nubi spunt la sagoma di un gigantesco aereo da trasporto dell'aviazione militare coi carrelli gi fuori,
pronto per l'atterraggio sulla pista del vicino aeroporto.
La mole scura del velivolo si fece cos incombente che Lucio ne avvert lo spostamento d'aria e
abbass d'istinto la testa.
In quel momento percep un'improvvisa vibrazione in corrispondenza
del cuore. Rabbrivid: Ecco l'infarto! Ma no, cavolo,  il vibracall del telefonino. Non c' una
volta che non mi faccia venire un colpo, questa diavoleria!.
Premette il pulsante del vivavoce: Dottor Licatani?. Era la sua segretaria.
Che c' Melania?.
L'hanno cercata dal dipartimento.
Chi mi ha cercato?.
Lui. Lui in persona....
Rogne?.
Penso di s. Ha lasciato detto che c' una riunione ristretta tra due ore e vorrebbe che lei
partecipasse.
"Lui" era il ministro per la Storia patria. Il capo di uno dei quattro dipartimenti pi importanti
del governo federale. Lucio lavorava per lui da un paio d'anni come archeologo-investigatore,
impegnato in un vasto progetto di ricerca, finanziato con i fondi per le celebrazioni dell'Anno Duemila.
Dottore, dove si trova in questo momento? chiese la segretaria.
Sto passando davanti all'aeroporto militare. Esco al prossimo svincolo e mi dirigo subito al
dipartimento.
No. Non  l che deve andare.
Non  l? E dove allora?.
All'Antiquarium di Tarquinia. L'appuntamento  per le undici in punto.
QUO USQUE TANDEM...
L'Antiquarium di Tarquinia era una palazzina tozza dalle finestre quadrate e la facciata candida,
col peristilio all'interno e l'impluvio ornato sui lati da statue di ninfe in bronzo dorato.
Lucio not subito la figura robusta del ministro che, seduto su una panchina di travertino a lato
dell'impluvio, parlava ad alta voce, mentre il soprintendente alle Antichit dell'Etruria Randolfo
Giuliani, in piedi davanti a lui, annuiva senza rispondere.
Ruffiano leccaculo d'un Giuliani: debole con i forti e forte con i
deboli inve Lucio, mentre si dirigeva verso i due uomini.
Giuliani fece finta di non vederlo e continu a far cenno di s col capo, senza mai togliere lo
sguardo dal ministro che, con istinto felino, avvert subito la presenza alle sue spalle.
Lucio. Grazie di essere venuto. Volse appena il capo massiccio e brachicefalo verso di lui.
Penso tu conosca il soprintendente per l'Etruria, il professor Giuliani.
Certo, ci siamo gi incontrati una volta. Tese la mano verso Giuliani.
L'uomo gli lanci uno sguardo interrogativo: Quando?.
Cinque anni fa, mandai un curriculum vitae per un precariato di tre mesi come guida agli
scavi. Lei mi convoc, ma solo per informarmi che il suo organico era al completo....
S, forse, non ricordo bene... purtroppo, come sapr, il nostro bilancio non ci consente
assunzioni.
Lo so, professore, ne parlavo qualche giorno fa con Belli, il nipote del sottosegretario al
Tesoro.
Lei conosce il dottor Belli? chiese con malcelato stupore.
Certo, fece il colloquio una settimana dopo di me. E il mese successivo fu assunto....
La frase fu interrotta da un colpo di tosse del ministro, che aveva capito l'andazzo e non voleva
dare spazio alla vena polemica di Lucio:
Bene, fatte le presentazioni, veniamo al sodo. Si alz dalla panchina e si avvi verso una
porta con gli stipiti di ardesia scolpiti a cespi d'acanto, che immetteva in un locale dell'Antiquarium
mantenuto a temperatura e umidit costanti.
Seduta a capo di un lungo tavolo di noce scuro c'era la professoressa Lentini, responsabile del
dipartimento di Archeologia patria del ministero. Una trentacinquenne avvenente dall'intelligenza
vivace, che aveva fatto una carriera rapidissima. Per questo motivo si sussurrava da pi parti che fosse
l'amante del ministro.
La donna sollev il capo e si aggiust gli occhiali in fibra al carbonio sul naso sottile e regolare.
Buongiorno, Letizia, disse il ministro  tutto pronto?.
S, il materiale  gi qui, ministro, se vuole...
Certo, vogliamo vederlo subito.
La donna s'avvicin a un armadio blindato. Infil la chiave nella serratura e apr un pesante
sportello. All'interno, una teca di vetro contenente una pergamena.
Il testo  quasi illeggibile, ma siamo riusciti a evidenziarlo ai raggi ultra- violetti. Consegn
ai tre uomini altrettanti ingrandimenti a colori e un foglio dattiloscritto che conteneva la trascrizione.
Il ministro si sedette al tavolo e diede una scorsa veloce: Debbo premettere che il ritrovamento
 stato effettuato due mesi fa da una nostra unit speciale investigativa ed  per questo motivo che lei,
soprintendente, non  stato a suo tempo informato....
Giuliani scosse il capo, come a voler negare quello che invece appariva evidente da quel testo,
stilato nei caratteri in uso nel I secolo avanti Cristo.
Lucio fu subito catturato dal ritmo fluente e incalzante della prosa, tanto da non accorgersi di
leggere ad alta voce: Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste
tuus nos eludei? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te noctumum praesidium
palatii....
Non c' alcun dubbio lo interruppe Letizia, quasi disturbata dal silenzio che si era fatto
attorno a lui, si tratta proprio....
...della Prima Catilinaria! concluse il ministro.
Finalmente l'enigma  risolto! esclam Lucio.
Con fare dubbioso il soprintendente si pass la mano sulla barba sottile che gli incorniciava il
mento: Devo ammettere che l'ipotesi  verosimile, anche se saranno necessari ulteriori studi e
approfondite ricerche. Potrebbe trattarsi di un falso.
No, non credo sia un falso, anche se a molti non dispiacerebbe. Il ministro guard allusivo
verso Giuliani. Si trovava in una tomba etrusca, mai violata da ladri e tombaroli, sigillata dentro
un'anfora con altre tre pergamene che ora si trovano a Fiesole, presso l'istituto superiore per il
restauro.
Lucio non si lasci sfuggire l'occasione per sferzare quell'uomo odioso: Penso che dovr
rivedere un po' qualche sua pubblicazione, soprintendente, specialmente quella pi famosa.
Lucio si riferiva a una ponderosa ricerca finanziata dal ministero e
intitolata Le Catilinarie: un falso storico, che Giuliani aveva pubblicato di recente, come
studioso di spicco della folta schiera di cattedratici ortodossi che negavano la realt storica delle quattro
Catilinarie. In effetti, non c'erano notizie certe sulle quattro orazioni. Lo storico Sallustio era l'unico ad
averne riportato alcuni brani, peraltro assai controversi, che perci non avevano trovato gran credito
presso i suoi successori, specialmente Svetonio e Plutarco, che avevano accusato Sallustio di odiare
Catilina per questioni familiari. In giovent Catilina aveva infatti subito un processo, da cui era uscito
assolto, nel quale era stato accusato di aver sedotto la vestale Fabia, sorella di Terenzia, la moglie di
Cicerone, che dopo la morte del marito fu sposata in terze nozze proprio da Sallustio.
Non si preoccupi Giuliani punt furente gli occhi da crotalo contro Lucio, che sent un
brivido scendere lungo la spina dorsale, sono sempre stato uno studioso onesto e, se ho sbagliato,
sapr ammetterlo!.
Nessuno mette in discussione la sua onest di studioso, professore
intervenne il ministro, colgo anzi l'occasione per confermare l'apprezzamento del governo
federale per la sua meritoria attivit accademica. Ci non di meno, quanto contenuto in questa
pergamena riveste grande importanza, perch  un frammento della nostra storia pi antica, e si
riferisce agli eventi politici che dettero origine alla Federazione stessa. Non c' infatti storico al mondo
che non giudichi la rivoluzione di Catilina un evento epocale.
Certo, certo, ne convengo. Giuliani aggrott la fronte e per un attimo guard verso la finestra,
attratto da un raggio di sole, penetrato oltre la cortina greve delle nubi. Tutti noi dobbiamo per
prestare attenzione a un particolare: Cicerone fu nemico acerrimo di Catilina.
Tent con tutti i mezzi, leciti e illeciti, di fermare la sua politica riformatrice. Perci la
pubblicazione di un documento di questa portata potrebbe mettere in cattiva luce colui che, a ragione,
consideriamo il Fondatore della Repubblica. La vendetta di Catilina contro gli oppositori fu durissima:
Cicerone stesso fu strangolato nel carcere Mamertino. Il fatto che si ammetta l'esistenza delle orazioni
potrebbe crearci qualche imbarazzo, sia nei confronti dei partiti d'opposizione, sia in campo
internazionale.
Caro professore, la nostra  una democrazia collaudata perch  la
pi antica del mondo; perci non credo abbia nulla da temere dalla verit. E poi questo  un
problema d'altra natura. Di natura politica....
Il ministro lasci la frase in sospeso e gli lanci un'occhiata allusiva, come a dire: tu pensa a
fare il tuo lavoro e non t'impicciare di cose pi grandi di te.
Riprese quindi a parlare con pacatezza: Al di l dell'importanza storica del rinvenimento, che
non  stato ancora divulgato al pubblico,  necessario approfondire alcuni aspetti importanti.  proprio
l'approfondimento di questi aspetti che vorrei affidare al dottor Licatani. Prima di tutto la tomba. Si
tratta di un ipogeo risalente al I secolo avanti Cristo, anche se la foggia si rifa a modelli pi antichi, al
cui interno  stata rinvenuta l'anfora contenente le pergamene. Sarebbe particolarmente interessante
individuare a chi appartenesse questa sepoltura. Perci vorrei che il dottor Licatani la esaminasse, con
l'aiuto della dottoressa Lentini. Naturalmente lei, soprintendente, dovrebbe offrire tutto il supporto
tecnico necessario.
Sono a completa disposizione, signor ministro.
Bene, credo non ci sia altro da aggiungere. Fra una settimana mi far vivo per fissare un nuovo
incontro e fare il punto della situazione.
LA PORTA DELLADE.
L'autovettura di Lucio devi dalla provinciale e s'immise in una strada di terra battuta, che
saliva all'interno di una gola stretta fra due pareti di tufo. Cupe fenditure nella roccia conferivano al
paesaggio un'aria spettrale. Sembra l'anticamera dell'Ade osserv Lucio.
Forse lo  davvero rispose Letizia, mentre si riavviava i capelli rossi che le ricadevano sul
viso. Accosta, qui... non ti dispiace se ci diamo del tu, vero?. No, affatto, penso che ci faciliti la
comunicazione.
Letizia sorrise, poi indic un cartello: Proprio l davanti.
Lucio dette una scorsa alla scritta: "S.P.Q.R. - Demanio Federale -
Sorveglianza armata". Roba che scotta!.
 l'ingresso dell'Ade celi Letizia, non potrebbe essere altrimenti. Qui non c' anima viva.
Adesso che facciamo?.
Non ti preoccupare, credo ci stiano sorvegliando gi da qualche tempo: dobbiamo solo
attendere che qualcuno si faccia vivo. Intanto
tira fuori il tesserino d'identificazione.
Letizia aveva ragione. Dopo neanche un paio di minuti comparvero due agenti della vigilanza in
abiti civili coi giubbotti di pelle scura.
Controllarono i documenti e li accompagnarono nei pressi di una grotta adibita a deposito per le
attrezzature di scavo.
Speriamo che Clementi non tardi. Letizia dette un rapido sguardo all'orologio.
Chi  Clementi?.
 il responsabile della squadra investigativa che ha fatto la scoperta.
Ci condurr sul posto.
Non sono solito far aspettare la gente. Ciao Letizia!. Clementi comparve da dietro una catasta
di ponteggi metallici all'interno della caverna. Allora stavi l dietro a origliare....
No, stavo l dietro a fare il lavoro di una squadra di operai... che non esiste!.
Dai non fare il polemico, che quest'anno ci sei costato pi dei restauri del Campidoglio.
Qui il denaro non basta mai.  un pozzo senza fondo. In ogni caso non credo che il ministro
possa dirsi scontento dei risultati.
Non lo  affatto, per questo ha mandato me e... lui.
E chi  lui? disse brusco indicando Lucio.
 Lucio Licatani, del Programma speciale per l'Anno Duemila,  qui per esaminare la tomba e
per....
... per confezionare una versione plausibile, che rassicuri la gente e non la scuota dal suo
torpore.
Ecco riemergere l'anarchico barricadero. No, non siamo venuti per mettere censure, ma per
capire.
Voi magari siete in buona fede, ma chi vi ha mandato....
Non penso che il ministro ci abbia chiamato per soffocare tutta la faccenda. Sa che io non mi
presto a questi giochi. Altrimenti avrebbe mandato Giuliani ribatt Lucio.
Giuliani  sputtanato, tu no. Hai la faccia da persona per bene e sicuramente lo sei. Quelli l si
servono proprio della gente come te, per meglio coprire i loro intrighi. In ogni caso, bando alle ciance e
veniamo al dunque. Volete vedere la tomba? Allora, indossate tute e stivali e
seguitemi.
S'inerpicarono su un sentiero a strapiombo lungo la costa del canalone, fino a raggiungere un
piccolo spiazzo in cima a uno sperone roccioso sul quale si apriva l'ingresso di una caverna. All'interno
c'era un'angusta gradinata di una decina di metri ricavata nel tufo, che scendeva fino all'entrata di un
ipogeo.
Vado avanti io disse Clementi. Non temete, la tomba  perfettamente illuminata e l'aria 
tiepida. Non c' niente d'avventuroso.
Tutto previsto, come nei migliori thriller....
Clementi aveva ragione. La tomba non aveva un aspetto sinistro. Era anzi abbastanza normale,
salvo che per la ricchezza di decorazioni a rilievo, e composta di un solo ambiente nel quale era stato
deposto lo sconosciuto. Del corpo era rimasto appena qualche frammento d'ossa e la sagoma sfumata,
impressa sulla superficie del letto scavato nel tufo.
L'anfora contenente le pergamene era deposta proprio ai piedi della salma indic Clementi.
Che cosa mi dici degli altorilievi sulla parete di fondo? chiese Letizia.
Si tratta di divinit etrusche degli inferi: Vanth e Charun, due personaggi a dir poco
inquietanti, posti ai lati di quella che sembra la porta dell'Ade. Vanth, con le grandi ali e la lunga veste,
brandisce con una mano la fiaccola e con l'altra un fascio di serpi, mentre Charun, dal volto bestiale e
col copricapo a testa di lupo, impugna un martello. Al di l dell'emotivit che pu suscitare la loro
vista, direi che si tratta d'immagini abbastanza stereotipate.
Cos' quel rilievo sopra la porta?.
Forse  una semplice decorazione, ma  troppo danneggiato per consentirci di formulare
un'ipotesi. La tomba potrebbe appartenere a un magistrato, comunque un notabile, e quello essere
l'emblema della sua carica. Purtroppo non posso dirti nulla di certo, al momento. Abbiamo raccolto
alcuni frammenti di tufo caduti dal fregio e stiamo esaminandoli. Ho inviato le foto d'ogni singolo
pezzo all'elaboratore dell'istituto di restauro di Fiesole: chiss che non si riesca a ricomporre il
puzzle?.
Voglio vedere i frammenti chiese Lucio, quasi preso da un raptus.
Non c' problema. Sono ancora qui nella tomba. Serviti pure.
Clementi indic una cassa di legno lungo la parete appena dopo l'ingresso.
Lucio non indugi. All'interno erano deposte molte piccole tessere di tufo, alcune delle quali
conservavano ancora tracce di doratura; ma erano troppe e troppo minute per essere ricomposte in
tempi brevi.
Accidenti,  un rompicapo!.
Clementi lo guard con sufficienza, come a dire: e tu credevi che io ero pi fesso di te?
Lucio sbatt il coperchio con un gesto di stizza, ma in quel momento fu assalito ancora una
volta dal senso di malessere che lo molestava ormai da quasi un anno. All'improvviso le due figure di
dmoni sembrarono riprendere colore e animarsi, liberate dalla morsa del tufo.
Ecco, si scagliavano contro di lui, per rapirlo e condurlo nell'Ade. Vide ancora una volta la
spada luccicante sollevarsi in aria, pronta a spiccargli la testa dal collo. Il cuore gli sal in gola. Cerc
una via d'uscita, ma gli parve per un attimo di trovarsi in una stanza buia senza sbocchi. Vacill. Poi
sent la mano di Clementi appoggiarsi sulla spalla.
Claustrofobia, solo claustrofobia Non sei abituato alle tombe etrusche. Passer presto. Bevi
qui. Gli porse la borraccia. Lucio ingoi due sorsate d'acqua e subito sent una sensazione di frescura
salirgli dallo stomaco e il cuore riprendere il ritmo normale.
 tutto passato. Non sono le tombe etrusche, ma lo stress che ho accumulato negli ultimi
tempi. Superlavoro.
Siamo tutti, pi o meno, nelle tue condizioni, Lucio. Non crederti un marziano lo rassicur
Letizia.
Lasciarono la tomba nel pomeriggio inoltrato. Il sole era da poco sceso oltre l'orizzonte e, una
volta all'aperto, furono investiti dal vento freddo e sferzante che, insinuandosi con forza tra le forre,
generava un'angosciante litania. Lucio pos lo sguardo su un grosso cippo di pietra calcarea,
appoggiato alla parete tufacea, appena fuori della grotta.
 un elemento che non riusciamo a spiegare. Da quanto si pu evincere dall'iscrizione, sembra
si tratti di un cippo di confine.
Clementi illumin la pietra con la torcia elettrica e Lucio fece scorrere la mano da destra verso
sinistra, leggendo i caratteri etruschi: "Tul.
Spur. Fesu.", c' scritto cos.
Sembra l'abbreviazione di Tular Spumi Fesula, che significa
"confine della citt di Fiesole", ma sembra un'assurdit. Nessuno avrebbe mai messo una scritta
di questo genere all'ingresso di una tomba, n gli etruschi usavano segnare i confini civici sulle tombe.
Deve significare qualcos'altro, ma non ho sufficienti elementi per proporre una traduzione
diversa. Forse la soluzione si presenter all'improvviso, nel modo pi impensato, come accade spesso
in archeologia. Ammicc verso i due poi spense la torcia, senza dare tempo a Lucio di controllare
meglio.
 ora di rientrare al campo. Ho fatto preparare due alloggi nella baracca numero tre, quella
destinata agli ospiti. Dormirete l. Si cena alle 7 nella baracca centrale del campo, all'incrocio del cardo
col decumano. Siate puntuali.
L'INCANTADIAVOLI.
C'era appena una falce di luna calante quella sera, ma la sua luce era sufficiente a illuminare il
decumano, che Lucio stava percorrendo intabarrato in un giubbotto di montone. Il vento era diminuito
d'intensit e portava con s, dalle cime degli Appennini, il profumo pulito della neve. All'incrocio con il
cardo s'apriva uno spiazzo sul quale si affacciavano due piccole costruzioni affiancate: la prima era
un'edicola dedicata a Giove Ottimo Massimo, mentre la seconda una cappella sormontata dalla croce
cristiana. Sull'altro lato dello spiazzo una costruzione di laminato plastico e alluminio ospitava la
mensa.
Lucio entr e vide subito Letizia seduta a un tavolo, in compagnia di Clementi e di un
personaggio a lui ben noto. Si trattava di Biagio Piacenza, professore ordinario di Storia antica presso
l'Universit federale.
Penso conoscerai il professor Piacenza disse la donna.
Di fama. Credo di aver letto tutto quello che ha scritto negli ultimi tre decenni.  un gran
piacere per me incontrarla, professore.
Piacenza sembr colpito dalle parole di Lucio. Non era infatti solito ricevere testimonianze di
stima cos incondizionate, lui che era un personaggio assolutamente eterodosso e non schierato. Ci gli
aveva procurato non pochi problemi di carriera, ma la sua indole combattiva e la sua indiscussa
preparazione scientifica lo avevano comunque portato a emergere.
Questa sera ho fatto preparare per voi una cena speciale. Quindi siete dispensati dal fare la
coda al self service, come tutti gli altri... ma solo per questa sera sottoline Clementi, mentre faceva
un breve cenno a un inserviente.
Allora disse Piacenza, a cosa dobbiamo questa visita cos importante? Una "missione"
ordinata direttamente dal ministro non  cosa di tutti i giorni.
Beh, penso abbia sentito parlare delle Catilinarie, professore.
Ah s, certo. Le Catilinarie, una specie di "isola che non c'". E che molti avrebbero voluto
fosse rimasta tale, invece....
Invece pare che "l'isola" ci sia proprio.
Gi, come andavo predicando da circa mezzo secolo. All'inizio contro il parere di tutti, poi, col
passare del tempo, contro il parere di tutti... quelli che contano. Dico questo, perch, come ben sapr,
dottor Licatani, sono autore di molti libri divulgativi e debbo dire che i lettori di tutti i giorni, quelli non
paludati, col tempo mi hanno seguito sempre pi numerosi e hanno sostenuto le mie tesi. Presto
saranno felici di sapere che avevano avuto ragione, loro prima ancora di me, perch io ho sostenuto le
mie tesi con l'aiuto della scienza, mentre loro col solo aiuto del buon senso, quello che i miei oppositori
hanno dimostrato di non possedere.
Gi, il buon senso; certe volte se ne dimentica anche l'esistenza e invece pu essere la chiave
pi semplice per risolvere problemi complicati, magari come il puzzle della tomba delle Catilinarie.
Giusto, "la tomba delle Catilinarie", che ne dici Clementi di battezzarla cos? Non le avevamo
ancora dato un nome.
Clementi annu divertito dalla piega che stava prendendo la discussione.
Dunque continu Piacenza, mi parlava del puzzle....
S, dei frammenti del fregio sopra la porta dell'Ade.
Coi mezzi della scienza ci vorr molto tempo per capire di che cosa si tratta. Adesso per
voglio mettere un po' da parte il rigore scientifico e usare proprio il buon senso. Vediamo di analizzare
che cosa abbiamo trovato di strano in quella sepoltura: un'anfora contenente niente di meno che le
quattro Catilinarie. E chi mai poteva essere questo personaggio cui era stato fatto un dono cos
importante? Un amico di
Cicerone? Non credo. Non fu concessa nessuna sepoltura agli amici di Cicerone. Furono tutti
giustiziati insieme col loro capo e le ceneri disperse per ordine di Catilina. Allora non resta che l'altra
ipotesi: che si trattasse di un amico di Catilina. Un amico molto intimo, al quale lui doveva molto. Ma
anche gli amici di Catilina erano rimasti una sparuta schiera. Tutti giustiziati da Cicerone prima della
battaglia di Pistoia o morti proprio in quella stessa battaglia. Per una strana concomitanza, proprio
domani  il cinque gennaio, l'anniversario dello scontro da cui Catilina usc sconfitto e scamp
miracolosamente alla morte con un pugno di compagni, in circostanze non ancora chiarite. Ecco: io
penso che questo personaggio poteva appartenere a quel gruppo di scampati.
Dobbiamo cercare proprio tra loro, e cos il puzzle del fregio sar risolto.
Lei ha tracciato un cammino del tutto originale, professore: risolvere il puzzle del fregio...
lasciando che il fregio si ricomponga da solo!.
Beh, io la definirei un'ipotesi molto appetibile osserv Letizia.
Come la cena che vedo arrivare, si inser Clementi celiando, mentre il cameriere si
avvicinava con un portavivande colmo di ogni bendiddio.
Questo  "fiore di garo" della migliore qualit indic un'ampolla di vetro azzurrino col tappo
di ceralacca, proviene dalla Spagna. 
un'ampolla numerata. Bene, possiamo cominciare con pollo alle olive, insaporito con erbe
aromatiche, aceto, olio e miele, che ne dite? Oppure desiderate prima delle lattughe con porro, per
preparare lo stomaco?.
I commensali si scambiarono rapidi sguardi di assenso, poi Letizia si fece avanti: Penso che
siamo tutti d'accordo di tralasciare le verdure e cominciare subito col pollo.
Chi vuole, pu insaporire il pollo col fiore di garo. Servitevi pure
sugger Clementi, mentre rimuoveva la ceralacca dalla bottiglietta e annusava estasiato il
profumo che ne fuoriusciva.
Il cameriere cominci a mescere del vino di Albano tagliato con acqua di mare, che tutti
bevvero di buon grado. Poi port una grande teglia di zucche, con contorno di pesche in sciroppo,
datteri e miele, quindi della "patina" al dentice con salsa di ostriche e alcune salsiere contenenti
"ossimiele", "ossiporo" e "ossigaro".
Finirono di cenare con "minutale" di frutta, accompagnato da vino
mielato alla neve.
Ottima cena davvero, degna del grande Apicio si congratul Lucio.
Caro Clementi, nonostante la vena anarchica, ti dimostri molto legato alla tradizione... lo
pungol Letizia, stimolata e forse anche indispettita dall'indifferenza con cui l'uomo l'aveva sempre
trattata, dimostrandosi immune al suo indiscutibile fascino.
Forse perch tutti noi dobbiamo molto a un anarchico che si chiama Catilina; o sbaglio?.
No, non sbagli, e le quattro Catilinarie potrebbero venirti in aiuto....
Per questo motivo credo non saranno mai pubblicate!.
Ma s, stanne certo, Clementi! Te lo garantisco io. Il ministro  determinato a farlo. Non credo
che una democrazia antica come la nostra debba avere paura del passato.
No Letizia, non si tratta di un piccolo episodio del passato ma delle fondamenta stesse della
nostra democrazia. Nelle Catilinarie Cicerone descrive il suo avversario come un poco di buono, un
avventuriero, donnaiolo e crapulone, senza regole morali e assetato di potere. Tutto il contrario di ci
che si dimostr: Catilina fu invece un uomo integro, completamente diverso da quelli che ci governano
oggi. Un uomo che ebbe il coraggio di remare contro corrente, in un momento in cui la morale pubblica
era in completa dissoluzione. Di solito i sognatori come lui, quelli che antepongono i valori della
dignitas alla logica dell'ambizione e del denaro, sono destinati alla sconfitta. Catilina invece usc
vittorioso, contro ogni previsione, ma le stragi causate dalla rivoluzione furono cos vaste e profonde
che egli dovette rifondare tutta la societ di sana pianta.
Io non so immaginare in quale mondo vivremmo ora, se Cicerone avesse vinto comment
Piacenza. Certo, la societ di allora sarebbe potuta regredire verso forme autoritarie di governo. In uno
studio che pubblicai in giovent e che pochi ricordano, ipotizzai la sconfitta di Catilina e il possibile
ritorno dello Stato romano alla monarchia per mano di Cesare, con esiti catastrofici per la storia
dell'intero Occidente.
A cominciare dal fatto che la mancata soppressione della schiavit non avrebbe condotto allo
sviluppo della tecnologia, come invece avvenne.
In tempi abbastanza brevi, lo Stato romano si sarebbe dissolto e a ci sarebbe seguito un
lunghissimo evo d'instabilit e di regresso in ogni
campo dello scibile umano. Al tempo, per, nessuno prese in considerazione il mio studio, che
fu considerato alla stregua dell'esercitazione, un po' bizzarra, di un neolaureato. Non c' motivo di
escludere che Catilina possa aver pensato, anche per un solo attimo, di autonominarsi dittatore a vita.
Chi glielo avrebbe impedito? Invece si limit a eleggere dei decemviri, con mandato biennale, che
curassero la redistribuzione delle terre alla plebe affamata e ridotta alla miseria dai latifondisti, dagli
strozzini e da quella congerie di affaristi e speculatori senza scrupoli dei quali Cicerone era il portavoce
e il difensore.
Cancell il settantacinque per cento dei debiti e....
...e istitu un tribunato per le donne, caro Piacenza, non se lo dimentichi lo interruppe Letizia.
Fu questa la pi grande novit, la vera svolta epocale. Per la prima volta nella storia fu data
rappresentanza politica alle donne, e non solo. Non pago di questa prima innovazione, Catilina si
rivolse a coloro ai quali fino allora non era stata neanche riconosciuta la dignit di esseri umani: gli
schiavi.
Con la Lex Sergia de servis fu avviato il processo di graduale soppressione della schiavit,
perfezionatosi due secoli dopo, quando il nostro ordinamento recep i princpi cristiani. Catilina rifiut
onori e ricchezze e, dopo aver restaurato la repubblica, si ritir a vita privata in una piccola tenuta
nell'isola d'Ischia, accettando solo il titolo onorifico di Fondatore della Repubblica. Per allontanare da
s qualsiasi sospetto di mire autoritarie, stabil che la Prima lex, stilata di suo pugno, fosse promulgata
solo dopo la morte.
Clementi rise sardonico: La conosciamo tutti la storia, amica mia, e sappiamo che la Prima lex
 un monumento insuperato del Diritto romano e il fondamento stesso del nostro Stato. Conosciamo
per, ancora meglio, la propaganda che specula su di essa... Ma dimmi un po'
Letizia: pensi che i politici che coprono i propri maneggi facendosi schermo della virtus
catilinaria accetteranno mai la pubblicazione delle orazioni pronunciate da Cicerone contro il
Fondatore? T'illudi forse che le Catilinarie saranno declamate ai piedi della statua di Catilina sull'Altare
di Roma in Campidoglio?.
Non ritengo si arriver a questo, perch non c' motivo di enfatizzare un avvenimento che
nasce da una prassi quasi normale in politica: diffamare l'avversario. E non credo neanche che le
pergamene saranno bruciate. D'altronde, se  vera l'ipotesi del professor Piacenza, non lo fece neanche
Catilina, che invece di distruggerle le consegn a
un amico fidato.
Ipotesi, solo ipotesi... Dove sta la verit?.
Forse oltre quella porta. Piacenza non fin di pronunciare queste parole che gi si era pentito
d'averle dette.
Ma Lucio non si lasci sfuggire l'occasione: Quale porta?.
La porta dell'Ade, sulla parete di fondo della tomba, naturalmente.
Oltre quella porta c' soltanto tufo, tufo e tufo. Non c' altro, Piacenza! esclam Clementi con
sarcasmo.
Piacenza sorrise, poi si sfil gli occhiali e pul lentamente le spesse lenti con un tovagliolo.
Hai visto quei due personaggi a guardia della porta?.
Mostri per spaventare i gonzi sottoline Clementi.
Io direi meglio: mostri per ingannare i gonzi, compresi quelli con tanto di laurea....
Che cosa intendi dire? Spiegati.
Che quei due personaggi, Vanth e Charun, stanno a guardia della porta, perch ne hanno anche
le chiavi. E queste sono spiattellate davanti agli occhi di tutti, cosi evidenti... che nessuno le vede!.
Non c' bisogno di avere le chiavi della porta dell'Ade. A chi  vivo non interessa andarci, chi
 morto, invece, ci va subito.
Sempre che quella sia solo la porta dell'Ade e non un'altra porta, per esempio la porta della
Sapienza, o meglio, della scienza sacra etnisca: la Disciplina.
Non c' nessuna prova concreta circa l'esistenza di questa presunta Disciplina.
Come non ce nera per le Catilinarie. Il fatto che non esistano documenti su di un evento, non
significa che l'evento non sia mai accaduto....
Va bene, va bene, ricordo il ritornello. Allora, tagliamo corto e dicci quali sono queste chiavi,
se mai le conosci.
Credo sia interessante fare riferimento alla simbologia alchemica, prestando attenzione agli
strumenti tenuti in mano dai due dmoni.
Allora: Vanth, creatura alata, stringe una fiaccola e delle serpi, mentre Charun, divinit
sotterranea, un martello. Vanth rappresenta ci che  volatile, mentre Charun ci che  fisso. Il martello
di Charun serve per
spezzare un involucro duro, dal quale dovr essere estratto ci che  volatile, e che pu dare sia
sapienza - le serpi - sia luce spirituale - la fiaccola. Fatta quest'operazione, si potr oltrepassare la
porta.
Hai spiegato tutto e non hai spiegato niente, amico mio. Clementi scosse la testa.
Ho dato una spiegazione pi plausibile della vostra, che parlate solo di riti superstiziosi e senza
senso. Non erano poi cos scemi, gli etruschi. Vuoi che vada pi avanti nella spiegazione?.
Vai avanti, se ci riesci.
Allora: Charun, dal volto bestiale, rappresenta il subcosciente, l'ignoto, l'irrazionale, ci che 
sedimentato sotto la nostra coscienza e che noi preferiamo far finta di ignorare, perch sfugge al nostro
controllo. Per liberare queste forze primordiali  per necessario un atto violento, che spezzi l'involucro
dell'io profondo e che ci faccia evolvere. Il martello rappresenta proprio questo atto violento.
L'involucro del subcosciente si spezza e le forze si liberano: da fisse diventano volatili, come
Vanth, e rischiano di sfuggire al nostro controllo e di travolgerci ma, con l'opportuna iniziazione,
possono essere dominate e convogliate a nostro vantaggio. I serpenti di Vanth simboleggiano proprio
l'iniziazione che porter all'illuminazione, rappresentata dalla face ardente. Dopo questa fase, l'essere
umano diviene perfettamente consapevole di s e pu accingersi a varcare la porta della Disciplina, che
si dischiuder all'istante.
Niente male come spiegazione alchemico-psicanalitica, comunque resta tutto da provare e
forse non sar mai provato.
Questo dipende da noi. Ogni soluzione risiede dentro di noi. Non dobbiamo cercare fuori ma
avere il coraggio di immergerci in noi stessi, superando la paura dell'ignoto.
La sala della mensa si era intanto svuotata e gli inservienti si affaccendavano nelle operazioni di
pulizia e di riordino.
Penso sia ora di andare disse Lucio, altrimenti ci cacciano fuori in malo modo.
S, e poi si  fatto tardi.  ora di coricarci. Domattina ci aspetta una levataccia conferm
Clementi.
La baracca numero tre era molto accogliente e ben riscaldata. Ogni stanza da letto era dotata
d'impianto stereofonico e televisore satellitare.
Lucio salut Letizia sulla porta della stanza di lei.
I discorsi del professor Piacenza mi hanno molto turbato, forse perch sto passando un
momento particolare della mia vita.
Stiamo tutti passando momenti particolari, Lucio. Il nostro tipo di societ ci porta a consumare
energie psichiche molto pi dei nostri antenati, che erano alle prese con i problemi della sopravvivenza
quotidiana. Piacenza lo sa bene e si serve di certi argomenti per far colpo sulla gente. Se vuoi un
consiglio, metti una tara su tutto quello che ha detto e... buonanotte!.
Letizia chiuse sbrigativamente la porta in faccia a Lucio, senza che questi avesse il tempo di
replicare.
Entr nella sua camera, si sedette a una comoda poltrona con lo schienale reclinabile e azion il
telecomando del televisore. Dette una scorsa ad alcuni canali satellitari in lingua celtica, poi si
sintonizz su una stazione televisiva di Nova Atlantica, la metropoli pi grande della Libera unione
d'Occidente, che sorgeva su alcuni isolotti in una baia allo sbocco del fiume Aureliano. Era stato
Manlio Cristoforo Aureliano, lo scopritore del Nuovo Continente, a dare il nome a quel fiume, cinque
secoli prima.
Sentiamo che cosa dicono questi coloni! esclam incuriosito.
La cosa che lo divertiva di pi non erano tanto le notizie che provenivano da oltreoceano, ma la
lingua e la pronuncia: un misto di neolatino e di celtico.
Rise di gusto ascoltando il telegiornale pronunciato in quell'idioma curioso che a tratti
raggiungeva apici di comicit per i giochi di parole e gli equivoci che involontariamente si creavano.
Lucio si era quasi assopito, tanto che non sent i primi due tocchi sull'uscio della camera. Al
terzo tocco drizz la schiena di scatto: Chi ? chiese con la lingua impastata.
Sono io, Piacenza.
Apr subito la porta: Professore, non mi aspettavo questa sua visita....
Piacenza sorrise sornione: Durante la cena lei ha parlato poco, ma, nonostante ci, ho
percepito l'eco delle sue domande e dei suoi dubbi.
Ha ragione, professore, le tesi da lei sostenute mi hanno colpito profondamente.
Allora ascolti. Devo aggiungere un'altra cosa importante, che ho taciuto durante la cena e che
anche Clementi ha pensato bene di non rivelare: sotto quello sperone di roccia c' una piccola valle non
visibile da lass. Il suolo  sempre caldo e da sottoterra fuoriescono vapori. La gente l'ha battezzata,
ormai da secoli, "Incantadiavoli".
Superstizioni....
Non ne sono certo. Per tradizione l'"incantadiavoli"  un mago molto potente, forse in origine
si mescola con la figura dello sciamano.
Con molta probabilit, ai tempi degli etruschi quel luogo era destinato alla divinazione. Lo
sciamano si serviva delle esalazioni di vapore naturale che fuoriescono dal terreno per entrare in trance
e accedere con pi facilit all'"altra dimensione". Forse la tomba apparteneva proprio a uno sciamano.
Se  convinto di ci che afferma, mi ci porti subito! Lucio pronunci queste parole prima
ancora di avere la percezione d'averle pensate.
A quest'ora, col freddo che c' fuori... Siamo ai primi di gennaio!.
Il quattro di gennaio, professore, il giorno precedente la battaglia di Pistoia. Non riuscirei in
ogni caso a chiudere occhio questa notte.
Riguardo al freddo non c' problema. Mi coprir bene. Prese dall'armadio il giubbotto di
montone, una cuffia di lana e una pesante sciarpa: Sono pronto.
Piacenza non pot che acconsentire. D'altronde, era stato lui a provocarlo.
L'anziano professore, seguito da Lucio, si faceva strada tra i cespugli rinsecchiti illuminando il
cammino con una torcia elettrica.
Dopo un paio di chilometri il sentiero prese a scendere, fino a interrompersi all'inizio di uno
slargo argilloso.
Questo  l'Incantadiavoli, se prova a toccare per terra sentir il calore che sale dal sottosuolo.
Lucio obbed e appoggi il palmo della mano sul terreno.
 vero: scotta. Questo luogo galleggia sull'inferno!.
L'acqua calda scaturisce continuamente da sottoterra. LI ci saranno almeno ottanta gradi.
Indirizz il raggio di luce verso una pozza d'acqua dal fondo argilloso dalla quale si sollevavano densi
vapori.
 odore di zolfo!.
S; dicono che questi fanghi siano un toccasana per l'artrite. Dovr provarli, uno di questi
giorni. Poco pi avanti c' una grotta. Penso che l'incantadiavoli, o meglio lo sciamano, attendesse qui
la trance. In alto, sul costone, c' un'altra grotta. Chiss se  stata mai abitata?.
Lucio non lasci Piacenza terminare la frase, che era gi entrato nella grotta e si era seduto al
centro con gli occhi chiusi, nell'attesa di un evento soprannaturale.
Non credo funzioni esattamente cos.  probabile che gli sciamani sciogliessero qualche
particolare sostanza allucinogena nelle pozze d'acqua. Appena l'atmosfera si saturava, iniziavano il
viaggio fuori del corpo.
Forse non usavano alcuna polvere magica. Lucio s'inginocchi ai bordi della pozza d'acqua
ed estrasse di tasca un piccolo kit da campeggio, da cui selezion il cucchiaio, che riemp d'acqua
calda.
Soffi finch l'acqua non si stemper e bevve. Fa schifo,  zolfo puro... No, non funziona.
Allora proviamo cos. Affond il cucchiaio nell'argilla che ricopriva il fondo, lasci che la sostanza si
stemperasse, poi chiuse gli occhi e l'ingoi.
Ebbe solo il tempo di vedere l'espressione allibita sul volto di Piacenza, poi un velo nero si pos
sugli occhi.
Si ritrov proiettato all'interno della tomba dello sconosciuto, senza pi corporeit, preda di
forze oscure e incontrollabili. La porta scolpita sulla roccia dell'ipogeo cambi colore e consistenza,
mentre le due immagini di dmoni divennero all'improvviso reali. Lucio fu colto dal terrore e tent di
schermirsi con le braccia ma inutilmente, perch i due dmoni si avventarono su di lui e lo ghermirono
spingendolo con violenza verso la porta. Lucio si aspettava di urtare contro la roccia, invece si trov
proiettato in un universo colmo di luci e colori. Comete dalle code cangianti attraversavano uno spazio
senza confini che pullulava di stelle e galassie di varia grandezza dai colori smaglianti, che si
esaltavano deflagrando in miriadi di supernove. Avvert una sensazione di pace e d'appagamento e
sper di rimanere in eterno in quel luogo, al di fuori del tempo e dello spazio, in un eterno presente.
L'eterno presente, intu che questa frase non proveniva dalla sua mente ma da un'entit
occulta che gliel'aveva suggerita. L'eterno presente, un pensiero incalzante, che si sostituiva a ogni
altro pensiero,
invadeva il suo essere e cresceva al pari della luce di una piccola stella che, ferma di fronte a
lui, diventava sempre pi grande e accecante, fino a impadronirsi di tutto l'universo e del suo stesso
spirito. Luce, solo luce. La sua mente era vigile e consapevole di s e non solo di s, ma anche di un
mondo ignoto che stava per rivelarsi. Dalla luce emerse il suo volto, come dalla superficie di uno
stagno e, vicino, quello di un altro uomo, col capo cinto dalla corona laurea. Lo riconobbe subito,
sebbene l'iconografia ufficiale ne avesse mutato nei secoli alcune fattezze: era Lucio Sergio Catilina, il
Fondatore. Poi il volto dell'uomo si fuse con il suo e divenne una cosa unica. Solo allora comprese ogni
cosa. Non poteva pi tornare indietro...
LUCIO CATILINA.
Lucio aveva lasciato il cavallo alla fine del viottolo e aveva raggiunto la cima della rupe,
seguito da un uomo che indossava una corazza di cuoio intrecciato, rinforzata da borchie di bronzo. Un
legionario stese il braccio a indicargli le schiere dell'esercito di Antonio Ibrida che muovevano verso il
centro della vallata. Al suono delle bccine le coorti marciavano per raggiungere il posto loro assegnato
nello schieramento.
Si preparano alla battaglia. Dobbiamo attirarli in un terreno favorevole. Antonio non ha mai
dimostrato doti di grande stratega e non ha coraggio da vendere. Cercher di sopraffarci col numero,
rischiando il meno possibile. Tu, Fiesolano, comanderai l'ala destra disse Lucio rivolto all'uomo
Manlio terr l'ala sinistra.
Il Fiesolano lo guard sorpreso. Non avrebbe mai pensato che un giorno Catilina gli avrebbe
affidato un incarico cos importante. Lui che fino allora non aveva avuto diritto ad alcun nome, se non a
quello di Spurius Faesulanus, il marchio della sua nascita illegittima.
Spurio proveniva dall'Etruria ed era stato acquistato come schiavo proprio da Catilina, vent'anni
prima, ancora dodicenne, e aveva seguito il suo padrone in giro per il mondo: prima in Macedonia poi
in Africa, dove Catilina era stato governatore. Dopo il ritorno dall'Africa Catilina lo aveva affrancato,
lasciandolo tornare alla sua terra d'origine, dove gli aveva donato un piccolo podere nei pressi di
Fiesole.
Catilina gli pos la mano sulla spalla e lo fiss dritto negli occhi: era giunto il momento della
verit. Sapeva di poter contare su di lui. Si
accingeva ad affrontare l'esercito romano, come nemico della patria, quell'esercito che gli era
stato mandato contro da colui che invece, qualche giorno addietro, era stato nominato Padre della
patria: Cicerone, baro e codardo.
Un provinciale afflitto da complesso d'inferiorit verso ci che Catilina rappresentava: l'antica
aristocrazia romana, la tradizione, la repubblica.
Si sofferm ancora qualche attimo a osservare le cime dell'Appennino coperte di neve, e sopra,
cumuli di nembi candidi, che si elevavano giganteschi fino agli estremi confini del cielo.
Stavolta Dio Padre mander i giganti a salvare Roma. Eccoli, sono proprio sopra di noi. Ci
osservano e attendono il momento giusto per intervenire e renderci giustizia.
Respir profondamente, poi si volse verso il viottolo e lo ridiscese con grande agilit, seguito
dal legionario. Risal a cavallo e raggiunse il suo esercito schierato in quella stretta radura, sotto la
rupe.
Procedette verso il centro dello schieramento dove lo attendeva il signifero, che impugnava
l'insegna appartenuta a Caio Mario: l'aquila d'oro con le ali spiegate. Una reliquia alla quale egli teneva
pi d'ogni cosa al mondo e di cui andava fiero, perch rappresentava il simbolo del comando e insieme
dell'autorit di Roma.
Stese il braccio destro davanti a s nel gesto dell'adlocutio e cominci a parlare.
Pronunci un discorso accorato. Non c'era per lui altra via d'uscita che il combattimento. I
viveri scarseggiavano e due eserciti erano pronti a sbarrare loro il passo, sia verso Roma sia verso la
Gallia.
Ricord ai suoi che stavano combattendo per la patria, per la libert, per la vita, mentre i nemici
per lo strapotere di pochi e li incit:
Piombate loro addosso con tanta pi audacia, memori dell'antica virt.
Poi concluse: Se la sorte sar malignamente contraria al vostro valore, fate s di non morire
invendicati, di non lasciarvi catturare e massacrare come bestiame. Combattete invece da forti e lasciate
al nemico una vittoria che costi lacrime e sangue!.
Fece ritirare i cavalli dal campo e scelse di combattere a piedi.
Ecco i nemici muovere loro contro. Un improvviso luccichio su tutta
la linea del fronte indica che le spade sono state sguainate. Alla testa dell'esercito, per, non c'
Ibrida. Publio Sestio, l'uomo mandato da Cicerone, la sua longa manus, non si fida di lui a causa
dell'antica amicizia con Catilina e lo costringe con un pretesto a rimanere nell'accampamento. A
guidare l'attacco c' Marco Petreio, vecchio soldato, rude e senza scrupoli.
Catilina schiera in prima linea le otto coorti meglio armate, le altre dodici di rincalzo, poi leva il
braccio in segno di saluto, prima verso Manlio, poi verso Spurio Fiesolano. Raccoglie intorno a s la
guardia scelta e si piazza tra la prima e la seconda linea, all'ombra dell'aquila di Mario.
Che gli di ci siano propizi! grida sguainando la spada, imitato da tutto l'esercito.
 il segnale dell'attacco. Le prime linee si lanciano contro l'esercito di Petreio, dapprima al
passo, poi di corsa. Si fermano all'improvviso e lanciano i giavellotti verso i nemici che hanno anch'essi
iniziato l'avanzata. L'armata di Petreio risponde al lancio. Gi si contano i primi caduti. La foga con cui
gli uomini di Catilina conducono il combattimento prende di sorpresa il nemico, che per un attimo
vacilla, ma poi, rincuorato da Petreio, si riprende e contrattacca con ferocia.
Catilina coi fedelissimi si lancia nella mischia, l dove la necessit del momento lo richiede. I
suoi soldati non indietreggiano di un palmo, anzi si aprono sanguinosamente la strada tra le coorti
nemiche.
Lo scontro rimane a lungo incerto. Petreio decide allora di gettare nella mischia le truppe scelte:
le coorti pretorie, tenute di riserva fino a quel momento. L'urto  violentissimo, specialmente nelle ali,
che cominciano a cedere. Manlio che si era spinto troppo avanti,  circondato da un nugolo di nemici.
Si batte come un leone,  ferito ripetutamente ma si rialza ogni volta e torna a cimentarsi. Non pu per
evitare la fine. Un fromboliere lo colpisce al capo con un proiettile che gli perfora l'elmo. Manlio cade
in ginocchio, mentre le lance di un nugolo di legionari lo trafiggono pi e pi volte, quindi un
centurione lo decapita e inasta la testa sulla picca. A quella vista i suoi uomini, gi decimati, vacillano.
Inizia la carneficina.
Anche all'ala destra si aprono ampi vuoti e Spurio Fiesolano non riesce a contenere il numero
soverchiante degli attaccanti. Egli stesso  ferito al braccio sinistro e al volto, ma mostra di non
avvedersene e
incita i suoi a resistere. La situazione per  disperata. Si accorge all'improvviso di avere
intorno a s solo mucchi di cadaveri. I pochi sopravvissuti, coperti di ferite, si gettano sulle proprie
spade piuttosto che cadere prigionieri.
Un paio di cavalieri si dirigono verso di lui urlando con le spade sguainate, ma Spurio ha il
tempo di raccogliere un giavellotto e di colpire il primo. Non riesce a fermare il secondo che lo
travolge col cavallo. Cade supino tra i cadaveri che coprono completamente il terreno. Il cavaliere si
ferma, impenna il cavallo e punta verso di lui per finirlo, ma egli scansa il colpo e riesce a disarcionare
l'avversario colpendolo alla schiena col pugnale. L'uomo lancia un grido disperato e cade a terra
moribondo. Spurio non si attarda a dargli il colpo di grazia, s'impadronisce invece del cavallo e salta in
groppa, allontanandosi velocemente tra lo sconcerto dei legionari di Petreio. L'aquila dorata svetta
luccicante dove la mischia  pi accanita.  l che deve accorrere, al fianco di Catilina e morire con lui.
I nemici si rovesciano verso il centro dove i catilinari tentano l'ultima disperata difesa, ma il
numero  soverchiante e sono falcidiati.
Intorno a Catilina si fa velocemente il vuoto, nonostante egli non abbia dato cenno di
cedimento, ma sia penetrato in profondit nelle schiere nemiche. Il suo capo dalla chioma scura e
rasata, simbolo dell'antica nobilt, spicca altero nella mischia. Il signifero viene massacrato da un
gruppo di pretoriani che non smettono di inveire su di lui neanche dopo morto, l'aquila di Mario cade a
terra, e si macchia del sangue dell'uomo. Un pretoriano l'agguanta, ma Catilina se ne avvede e gli
trapassa lo sterno con un colpo di spada, poi tenta di riprendersi l'insegna, ma avverte un dolore
improvviso e lancinante al fianco destro. Sente che le forze lo abbandonano, tenta di voltarsi per colpire
il pretoriano che gli sta alle spalle, ma la spada gli sfugge di mano e vola via. Cade a terra, coperto di
sangue: la fine  vicina. I pretoriani si fermano all'improvviso e fanno cerchio intorno a lui. La schiera
si apre, ma solo per lasciar passare un uomo che lui conosce bene:  Marco Petreio, che indossa una
lorica di cuoio scuro, macchiata di sangue. Ha in testa un elmo di ferro sovrastato da un cimiero rosso
porpora. Se lo toglie e lo getta rabbiosamente in terra, poi scende da cavallo e si abbassa su di lui: La
mala pianta  finalmente estirpata gli sussurra all'orecchio, non avrai n discendenza, n memoria.
Nessuna tomba accoglier le tue spoglie. Il tuo nome sar dimenticato per sempre e le
tue ceneri sparse al vento. Due pretoriani afferrano Catilina per le spalle e lo costringono in
ginocchio, mentre Petreio alza la spada verso il cielo: Cos muoiono i nemici di Roma!.
L'arma sta per fendere il collo di Catilina ed egli conta gli attimi che lo separano dall'Ade. Ma
uno sfolgorio improvviso sovrasta la figura di Petreio. L'uomo vacilla. Dal capo esce copioso un fiotto
di sangue.
Lancia un grido disperato e cade esanime a terra. Catilina vede le ali dorate dell'aquila di Mario
attraversare il cielo sopra di lui, dopo aver percosso la fronte del nemico. Forse i giganti mandati da
Dio Padre sono davvero scesi dall'Olimpo per combattere al suo fianco, ma non ci sono giganti l
intorno, c' solo un uomo a cavallo che innalza l'insegna sfolgorante di Mario.
Spurio, amico mio sussurra Catilina con un filo di voce. L'uomo allunga il braccio verso di
lui e lo aiuta a salire in groppa. I pretoriani, smarriti per l'azione fulminea e per la morte improvvisa del
generale, non reagiscono, anzi indietreggiano quando un gruppo sparuto di catilinari superstiti si fa
avanti con le armi in pugno.
La battaglia  perduta, ma Catilina  salvo. Con una ventina di fedelissimi abbandona lo scontro
e trova rifugio sull'Appennino.
Sul campo giacciono i corpi esanimi di quasi tutti i suoi legionari, feriti al petto e morti nello
stesso posto che occupavano da vivi.
LETERNO PRESENTE.
Catilina aveva perso molto sangue e la ferita al fianco era profonda.
Spurio lo port nel fitto di una foresta che si estendeva in una gola tra due monti. La notte era
calata in fretta e dal cielo cominciava a cadere un nevischio gelido e sferzante. Catilina cominci a
tremare colto da una febbre violentissima. I suoi uomini erano stretti intorno a lui pronti a sacrificare la
vita, come avevano gi fatto tutti gli altri. Ma in quel momento non potevano nulla, se non fare da
schermo al freddo coi loro corpi. Il cavallo, ormai sfiancato, lanci un ultimo nitrito e stramazz a
terra. Gli di sembravano averli abbandonati: presto la neve e il gelo li avrebbero sopraffatti e le loro
povere ossa sarebbero riemerse in primavera a imbiancare i prati del sottobosco.
Forza, verso quel costone roccioso, ci protegger dalla tormenta, dobbiamo riuscire a superare
la notte incit Spurio.
Raggiunsero il costone aprendosi la strada tra i rovi con le spade.
Tu, Decio, taglia alcune frasche. Creeremo un riparo per Catilina e lo riscalderemo col calore
dei nostri corpi: non abbiamo alternative.
Decio, il centurione, aiutato da un paio d'uomini ancora in forze, radun pi frasche che pot e
apprest un precario riparo.
Nevic tutta la notte e solo verso l'alba ci fu un attimo di tregua. La neve aveva ricoperto
completamente il rifugio di frasche e il gelo si era gi impadronito delle membra di Spurio, quando
questi sent la punta di un bastone colpire pi volte la borchia di bronzo che gli proteggeva il torace.
La scans pi volte, finch sent una mano agguantargli il braccio.
D'istinto cerc l'elsa della spada, ma subito desistette.
Davanti a lui c'era un vecchio coperto con un mantello lungo fino ai piedi, col cappuccio che gli
nascondeva il volto e lasciava intravedere solo la folta barba bianca.
Che cosa cercate qui, Romani?.
Siamo scampati alla battaglia, abbiamo con noi un ferito grave.
Spurio indic Catilina, ormai privo di conoscenza, steso alla base della parete di roccia e
ricoperto di frasche e foglie secche.
Decio, che era presso di lui, scosse il capo sconsolato: non c'era pi niente da fare. Il vecchio
per non sembr condividere la sua opinione.
Dopo aver liberato il corpo dall'effimera coltre, gli pose la mano destra sulla fronte e gli sollev
le palpebre. Infine, con un gesto deciso, gli apr la bocca e infil un dito in gola. Catilina ebbe un
improvviso sussulto e vomit un grumo di sangue scuro, poi si chet nuovamente.
 ancora vivo, ma non per molto. Dovete portarlo a casa mia.
A casa tua, dove? E poi... tu chi sei?.
Sono Vel Aufidio, l'augure. La mia dimora  poco distante da qui
apr il mantello e mostr con fierezza il lituo di bronzo che teneva fissato alla cintura della
tunica, simbolo del suo rango.
Spurio non ebbe esitazioni e comand ai compagni di sollevare il corpo di Catilina, mentre il
vecchio li precedeva tra la neve con sicurezza, come se i suoi occhi avessero la capacit di scrutare il
sentiero oltre la spessa coltre che lo ricopriva.
Giunsero ai piedi di una rupe nella quale si apriva una stretta fenditura. In quel luogo la neve
non si era depositata a terra, nonostante
cadesse copiosa. Acque sulfuree emergevano dal sottosuolo liberando nell'aria alti sbuffi di
vapore.
Qui il freddo non prevale mai e la caverna  molto pi ampia e accogliente di quanto sembri da
fuori. Vi troverete anche del cibo: fate come a casa vostra.
 questa la tua dimora? chiese Spurio.
No, io abito lass. Indic un'apertura a met del costone roccioso.
E come fai ad arrivare fin l? Per caso sai anche volare?.
No, ma so usare molto bene la cosa pi preziosa che abbiamo....
Cio?.
Il cervello!.
Afferr una corda legata ad un ramo di quercia e la sciolse. Un rumore ritmico precedette la
discesa di un carrello, collegato a un sistema di contrappesi, che si ferm a poca distanza dal suolo.
L'augure vi balz dentro: Se voi Romani utilizzaste di pi il cervello, potreste fare a meno degli
schiavi.... Tir ancora una volta la corda e il carrello sal lentamente fino a raggiungere lo stretto
ballatoio di legno davanti all'accesso della grotta.
Adesso mandatemi su il moribondo. Tu Spurio puoi venirlo a trovare domattina. Ma solo tu.
Vel distese Catilina sulla nuda roccia. Attizz il focolare che ardeva al centro della grotta e vi
mise ad arroventare alcuni strumenti di ferro.
Poi liber Catilina dalla corazza per esaminare la ferita sul fianco destro. Una punta di lancia,
conficcata nella zona lombare, fuoriusciva a lato dell'addome.
Forse non ha toccato nessun organo. Se  cos, te la puoi cavare
disse Vel, sempre che il tuo corpo riesca a riprodurre tutto il sangue che hai perso, amico
mio... C' una sola cosa da fare.
Prese dalla brace uno specillo rovente, aspett un attimo che si stemperasse all'aria, quindi lo
introdusse nella ferita. Catilina fu scosso da un brivido, ma non riprese i sensi. Vel estrasse dalle carni
la punta della lancia e subito il sangue usc a fiotti, ma l'augure ferm l'emorragia, spargendo una
misteriosa polvere di colore giallo ocra sulla ferita. La ripul infine con un liquido incolore e vi spalm
una sostanza dall'aspetto segoso e dal colore verdognolo.
Ora non mi resta che compiere l'operazione pi pericolosa: l'ultima speranza.
Si pose in piedi davanti al corpo di Catilina e pronunci un'invocazione in lingua etrusca. Su
dodici parti del corpo segn con una tintura rosso porpora i nomi di altrettante divinit e dispose dodici
amuleti d'ambra in corrispondenza dei nomi, il primo sulla fronte.
Infine spense il fuoco e rimase a lungo nel buio pi completo, ripetendo una lunga litania,
finch dall'oscurit emerse una tenue luminosit che avvolse tutto il corpo.
Vel estrasse da un sacchetto di cuoio un frammento di magnete e un'ampolla di vetro dalla
forma allungata, avvolta in una benda di lino.
Avvicin il magnete alla testa di Catilina e subito la luminosit emessa dall'ambra cominci a
fluttuare. Un secondo corpo luminescente si stacc dal corpo fisico e rimase sospeso a mezz'aria.
L'augure ridusse in polvere il magnete in un mortaio di diorite e pose la polvere nell'ampolla. Il corpo
luminoso si disgreg in uno sciame di fiammelle, attirato rapidamente all'interno dell'ampolla.
Vel Aufidio la sigill con stoppa e bitume e la ripose nel sacchetto che teneva stretto alla
cintola.
Un'onda di luce penetr da oriente tra le forre, accendendo di cangianti cromie i cristalli di
ghiaccio. La tormenta era cessata e i superstiti della battaglia si erano sollevati dai poltricci di foglie e
fieno sui quali avevano trascorso la notte. Spurio e Decio li avevano preceduti e si erano affaccendati a
cucinare una zuppa di fave secche e farro, che avevano trovato in alcune olle conservate nella caverna.
L'augure comparve all'ingresso dell'antro, come materializzatosi dal nulla: Se vuoi, Spurio,
puoi far visita al tuo amico, ma non preoccuparti per quello che vedrai.
Spurio non pronunci parola e lo segu.
Catilina era disteso sopra un letto di foglie di quercia, coperto fino al collo da pelli di montone.
Il volto ceruleo e inespressivo dava l'impressione della morte.
...  morto?.
 difficile spiegarti il suo stato disse l'augure,  molto simile alla morte. La sua vita  come
sospesa tra questo mondo e l'Ade. Ho praticato su di lui un'arte molto antica, che solo in pochi tra gli
etruschi
conosciamo. Il corpo del tuo amico  fisicamente qui, ma la mente, l'intelletto, i pensieri e
perfino la coscienza di s si trovano in un altro luogo, nel quale tempo e spazio non hanno significato e
tutto , senza divenire. Il respiro  lievissimo, quasi impercettibile, e il cuore batte poche volte al
giorno, ma intanto le ferite si rimarginano e il sangue si rigenera. Il dolore e la sofferenza sono separati
dal corpo e non possono influire su di esso in maniera nefasta. Le menti pi elevate, raggiunto questo
stato, possono acquisire l'onniscienza. Il primo giorno del prossimo ciclo lunare io lo risveglier e lui
ritorner tra i vivi. Ma sar un uomo nuovo.
Tu sai chi  lui?.
Ho visto la follia degli uomini tingere di rosso la pianura. Lui  Lucio Sergio Catilina, il capo
dei ribelli. Chi altri se no? rispose l'augure.
Tu... tu ce lo restituirai vivo, vero?.
Una lunga strada separa Catilina da Roma, ma  scritto che alla fine vi giunger, perci il Fato
non gli consentir di fermarsi qui per molto tempo....
La mente era lontana dal corpo, e Catilina rivide scorrere davanti agli occhi, mille e mille volte,
le sequenze drammatiche della battaglia: i suoi legionari si battevano con le spade in pugno, ma
cadevano soverchiati dal numero. Mucchi di cadaveri insanguinati e smembrati ricoprivano la pianura.
L'afrore ferrigno del sangue impregnava i polmoni e un dolore intenso, insopportabile lo affliggeva al
fianco destro. Marco Petreio, coperto da una lorica di cuoio, macchiata anch'essa di sangue, alzava la
spada su di lui per staccargli la testa dal collo. L'incubo s'interrompeva dopo quell'immagine
angosciante.
Il sogno si ripet per molte volte, finch Catilina ritrov la pace. La mente sembrava guarita e il
ricordo di quei terribili momenti sempre pi lontano.
Nuove immagini animavano ora le sue visioni. Cap subito che non si riferivano alla sua
persona, ma a qualcuno che gli era vicino e che condivideva con lui quei momenti tragici.
Era all'interno di una casa lussuosa, con le pareti ricoperte di affreschi preziosi. Un uomo, nel
vigore degli anni, stava in piedi al centro dell'atrio e sembrava attendere qualcuno. Catilina non poteva
vederne il volto, perch questi gli volgeva le spalle.
L'improvviso vagito di un neonato precedette l'arrivo di una giovane donna, che indossava una
tunica etrusca. Stringeva a s il figlio, e procedeva sorridente verso l'atrio, seguita da due schiave.
Giunse davanti all'uomo e gli porse il fanciullo. Questi osserv il piccolo a lungo, poi abbass lo
sguardo e scosse il capo, rifiutando di prenderlo con s, come la consuetudine avrebbe voluto. Il volto
della donna si rabbui e il corpo s'irrigid, come colpito da un'improvvisa staffilata.
Trasse a s il figlio e lo strinse al petto piangendo, poi volt le spalle di scatto e lo porse ad una
delle schiave. Quel fanciullo, disconosciuto dal padre, non avrebbe mai avuto un nome.
In silenzio l'uomo si avvi verso l'uscita e solo in quel momento Catilina pot vederne il volto.
Era lui, il suo nemico giurato: Marco Tullio Cicerone.
Poi la nebbia avvolse tutto e quando si dirad Catilina si risvegli in un mondo che non
comprendeva pi. Uomini vestiti in maniera inconcepibile abitavano citt ricche di edifici altissimi e di
luci. Uccelli giganteschi dalle ali d'argento solcavano i cieli emettendo rombi assordanti, mentre le
strade erano attraversate da carri d'acciaio privi di cavalli che sfrecciavano veloci pi dello sguardo.
Che mondo era mai quello? Cominci a comprendere solo quando fu al cospetto di una statua equestre
gigantesca, di fronte ad un tempio immenso al centro del Campidoglio. Sul frontone svettava l'aquila di
Mario e il volto del cavaliere era il suo stesso volto. Allora non ebbe pi dubbi: ci che stava vedendo
era il futuro. Il suo futuro, il futuro di Roma...
Ma in quel momento l'incubo riemerse dal profondo. Ancora lui, Marco Petreio, coperto del
sangue dei nemici, impugnava minaccioso la spada: il colpo andava a segno. Catilina vide il proprio
corpo decapitato, disteso sul sangue dei caduti, oltraggiato dai nemici e bruciato in un gran rogo
insieme con centinaia di corpi dei suoi sventurati compagni. Le ceneri disperse al vento.
Grid a lungo nel nulla, colmo di disperazione. Era morto davvero e ora si trovava nell'Ade a
piangere in eterno la sua misera fine. Ripens alle immagini gloriose di poco prima: la grande statua e
quella citt fantastica.
Era certo che se avesse ritrovato quel luogo, tutti gli incubi si sarebbero dissolti. Cerc tra la
nebbia, finch rivide di nuovo il Campidoglio, ma il gelo lo avvolse e si sent all'improvviso solo, in un
mondo vuoto: davanti a s c'era un misero campo di rovine, frequentate dai corvi, mentre tra
cumuli di macerie pascolavano le greggi. Pochi e disgraziati esseri ricoperti di cenci si aggiravano tra i
resti di quello che un tempo era stato il centro del mondo.
Forse un demone malvagio si era preso gioco di lui. Per un istante gli aveva fatto saggiare
l'illusione della gloria, e un attimo dopo la certezza della sua caducit.
Grid e grid ancora, colmando della sua disperazione quell'universo d'angoscia, ma la voce si
perse nel vuoto che lo teneva prigioniero e che non gli restituiva neanche l'eco.
Lucio, Lucio, sei ancora tra noi... grazie a Dio Padre.
Di chi era quella voce? Faceva difficolt a ricordarlo, ma capiva che gli apparteneva, come ci
appartiene una persona amata.
Sono Spurio Fiesolano, il tuo amico. Ricordi?.
Il mio amico... il mio amico cerc di sollevare le palpebre sono vivo, l'incubo  finito... tu
mi hai salvato la vita.
No, non saresti ancora vivo, se non ci fosse stato lui. Indic verso Vel.
Chi  quell'uomo?.
 un augure etrusco. Ti ha curato e ti ha salvato la vita. Senza di lui saresti gi morto un mese
fa.
Un mese fa?  passato un mese da...?.
S, un mese, pi esattamente un mese lunare, dal giorno della battaglia....
...in cui siamo stati sconfitti.
Purtroppo s, ma tu sei vivo e sei sfuggito ai nemici:  questo che conta!.
Sono stato in un luogo remoto come l'Ade.
Lo so intervenne Vel solo cos avresti potuto rimanere vivo, Lucio.
Conosci quel luogo?.
Lo conosco. Un tempo vi andai anch'io. Tutti gli uomini dovrebbero farlo....
Ho visto cose incredibili.
Hai visto quello che  stato e quello che sar e, insieme, quello che potrebbe essere. Realt
diverse che convivono senza barriere di spazio e di tempo. Non  cos?.
 cos... ma ora so con maggior certezza come dovr agire.
Il fato ha messo nelle tue mani il futuro del mondo, Catilina.
Dipender da te se esso sar un luogo di meraviglie e di felicit, oppure un luogo di rovina e
disperazione. Dovrai riflettere profondamente su tutto ci che si  reso palese ai tuoi occhi.
Anche su quel bambino....
Quale bambino?.
Il figlio che Cicerone disconobbe. Il suo figlio spurio: Spurio Fiesolano.
Alz gli occhi verso l'amico che ricambi lo sguardo. Ora ogni nodo doveva essere sciolto.
Spurio prese a parlare, dapprima con affanno, poi con voce sempre pi chiara: Temevo di
perdere la tua amicizia, Lucio.  l'unica cosa che ha contato per me, da che sono al mondo. Senza
saperlo, il seme del nemico germogliava e cresceva nel tuo orto. Temevo non lo avresti mai accettato.
Perci ti ho sempre taciuto la verit. Ma, te lo giuro: io ti sono stato sempre fedele e l'ho dimostrato.
Gli di si divertono a giocare col destino degli uomini: il figlio di Cicerone salva la vita a
Catilina, il suo peggior nemico! No, non sono io che cambier il mondo, ma tu, Spurio, proprio tu,
grazie al tuo gesto eroico. Quello che pi mi rincresce  che in un modo o nell'altro tutto sar dipeso da
Cicerone: se trionfer, sar per opera sua, se sar sconfitto, ci avverr grazie a suo figlio!.
Siamo solo poveri mortali. Non c' concesso modificare i disegni degli di.
Qualcosa per possiamo farlo: vivere secondo giustizia. Per questo motivo ti prometto che se
un giorno io trionfer, ti render il nome che ti spetta, quello della gens Tullia. Sarai a pieno titolo
Tullio Spurio Fiesolano.
LA VITTORIA.
L'esercito di Catilina avanza nella pianura in formazione di battaglia.
Per primi gli ausiliari galli ed etruschi, seguiti dagli arcieri a piedi.
Dopo di loro quattro legioni di cui tre italiche e una servile. Catilina issa l'insegna dell'aquila di
Mario e sta a capo di due coorti che egli stesso ha elevato a pretorie. Al suo fianco schiera due
squadroni di cavalleria scelta e arcieri a cavallo comandati da Spurio Fiesolano. Di riserva due legioni
urbiche formate da cittadini fuggiti da Roma dopo la battaglia di Pistoia.
Marco Tullio Cicerone  trincerato ai piedi di un'altura tufacea poco distante dal Tevere e sbarra
il cammino verso Ponte Milvio con quattro legioni comandate da Antonio Ibrida. Possiede una
possente artiglieria formata da catapulte e baliste e due linee d'arcieri appiedati. Tiene la cavalleria di
riserva, al comando di Quinto Lutazio Catulo per schierarla all'ultimo momento e sei coorti pretorie,
comandate da Publio Sestio, composte di veterani reduci dalla battaglia di Pistoia. Non ha intenzione di
attaccare battaglia per primo, spera invece di provocare il nemico, affinch s'infranga contro le sue
fortificazioni, dopo essere stato decimato dall'artiglieria e dagli arcieri.
Sono le Idi di aprile dell'anno 693 di Roma.
Prima dello scontro Vel Aufidio interpella gli di sull'esito della battaglia, volgendo lo sguardo
verso il cielo terso, spazzato da un vento tiepido e salmastro proveniente dal mare. Dall'acqua
limacciosa di un acquitrino nei pressi del Tevere si leva uno stormo di sette folaghe che vola
lentamente verso Roma. All'improvviso il prodigio: dalla direzione del sole compaiono altrettanti
avvoltoi che si scagliano sulle folaghe, uccidendole tutte all'istante. Gli di sono favorevoli.  il
momento della battaglia.
Catilina ordina di suonare le buccine perch diano il segnale dell'attacco.
La fanteria etrusca e gallica avanza a passo lento, mentre quella di Cicerone tarda a staccarsi dal
grosso dello schieramento. Appena le prime file degli attaccanti sono a tiro delle artiglierie, si scatena
un lancio fittissimo di proiettili che creano scompiglio e aprono ampi vuoti nella formazione. La
schiera dei fanti vacilla e accenna a sbandarsi, ma Catilina capisce il momento critico e ordina di dare il
segnale della ritirata.
Galli ed etruschi si ritirano oltre le legioni degli italici, che hanno lasciato nella formazione
ampi corridoi, per consentire alle prime file di
scorrere via e riorganizzarsi.
Rincuorato da questo primo successo, Cicerone ordina ad Antonio Ibrida di marciare nella
stretta pianura che si estende tra il Tevere e l'altura. Stavolta  Catilina a ritardare lo scontro e lascia
che Ibrida superi le fortificazioni. In quel momento ordina alle legioni italiche di attaccare, mentre
Spurio, con tutta la cavalleria, si sposta verso il Tevere. Lo scontro al centro  violentissimo e si protrae
fino a mezzogiorno, finch le legioni di Ibrida cominciano a cedere terreno.
Accortosi del momento sfavorevole, Cicerone decide di utilizzare la cavalleria perch sfondi sul
lato destro e aggiri la prima linea. Spurio  per pronto a resistere su quel fianco. Schiera subito gli
arcieri a cavallo che spezzano l'urto della cavalleria di Catulo. Lo scontro  tanto rapido quanto
sanguinoso. Sul campo rimane lo stesso Catulo con duemila cavalieri. Spurio mette in atto una
manovra d'aggiramento e chiude in una sacca gran parte della prima linea nemica.
Lo scontro si trasforma presto in strage. Sotto i colpi dei catilinari cadono pi di cinquemila
fanti. Intanto Cicerone decide di giocare l'ultima carta: le coorti pretorie e le truppe ausiliarie del campo
fortificato.
Un primo attacco dei catilinari contro le fortificazioni  respinto dall'artiglieria e dagli arcieri.
Ci d la possibilit alle coorti pretorie di schierarsi tra il campo fortificato e una zona acquitrinosa
quasi a met della pianura alluvionale, con i resti delle legioni di Ibrida.
Per Catilina  il momento di mettere in campo tutte le forze di cui dispone, per assestare
sull'avversario il colpo finale.
Comanda egli stesso l'avanzata alla testa delle coorti pretorie, mentre la legione servile,
appoggiata da una parte della cavalleria di Spurio, attacca frontalmente le fortificazioni.
Lo scontro  terribile e procura gravi perdite da entrambe le parti.
Catilina si muove con un gruppo di cavalieri per dare man forte dove pi serve e per rincuorare
i suoi, sempre seguito dall'aquila sfavillante.
L'attacco al campo fortificato  violentissimo. Spurio fa muovere un grande ariete composto di
pi pali stretti insieme da catene e lo scaraventa contro un vallo formato da due palizzate parallele,
colmate di terriccio. Al primo urto il terrapieno sembra non cedere, anche perch durante la marcia di
avvicinamento pi di met degli inservienti vengono colpiti. Decide allora di creare intorno all'ariete
una testudo di
veterani che possa creare riparo ai lanci del nemico.
Il secondo attacco ha esito migliore e apre uno stretto varco nella difesa avversaria, sufficiente a
Spurio per entrare nel campo fortificato alla testa dei veterani. A chiudere la falla si sono intanto
assiepate tre linee di ausiliari armati di lance, mentre da lontano gli arcieri bersagliano i catilinari, ma
devono presto desistere per non colpire anche i commilitoni.
Spurio si getta a cavallo nello scontro senza risparmiarsi, mentre alle spalle accorrono gli
uomini della legione servile, che travolgono con un urto formidabile le schiere degli ausiliari e dilagano
all'interno della fortificazione, seminando scompiglio.
Cicerone esce a precipizio dal lato opposto del campo con un gruppo di cavalieri,
abbandonando l'insegna nei pressi della sua tenda, intorno alla quale si accende una mischia
sanguinosa. Un gruppo di pretoriani difende l'insegna e cerca di guadagnare l'uscita per ricondurla a
Roma.
Spurio non ha esitazioni e si scaglia contro di loro, incitando i suoi a fare altrettanto. I pretoriani
cadono uno ad uno, finch Spurio riesce a impadronirsi dell'insegna di Cicerone. A quel gesto i nemici
si arrendono e gettano le armi. Un grido di trionfo si leva tra i vincitori, mentre Spurio Fiesolano,
cavalcando al trotto, percorre il perimetro del campo con il trofeo levato in alto.
Anche per Catilina la battaglia sta volgendo a favore. I pretoriani, vedendo che Cicerone ha
abbandonato il campo di battaglia, lo imitano e rientrano a Roma a precipizio, lasciando alle spalle
centinaia di morti e di prigionieri.
La battaglia  vinta: Roma  a portata di mano. A Cicerone non resta che asserragliarsi
nell'Urbe e subire un lungo assedio, ma sa bene che la plebe non lo appogger. Per lui  la fine.
Spurio sale sopra la fortificazione pi alta, per mostrare a tutti le insegne appena catturate, e
suscita l'esultanza dei compagni con alte grida di vittoria. Frattanto Catilina, coi suoi pretoriani, fa
ingresso nel campo, accolto da canti guerreschi. Poi, all'improvviso, qualcosa di stonato, un sibilo o un
fruscio sordo, rompe l'armonia. Il corpo di Spurio s'irrigidisce. Il braccio, levato nel saluto, ricade in
basso, quasi disarticolato. Catilina vede con orrore il petto dell'amico trapassato da un dardo, scoccato a
tradimento da un arciere nascosto in una delle torri angolari. Spurio lancia un grido di disperazione, e
precipita esanime ai
piedi di Catilina. Stringe ancora in pugno l'insegna di Marco Tullio Cicerone: suo padre.
Intanto un messo avverte Catilina che a Roma la plebe si  sollevata e ha invaso la curia,
facendo strage di senatori. Cicerone  stato catturato e rinchiuso nel carcere Mamertino.  necessaria
subito la sua presenza per quietare gli animi e dare un nuovo governo alla citt.
In quello stesso giorno Marco Tullio Cicerone  giustiziato e, insieme con lui, lo stesso Antonio
Ibrida e altri duecento aristocratici che lo avevano sostenuto.
Catilina fa comporre il corpo di Spurio Fiesolano e ordina a Vel Aufidio di scortarlo fino in
Etruria, dove dovr essere sepolto secondo il rito di quel popolo.
TULLIUS SPURIUS FAESULANUS.
Il corteo funebre procedeva silenzioso lungo il sentiero aggrappato alla parete rocciosa, fino allo
spiazzo nel quale si apriva l'ingresso della tomba. Il corpo di Spurio, cosparso di unguenti profumati e
vestito di una veste candida orlata d'oro, giaceva sopra una lettiga portata a spalla da quattro uomini
robusti. Vel Aufidio apriva il corteo, affiancato da un sacerdote e seguito da dodici donne che recavano
canestri e anfore per il banchetto funebre.
Il corpo fu deposto col capo rivolto verso l'ingresso della tomba, mentre le donne mescevano le
bevande ognuna in una coppa differente.
Dai canestri estrassero focacce di diverse fogge. Poi un fanciullo, col flauto doppio, cominci a
ritmare una melodia, mentre le donne sedevano in cerchio intorno all'augure e al sacerdote, aspettando
che dessero inizio al rito di comunione. All'improvviso il flauto cess di suonare e il banchetto
s'interruppe, come nell'attesa di un ospite che tardava a giungere. Da lontano un rumore di passi.
Alcune persone risalivano con fatica verso lo spiazzo. Il sacerdote e l'augure si alzarono e accolsero gli
ospiti.
Ti aspettavamo, nobile amico disse l'augure rivolto al primo degli uomini, che indossava un
mantello scuro calato sul capo. Ho conservato il corpo con un particolare unguento, in attesa che fosse
pronta la tomba, cos come tu la desideravi.
L'uomo tolse il mantello dal capo e mostr le sue sembianze: era
Lucio Sergio Catilina.
Vel gli porse una coppa e un pezzo di focaccia. Catilina mangi la focaccia e bevve dalla coppa,
poi sedette col suo seguito e attese che il rito terminasse.
Ora ti mostrer l'interno della tomba disse Vel ogni cosa  stata eseguita secondo i tuoi
desideri.
Gli fece strada illuminando il cammino con un lume ad olio e gli mostr l'interno della tomba.
Quella  ci che i profani chiamano "la porta dell'Ade" e le due creature sono Vanth e Charun,
i guardiani della porta. Sopra l'architrave ho fatto scolpire ci che hai ordinato: l'aquila di Mario, la tua
insegna.
Hai eseguito a dovere quanto avevo prescritto e per questo ti compenser, come gi ti ho
compensato per avermi salvato la vita. Ora resta solo un'ultima cosa....
Fece un gesto con la mano ad uno degli uomini del seguito che recava un'anfora di coccio
sigillata con un tappo di bitume.
Fa' porre quest'anfora ai piedi di Spurio. Contiene alcuni scritti di suo padre. Appartengono di
diritto a lui.
Vel attese che il corpo di Spurio fosse deposto sul letto sepolcrale, poi adagi l'anfora ai suoi
piedi.
Ora riposa in pace, amico mio. Che gli di ti accolgano nei Campi Elisi, cos come si conviene
a un eroe.
Gli sfior il viso con la mano, poi si gir di scatto e risal veloce l'erta gradinata.
Nell'uscire, ricopr il capo col mantello scuro, per meglio dissimulare le lacrime che gli
bagnavano gli occhi. Con un gesto imperioso si rivolse quindi al lapicida che si apprestava ad incidere
il nome del defunto sulla stele di fianco all'ingresso: Scrivi il suo vero nome, cos come io ho
decretato: Tullio Spurio Fiesolano.
Tullio Spurio... Tullio Spurio.... Gli occhi di Lucio si bagnarono di lacrime che deformarono i
volti delle persone intorno a lui.
Lucio, che ti succede?!  da due giorni che hai perso conoscenza.
Devi esserti intossicato col fango e l'acqua sulfurea. Ma come ti  venuto in mente di bere
quella robaccia l?. Le chiome rosse di Letizia, china su di lui, solleticarono le gote di Lucio che
richiuse gli
occhi, estasiato da quella carezza.
Oh, sveglia, ma che fai, ti rimetti a dormire? Adesso basta! lo scosse la donna.
Ho fame rispose Lucio con tono infantile una fame terribile. 
tanto che non mangio....
...che non mangi qualcosa di sensato, vorrai dire!.
Dio mio, la testa... si tocc la fronte.
Ti fa male?.
No,  piena d'immagini e di parole.  come se un computer vi avesse scaricato dentro tutto il
suo contenuto, senza alcun ordine...Voglio mangiare, accidenti!.
 una fissazione, la tua!.
Ma che cavolo dici, mica ti ho chiesto una dose di coca? Voglio mangiare come tutti gli esseri
umani!.
Devi pazientare solo un attimo. Il medico ha detto di tenerti digiuno.
Tra mezz'ora dovrebbe tornare a controllarti.
Chi se ne frega del medico!. Si alz di scatto e si diresse frenetico verso l'armadio di fronte al
letto. Mi vesto ed esco a mangiare qualcosa. Altro che medico del cavolo!.
Tir fuori i vestiti e li indoss, quindi si lanci verso la porta, ma, quando stava per aprirla,
s'imbatt proprio nel medico che stava per entrare.
Vedo che  resuscitato, il nostro dormiente!.
Resuscitato e affamato....
Buon segno. Si sieda. Gli indic la poltrona, poi si aggiust il fonendoscopio alle orecchie e
gli scopr il torace. Lucio sussult appena la superficie fredda dello strumento venne a contatto con la
pelle.
Coraggio, che abbiamo finito.  tutto a posto. Ora per non esca da solo, ma si faccia
accompagnare dalla signorina, almeno fino a quando non avr riempito lo stomaco.
Erano le dieci del mattino e la taverna del campo era frequentata solo da operai, che
consumavano una frugale colazione a base di patina gallica e vino speziato.
Lucio si avvicin al banco e chiese una robusta colazione: mezza dozzina di uova sode, pane
d'orzo e latte di capra aromatizzato. Poi si
fece aggiungere della patina gallica che ricopr con caramello.
Cominci a mangiare con voracit, osservato con senso di disgusto da Letizia che sorbiva una
tazza d'orzo.
Bentornato tra noi. Piacenza gli appoggi la mano sulla spalla. Mi ha messo paura l'altra
sera. C' voluta una robusta lavanda gastrica per rimetterla in piedi!.
Lucio rispose con un grugnito, mentre stava per abbrancare il quarto uovo.
M'hanno detto che l'avrei trovato qui. Ho delle novit per lei.
Adesso per mangi pure con comodo, dottor Licatani....
Novit di che tipo?.
La tomba....
La tomba... cosa?.
Stamattina dall'elaboratore centrale di Fiesole c' giunta una foto. Sa per adesso  solo
un'ipotesi....
Lucio ingoi un sorso di latte di capra: Parli chiaro.
Il bassorilievo sulla tomba. Come sa, Clementi aveva inviato le foto dei singoli frammenti a
Fiesole e l'elaboratore  riuscito a ricomporli.
Non pu immaginare che cosa  venuto fuori.
Non metta limiti alla mia immaginazione, specie dopo quello che ho sognato questi ultimi due
giorni... Sempre che sia stato un sogno.
Sembra che si tratti....
Mi lasci indovinare: l'aquila di Mario.
Piacenza sussult: Ma come ha fatto a....
Mi dica solo s o no, professore.
S, s certo,  proprio l'aquila di Mario, chi gliel'ha detto?.
Lasciamo stare; se glielo rivelassi, di certo non mi crederebbe.
Questo apre uno scenario nuovo. La tomba appartiene certamente a qualcuno della cerchia di
Catilina. Un personaggio di cui si  persa la memoria.
Ci nonostante, questo sconosciuto ha cambiato la storia del mondo.
Non esagererei.
Spesso la realt supera la fantasia, professore. Non devo prendere
lezioni da lei sull'argomento.
Lucio si alz dal tavolo e porse la mano a Piacenza, congedandosi.
Letizia esit per un attimo, poi si alz anche lei e lo segu.
Che accidenti ti succede, Lucio?  il modo questo di trattare le persone?.
Mi dispiace Letizia, ma non avevo scelta. Piacenza non deve venire a conoscenza di nulla, per
adesso.
Nulla di cosa? E poi perch non deve sapere? Ma che ti sta accadendo?!.
Se gli fosse rivelato quello che so io e lo divulgasse, nessuno lo crederebbe, come gli 
accaduto per tutta la vita. In questo modo la verit non si farebbe strada... Devo parlare al ministro.
Subito.
Letizia annu. Prese dalla borsetta il telefono cellulare e chiam un misterioso interlocutore col
quale scambi poche e veloci parole.
Va bene, ti vedr oggi stesso. Tra mezz'ora ritorniamo a Roma: fa' i bagagli.
Il Palazzo della civilt romana, dove aveva sede il ministero per la Storia patria, sorgeva poco
distante dall'edificio della Curia, completamente restaurato in occasione delle celebrazioni dell'Anno
Duemila.
Lungo il cammino, Lucio pass davanti ai rostri, dove montava la guardia in permanenza una
decuria della guardia scelta della Federazione romana. Alz lo sguardo e rimase catturato dai riflessi
dorati che provenivano sulla statua colossale di Catilina sul Campidoglio. Era tutto al suo posto, come
sempre, nonostante nella sua mente fossero impresse, in maniera indelebile, le immagini di desolazione
che l'incubo gli aveva mostrato. Si rallegr che queste fossero rimaste relegate per sempre nel mondo
delle probabilit.
Davanti a lui si apriva la gradinata candida del Palazzo della civilt romana, battuta dalla
tramontana che quella mattina aveva restituito al cielo l'azzurro indaco.
Nel salone d'ingresso del palazzo, un mosaico immenso raffigurava i confini della Federazione
di Roma: dalla Schiavonia all'Iberia, dalla Britannia all'Africa.
Un gruppo di turisti dell'impero di Cipango stava fotografando ogni cosa di quel luogo,
compresi i busti di marmo di tutti i consoli che si
erano succeduti dalla fondazione della repubblica, disposti in una galleria lunga quasi un
chilometro.
Prendiamo l'ascensore disse Letizia, ma Lucio scosse la testa: No, abbiamo ancora una
ventina di minuti, voglio rivedere la Memoria Urbis.
La ragazza acconsent e lo segu fino al parco retrostante l'edificio, dove c'era la struttura
architettonica chiamata appunto Memoria Urbis e composta di quattro edifici cilindrici, collegati a una
colonna centrale sulla quale svettava l'aquila di Mario. Ogni edificio conteneva la documentazione
relativa a una delle quattro re della storia romana. La prima iniziava con la fondazione di Roma e
terminava con la rivoluzione di Catilina, la seconda si apriva con la pubblicazione della Prima lex,
proseguiva con la nascita del cristianesimo e la promulgazione delle leggi contro la schiavit,
l'invenzione delle prime macchine a vapore e delle armi da fuoco - decisive per la vittoria nelle guerre
barbariche - e si chiudeva con la scoperta del Nuovo Mondo. La terza ra riguardava la colonizzazione
del Nuovo Mondo e la rivoluzione industriale, la guerra coloniale atlantica e la nascita della Libera
unione d'Occidente, poco pi di due secoli prima. La quarta e ultima ra partiva dalla scoperta
dell'energia elettrica e delle onde radio e continuava con la guerra intercontinentale, durata vent'anni,
vinta da Roma e dai suoi alleati, grazie alla realizzazione della bomba atomica.
Alla guerra era seguita la costituzione della Federazione romana, quando ogni provincia aveva
ottenuto autonomia e statuto; infine la conquista dello spazio e lo sbarco di astronauti sul pianeta
Marte, appena due anni prima.
Non credo ci sia studente della Federazione che, nella sua carriera scolastica, non abbia
visitato la Memoria Urbis, anzi il "Quadrifoglio", come lo chiamano tutti. Sembra che tu la veda per la
prima volta ora.
Forse  la prima volta che la "vedo" davvero, con occhi nuovi. Se Catilina non avesse vinto,
tutto questo non sarebbe mai esistito e noi vivremmo ora come selvaggi, succubi della fame e
dell'ignoranza. E
dobbiamo ci a un uomo solo....
A Catilina.
Lucio scosse il capo e sorrise: No: prima di lui, a un uomo coraggioso quanto sfortunato, che
si chiamava Tullio Spurio Fiesolano, che salv la vita a Catilina nella battaglia di Pistoia. "Tul. Spur.
Fesu."
non significa "confine della citt di Fiesole", ma " Tullius Spurius Faesulanus" e indica la
tomba del figlio illegittimo di Cicerone che mor a Ponte Milvio nel 693. Fu Catilina stesso a far
scolpire al suo interno l'aquila di Mario e a depositarvi l'anfora contenente le Catilinarie. Rese a
quell'uomo, cui doveva la vita, il nome e l'eredit del padre.
Come fai a sapere tutte queste cose?.
Le so e basta, Letizia. E come hai potuto costatare tu stessa, le ricerche mi stanno gi dando
ragione....
ANNO 2000 DI ROMA.
Melania, la segretaria, attendeva Lucio sulla porta d'ingresso della soprintendenza alle Antichit
dell'Etruria. Era una giornata particolare quella.
L'autista scese dall'auto blu ministeriale e apr lo sportello. Lucio, in doppiopetto grigio scuro e
cravatta giallo ocra, scese dall'auto e si diresse verso la donna, che gli strinse la mano sorridente.
Buon giorno e benvenuto, soprintendente Licatani.
Non anticipiamo i tempi. La cerimonia d'investitura deve ancora avvenire. Potr chiamarmi
cos tra un'ora circa.
Entr nell'aula magna della soprintendenza dove c'era Giuliani con un sorriso d'occasione
stampato sul volto da crotalo che, con un rapido cenno del capo, invit il personale seduto sull'emiciclo
ad applaudire.
Benvenuto, dottor Licatani,  per me un onore lasciare questa soprintendenza per raggiunti
limiti d'et, sapendo che l'incarico che ho tenuto per ben trent'anni sar conferito a uno studioso e
ricercatore di cos gran valore.
La ringrazio, soprintendente, per le sincere parole rispose Lucio con lo stesso tono falso.
Dal giorno in cui ebbi la fortuna di conoscerla, ho potuto constatare quanto profonda fosse la stima
che ella nutriva per me. Una stima che ho sempre contraccambiato in maniera incondizionata.
Lo scambio di smancerie fu interrotto dall'arrivo del ministro, seguito dal solito codazzo di
collaboratori, tra i quali l'immancabile Letizia Lentini.
Il ministro strinse la mano a Giuliani e gli sussurr alcune brevi frasi di circostanza. Questi si
fece da parte e si sedette a un capo del lungo tavolo al centro dell'emiciclo.
La prego Letizia disse il ministro, il decreto di nomina.
La donna apr una cartella di tela blu e tir fuori una pergamena chiusa in quattro e sigillata con
la ceralacca. La porse al ministro, che spezz il sigillo e apr il documento.
Con questo atto io la nomino soprintendente per le Antichit dell'Etruria, dottor Licatani.
Dottoressa Lentini, la prego di procedere alla lettura della motivazione. Consegn il decreto a Lucio e
gli strinse la mano.
Letizia intanto estrasse dalla cartella un secondo foglio vergato su carta intestata del ministero e
cominci a leggere ad alta voce: Per i numerosi meriti acquisiti in seguito alla ricerca e al
ritrovamento di importantissimi documenti relativi alla storia dello Stato romano, nominiamo il dottor
Lucio Licatani soprintendente generale per le Antichit dell'Etruria. Per decreto del capo del governo
consolare della Federazione romana, gli conferiamo inoltre del titolo di eques rei publicae. Dato in
Roma due giorni alle Idi di settembre 2000 ab Urbe condita, anno 1247 dell'era volgare.
...
BIBLIOGRAFIA.
Caio Sallustio Crispo, La congiura di Catilina (traduzione con testo a fronte di Letizia Lentini),
Mediolano, Gallia, 1999 a. U.c.
Massimo Fini, Catilina, ritratto di un uomo in rivolta, Mediolano, Mondadori, 1996 a. U.c.
Edward Gibbon, History of Federal Roman Republic, Londinio, Cadel & Strahan, 1776 a. U.c.
Randolfo Giuliani, Le Catilinarie, un falso storico, Fiesole, Stilum, 1997 a. U.c.
Lucio Licatani, Le Catilinarie, cronistoria di una scoperta, Fiesole, Tyrrenica, 2000 a. U.c.
Biagio Piacenza, Catilina sotto processo, Aquileia, Quinto Giovio,
1975 a. U.c.
Biagio Piacenza, Frammenti della Prima Catilinaria in Quinto Asconio Pediano, Roma, Caput
Mundi, 1975 a. U.c.
Plutarco di Cheronea, Vite parallele: vita di Lucio Sergio Catilina, edizione approvata dalla
giunta federale, Roma, Poligrafico federale, 1995 a. U.c.
Sallustio, Invettiva contro Cicerone, edizione critica, Manlio Clementi (a cura di), Bononia,
Universitas bononiensis, 1984 a. U.c.
Svetonio, Vita di Catilina, edizione approvata dalla giunta federale, Neapoli, Janush 1990 a.
U.c.
Pietro Zullino, Catilina, l'inventore del colpo di Stato, Mediolano, Rizzoli, 1985 a. U.c.
MARCIA IMPERIALE
208: Se le isole britanniche fossero state interamente conquistate da Settimio Severo
Errico Passaro
Settimio Severo da Leptis magna (Africa), gi comandante delle legioni della Pannonia sul
Danubio e poi responsabile della divisione della provincia in Britannia superior e Britannia inferior, si
ammala durante la campagna del208 d. C. contro caledoni e meati, condotta insieme al figlio Caracalla
elevato alla dignit di Augusto. Settimio non muore, ma le legioni romane si limitano a percorrere la
Caledonia, occupando una piccola parte di territorio (poi restituita da Caracalla) e fermando il limite
del confine settentrionale dell'impero al Vallo di Antonino. Le resistenze di pitti e scoti e le incursioni
di pirati sassoni e franchi scoraggiano ulteriori iniziative militari. L'Impero abbandona
progressivamente il seggio di rocce, emblema di Britannia, lasciando che le popolazioni locali inizino il
lento ma inesorabile processo di costruzione di un'identit nazionale che le porter a loro volta a creare
un impero mondiale.
IMPERO.
Mario Sestio Messalla salut militarmente l'ufficiale dell'Aeronautica militare, fermo ai piedi
dell'Aquila 3-Y con i motori ancora accesi dopo l'atterraggio. Non pot fare a meno di notare le insegne
porpora della Casa imperiale impresse sulla livrea del velivolo.
Cosa ho fatto per meritare un simile onore? si chiese, ma subito si corresse: Meglio, cosa dovr
fare per meritare un simile onore?
Sal sull'aereo da trasporto, seguito dall'ufficiale. Dalla cabina di pilotaggio usc il comandante
per un rapido saluto. Il tempo di accomodarsi sulla poltrona e allacciare le cinture di sicurezza, che gi
il rombo dei motori si alzava e l'aereo decollava dal campo di volo di Halifax, Britannia superior.
In breve, furono alla quota di crociera. Nell'area passeggeri il rumore giungeva attutito e,
tuttavia, abbastanza forte da disturbare il corso dei
pensieri di Mario.
Il "riservatissimo" arrivato non diceva nulla. Una convocazione urgente a Roma, superando
ogni difficolt, e nient'altro... Beh, in fondo, se non l'imperatore, chi altri pu permetterselo?
L'imperatore di Roma Gaio Valerio Veiano, signore indiscusso d'un potentato che comprendeva
le isole britanniche, la Francia, la penisola iberica, l'Africa settentrionale, i Balcani, la Turchia e,
oltremare, le Americhe, oltre a estendere la sua influenza economica sull'Africa: l, nel cuore del
continente nero, stava come bastione avanzato della romanit il tempio occulto al dio Termine.
Gaio Valerio Veiano, ultimo erede d'una dinastia che regnava da prima della morte di Cristo.
Gaio Valerio Veiano, che solo un anno prima, nel 2688 ab Urbe condita, aveva accettato di
cattivo grado la porpora dalle mani del predecessore Flavio, ma che aveva giurato sul nome di Giove
Capitolino di difendere il principato dalle insidie incombenti alle frontiere.
I tedeschi e i giapponesi.
La Pangermania dominava su Europa dell'Est, Scandinavia, Russia europea e, oltremare, India e
Oceania, e aveva stretto un'alleanza economica con la Lega araba. L'Impero giapponese dominava sulla
Russia asiatica, sulla Cina e sulle Filippine. Fra i tre imperi vigeva un equilibrio teso, rotto da piccole
scaramucce territoriali, embarghi economici, crisi diplomatiche e polemiche ideologiche, che
segnavano pi le differenze che le analogie fra i regimi.
Ma niente di pi fino a ora.
Poi, improvvisamente, un pensiero bruciante gli attravers la mente e un incubo si materializz.
Guerra.
L'Impero non era nuovo a sforzi bellici, fossero essi campagne di espansione o consolidamento
dei confini. Ma era quasi un secolo, dalla guerra dei cento giorni, che non si assisteva a un vero e
proprio conflitto generalizzato. In quel momento, con la dimensione continentale dei contendenti e la
tecnologia a disposizione, si rischiava la prima guerra mondiale.
La Prima Guerra Mondiale, con le maiuscole.
Forse stava volando con la fantasia, oltre che con l'Aquila 3-Y. Ma, diversamente, che motivo ci
sarebbe stato per richiamare d'urgenza un generale in pensione come lui, da qualche anno proconsole
d'una provincia tranquilla ai margini dell'impero?
Lucio era un uomo rotto a tutte le esperienze, forgiato da una vita avara di affetti e da una
carriera sempre in prima linea. Ma, di fronte alla prospettiva d'uno scontro globale quale la storia non
aveva mai conosciuto, una ruga profonda come una ferita s'incise sulla sua fronte.
REICH.
Friederich Hannover apr il libro dove il laccio segnalibro faceva capolino e cominci a leggere.
Settimio Severo da Leptis Magna (Africa), gi comandante delle legioni della Pannonia sul
Danubio e poi responsabile della divisione della provincia in Britannia superior e Britannia inferior,
guarisce miracolosamente da una malattia contratta durante la campagna del 208
d.C. contro caledoni e meati, condotta insieme al figlio Caracalla elevato alla dignit di
Augusto.
Cos, in poche righe, il senso d'una svolta epocale. Senza quella guarigione miracolosa, molti
si spingono a ritenere con qualche forzatura che il mondo come oggi lo conosciamo sarebbe stato
profondamente diverso. Invece, sotto la guida d'un condottiero rinfrancato nel fisico e nel morale, le
legioni romane non si limitano a percorrere la Caledonia, occupando una piccola parte di territorio e
fermando il limite del confine settentrionale dell'impero al Vallo di Antonino - come alcuni fantasiosi
autori ritengono sarebbe successo se l'erede si fosse ritrovato di colpo solo al potere - ma annettono
completamente le isole britanniche e le mantengono in loro potere nonostante le resistenze di pitti e
scoti e le incursioni di pirati sassoni e franchi.
Friederich si ferm su quel punto, perplesso. Avvert vagamente la dismisura del suo sforzo,
l'esagerazione di tornare su passi letti e riletti decine e decine di volte, di giorno e di notte, fino al punto
di poterli recitare a memoria. Ma fu solo un momento passeggero, un istante di debolezza in una fatica
che aveva qualcosa di sovrumano.
Torn ai pensieri tratti dall'essenziale saggio di Rudolf Mayer, L'Impero romano: ombre e
contraddizioni d'una storia bimillenaria,
pubblicato pochi anni prima. Le pagine erano consunte dall'uso e portavano agli angoli,
invisibili, le impronte di notti insonni, consacrate a un solo obiettivo: sapere tutto del nemico, per
conoscerlo nei suoi punti deboli e abbatterlo a tempo debito.
La vittoria, pi che economica e militare,  morale e rinsalda il prestigio dell'Impero,
diversamente macchiato dallo scacco operato da pochi barbari in suo danno.
Le conseguenze sono due.
Da una parte, l'impero riacquista lo slancio necessario per evitare la parabola discendente che
avrebbe disegnato in un'ipotetica "realt alternativa". Ipotesi, quest'ultima, estrema, ardita, pi vicina a
certa letteratura fantascientifica che non al rigore del metodo storico, eppure utile, crediamo, come
provocazione intellettuale. In quest'ottica, l'impero neutralizza tre fattori non troppo ipotetici che, se si
fossero verificati, avrebbero portato alla dissoluzione dell'impero romano nel volgere di qualche secolo:
- il consolidarsi successivo di monarchie militari, con Settimio Severo che stronca sul nascere le
velleit di altri pretendenti, come avrebbero potuto essere, per esempio, Didio Giuliano nominato dai
pretoriani, Pescennio Nigro nominato dalle legioni e Clodio Albino dominatore in Britannia e Gallia -,
- la rottura della tradizione di collaborazione fra senato e imperatore; - la fine della secolare politica di
pacificazione e controllo di Roma, poich Caracalla aveva in animo un provvedimento di concessione
della cittadinanza romana a tutti i provinciali, destinato ad aprire le porte alle infiltrazioni esterne
nell'esercito e nell'amministrazione imperiale.
Dall'altra parte, se al contrario tutto questo si fosse verificato, di certo le isole britanniche si
sarebbero avviate a diventare una potenza transoceanica, addirittura un Impero britannico. In tal modo,
avrebbero potuto anglizzare il mondo imponendo il loro modello culturale, economico e politico.
Friederich sapeva dalle letture del Gibbon che i successi in terra di Britannia e la gioia per la
scampata malattia avevano mutato l'animo di Settimio Severo. Gibbon lo considerava s uomo altero e
inflessibile, ma anche, potenzialmente, l'artefice primo della decadenza dell'impero. Ma quella
guarigione imprevista e imprevedibile...
La storia aveva preso un indirizzo diverso. La sua stessa vita, sarebbe stata differente, se
l'impero romano non fosse arrivato fino a quella
data.
Non l'avrebbero selezionato tra il fior fiore della giovent tedesca, gi sublime per l'eredit
ariana che recava con s e ulteriormente perfezionata dai laboratori di eugenetica del Reich. Non
l'avrebbero destinato alle migliori scuole militari, formandolo nel corpo, nello spirito e nella mente.
Non l'avrebbero isolato in un centro specializzato, n l'avrebbero indottrinato con raffinate tecniche
motivazionali a un unico scopo.
Uccidere l'imperatore di Roma.
IMPERO.
La riunione si tenne a Ostia. Il porto di Roma era una fiorente cittadina, con archi, sacelli,
magazzini, caseggiati, taverne che si affacciavano sul decumano massimo e mitrei, oratori, sinagoghe,
templi pi discosti. Ovunque era uno splendore di portici, tombe, podi, ninfei, cippi,
mascheroni,
edicole,
fontane,
scalinate,
iscrizioni
commemorative, appena intaccati dai gas di scarico delle poche automobili ammesse a circolare
tra Porta Romana, Porta Laurentina e Porta Marina; ma nessuno avrebbe mai immaginato che l si
potesse organizzare un incontro cos importante.
La natura della riunione rimase incomprensibile a Mario fino all'ultimo. Fu introdotto negli
ambienti riservati attraverso accessi diversi da quelli praticati dagli altri partecipanti, accompagnato da
un famiglio silenzioso e vigile. Fra i panneggi della camicia-tunica, si intuiva il rigonfiamento di
un'arma.
Un pretoriano in abiti borghesi, pens. Una guardia ufficiale iiarebbe troppo nell'occhio. Questo
significa che non vogliono far trapelare la notizia della riunione, neppure a Palazzo. E concluse, con
una piega nervosa della bocca: Forse, l'imperatore teme di avere delle spie sotto il suo tetto. E non
sarebbe neppure la prima volta.
Il tragitto lo port a superare corridoi e stanze, popolate da statue di imperatori e generali che
avevano fatto la storia di Roma. Gli occhi di marmo, fissi, inespressivi, lo seguirono fino a una porta
chiusa. Qui, il famiglio apr un battente e si scost per lasciarlo passare.
Entr. All'interno della sala, volutamente vasta e spoglia, un tavolo da riunione a forma di ferro
di cavallo. All'estremit del tavolo,
appoggiato con tutto il peso del corpo sul ripiano, come se fosse oppresso da un carico di
immani preoccupazioni per il futuro, stava l'imperatore Veiano: la figura imponente, e pur esente da
albagia, sormontata da un viso immalinconito dal contrasto d'una vita tra la ragion di stato e le
inclinazioni personali, e singolarmente somigliante alle apparenze esteriori di Mario stesso. Colpiva in
lui la calma dei dominatori, la gloria di cui era circonfuso, l'influenza che la sua presenza di signore,
fascinatore, carismatico produceva sugli altri.
A corona, ognuno in una posa diversa, ma tutti con l'espressione minata da un'ansia febbrile, gli
stretti consiglieri di Veiano, senza eccezioni di pure origini latine: il generale Ottavio Fabricio Nerva,
assennato, riverente e munifico responsabile degli affari militari, con una cicatrice esibita
orgogliosamente a memento delle sue glorie campali, il viso perennemente adontato, il fisico scarno e
nevratile quanto lo spirito era scettico, diffidente, laconico; il senatore Caio Fulvio Mamertino, un
tempo rivale di Mario e poi diventato il suo pi fido suggeritore di strategie e tattiche, volpino nei modi
e nelle fattezze; il proconsole Massimo Valerio Traiano, lontano discendente dell'omonimo imperatore,
dai tratti tesi e dai movimenti nervosi, famoso per le sue orazioni pubbliche. A questi si aggiungeva un
personaggio che Mario non conosceva: un'aura ieratica sulla persona scheletrica, uno sguardo
sfuggente e glaciale di mistagogo, un'impressione di superiorit alle cose terrene nelle movenze, e, su
tutto, un mistero impenetrabile sulla sua provenienza e sul suo ruolo.
Al suo ingresso, tutti si voltarono verso di lui. Mario s'impett nel tradizionale saluto, scandendo
il suo Vale, Augusto! ma Veiano gli rivolse un cenno sbrigativo: la questione sul tavolo era della
massima urgenza, evidentemente, e ogni formalismo andava accantonato.
Si sedettero. Come era ovvio, fu Veiano a prendere per primo la parola e, nel farlo, and dritto
al punto.
Vi starete chiedendo perch vi abbia convocato in tutta fretta e in gran segreto, senza neppure
mettervi a parte dell'ordine del giorno della riunione. Quando vi avr esposto il problema, capirete il
perch di tante cautele.
Si permise appena una pausa, una concessione melodrammatica alla circostanza, e poi
spieg:Di certo, conoscete la nostra situazione in Arabia. La Pangermania, stanca dei continui rincari
del petrolio
fornito dalla Lega araba (l'impero romano si riforniva in Africa) e decisa a far valere una volta
per tutte la propria supremazia razziale su un alleato da sempre considerato inferiore, aveva invaso la
penisola arabica e assunto il controllo dei pozzi. Veiano, temendo ripercussioni nell'area, aveva deciso
di sostenere la resistenza locale con armamento e logistica. Ora, le notizie passatemi dai nostri servizi
segreti, sul fatto che i tedeschi potessero prendere la nostra presenza nel golfo a pretesto per rivalersi
contro di noi e allearsi con i giapponesi, sono state confermate. Alle 6 del mattino del 15, senza
dichiarazione di guerra, hanno colpito con un'operazione congiunta Porto delle Perle. Abbiamo perso
duemila uomini e dieci navi.
Lucio non trasal. La rivelazione di Veiano valeva solo a confermare e definire le sue paure: il
conflitto locale in Arabia si sarebbe trasformato in conflitto mondiale. A meno che...
REICH.
All'imperatore di Roma  affidata la potestas tribunicia e gli  concesso formalmente dal
senato (che mantiene il potere di legislatore e di alta corte di giustizia) e dal popolo, per il tramite della
Lex regia, Ximperium proconsolare, in base al quale detiene Yauctoritas per la cura e la tutela della
cosa pubblica e garantisce l'ordine, la pace, la prosperit della cosmopoli delle genti sottomesse. Il
potere d'investitura divina del princeps trova il limite nelle forme del diritto, a cui egli come primo
magistrato sottost (salvo che, per ragioni di sicurezza, il senato non gli attribuisca potere di dittatore).
La successione avviene per adozione.
Un registratore continuava ossessivamente a ripetere il testo di un riassunto storico di parte
romana. Friederich non sapeva che utilit avesse quel tipo di ascolto reiterato, ma era certo che i suoi
istruttori sapessero quel che facevano: nulla poteva essere lasciato al caso, se si voleva da lui il crollo
del Campidoglio. Si aggiust le cuffie e continu a sentire.
La segreteria dell'imperatore, con gli alti dignitari palatini preposti ai vari uffici e
supervisionati dal prefetto del pretorio,  il centro propulsivo della vita pubblica. Il territorio  diviso in
province, divise fra province senatorie (pacificate e popolate da veterani di guerra) e province imperiali
(non pacificate, a cui sono preposti legati assistiti da
littori). L'esercito  costituito dalle guarnigioni di frontiera (limitami) e dalla milizia centrale di
manovra (comitatenses), ordinata in numeri, in
"insegne": il servizio militare non  un obbligo, ma un vanto e una conquista, attraverso prove e
tirocini terribili, specialmente per accedere alle truppe scelte delle legioni dalla prima alla quarta; le
truppe scelte sono le coorti dei pretoriani, alloggiati nei castra pretoria e caratterizzati dal mantello
chiamato sagum-, le legioni sono venticinque, sono comandate da legati, assistiti da tribuni laticlavi
d'ordine senatorio o augusticlavi di rango equestre.
Friederich, solo nello scompartimento riservato del vagone-letto, controll la sua Luger. Forse,
ascoltare pervicacemente quelle informazioni serviva a fargli odiare ancor di pi quella civilt viziosa,
che aveva osato frapporsi fra il Reich e la conquista del mondo. Forse, serviva a dotarlo della
conoscenza di dettagli, che, ora superflui, sarebbero stati utili nel momento del bisogno.
La religione di stato  il cristianesimo, ma  stato insinuato, sebbene senza prove, che nel
patriziato del seguito imperiale, negli alti gradi dell'esercito e della burocrazia, e presso alcune eminenti
famiglie capitoline attive Oltralpe, il culto degli di, di cui l'imperatore sarebbe pontefice massimo e
fratello arvale, sia osservato segretamente e costituisca l'ossatura spirituale della societ tardolatina: a
quanto si sussurra, sarebbe una sorta di monoteismo magico, in cui i nomi diversi che prima
designavano entit diverse per figurazione e collocazione ora sono tanti titoli d'un Dio che ciascuno
intende. Gli adepti si riconoscerebbero per usare negli appuntamenti riservati e nei rapporti
confidenziali la cronologia latina, che rimanda alla data di fondazione di Roma (753 a. C.).
In particolare, sarebbero praticati i riti di Helios Mithra, di derivazione neoplatonica. La
teurgia sarebbe la via alla salvezza, mentre il patriottismo romano si configurerebbe come dovere
insieme terreno e spirituale d'una ristretta cerchia di uomini superiori. Secondo questa concezione, un
lite di sapienza, formata da uomini-iddii al cui vertice starebbe la figura radiante dell'imperatore,
garantirebbe senza posa l'unit, l'organicit e l'universalit di Roma, mentre il cristianesimo
svolgerebbe una mera funzione di superstizione di massa.
Missioni precedenti dei servizi segreti del Reich avevano tentato di
raccogliere prove della religione segreta e di diffonderle alle masse, travolgendo il regime
dinastico sotto le ondate d'uno scandalo senza pari. Ma tutti i tentativi erano falliti miseramente: se
quella sopravvivenza del passato non era una leggenda, i suoi seguaci sapevano come proteggerla.
La lingua franca, anche fuori i confini,  il latino. Il diritto romano non ha lasciato spazio al
common laiv consuetudinario. Il modello economico non  il capitalismo, ma il corporativismo,
esportato anche nelle colonie e nei paesi alleati (ma il sesterzio  considerato oggetto vile). La scienza 
ben indirizzata a scoprire il modo di utilizzare l'energia nucleare, mentre, nell'ottica della segreta
ricerca della dimora degli di, si  sviluppata enormemente l'astronomia e la ricerca aerospaziale.
L'urbanistica ha decretato la fine delle insulae - casermoni invivibili e sovraffollati - per un'architettura
abitativa razionalista, decorata da fori, archi di trionfo, terme, arene, colonne celebrative.
Qualche volta, arrivava a percepire vagamente l'influsso che l'addestramento aveva avuto sulla
sua personalit. Per un momento, gli sembrava di mettere la testa fuori da una cappa plumbea, di
muoversi e pensare senza quell'odiosa sensazione di essere manovrato da qualcosa d'invisibile. Ma era
un momento. Subito dopo, tornava alla sua macchinale sicurezza, stupendosi dell'assurdit dei suoi
dubbi, anzi, dimenticandoli del tutto.
L'Impero non appare come un fenomeno irripetibile, destinato ineluttabilmente al collasso e
alla frammentazione, ma il frutto ordinario d'un genio laborioso e d'una religiosit severa e dinamica,
universale, concreta. I romani, d'altra parte, non hanno conquistato il mondo, ma si sono impossessati
di quel che era a disposizione di chiunque fosse abbastanza energico da prenderselo. Sono serviti a ci
uno
spirito
fortemente
realizzativo,
un'inesausta
politica
espansionistica, una volont di potenza che ha fatto assegnamento su forze corroborate da
un'antica tradizione.
I valori su cui la civilt romana presume di fondarsi sono la dignit virile, l'indifferenza attiva,
la bellezza olimpica, l'approccio affermativo ed eroico alla vita, il senso di distanza dei capi, la
centralit, la stabilit e la sufficienza interiore dei generali e delle legioni, il ruolo di motore immobile
dell'imperatore, il sistema di appoggi reciproci della societ.
Controll l'orologio. Il treno diretto a Roma era appena uscito dalla
stazione di Firenze Santa Maria Novella, in perfetto orario, ancora non accompagnato da venti
di guerra. L'uomo era puntuale al suo appuntamento con il destino.
IMPERO.
Durante il consiglio di guerra, si erano subito delineate le alleanze: da una parte, Roma e
colonie, Africa, Lega araba, la Russia desiderosa di riprendersi gli Urali in mano tedesca e le coste
pacifiche in mano giapponese, e, dopo qualche resistenza, spinta dal timore di essere a sua volta
inglobata, Israele, assurta a livello di vera e propria potenza regionale; dall'altra, Pangermania e
Giappone, con l'appoggio di alcune nazioni ribelli come Sudan, Sudafrica, Argentina e Cile.
A Mario Sestio era stato affidato il comando della prestigiosa Terza legione, di stanza sulle
Alpi. La legione non avrebbe dovuto limitarsi a difendere i confini settentrionali della penisola, ma
provare lo sfondamento da sud delle linee tedesche, da molti ritenuto impossibile, pi che per l'effettivo
potenziale del dispositivo difensivo, per lo stesso ardire dell'idea. Nel frattempo, gli stormi delle Aquile
imperiali, segretamente benedetti dal Flamen martialis nel nome di Marte e Bellona, avrebbero operato
un bombardamento di rappresaglia della Foresta nera, ritenuta area sacra dalla cerchia neo-odinica che
si riuniva intorno al Fhrer.
Mario non orchestrava di persona gli ultimi preparativi della missione. La compagine era
acquartierata in una localit segreta, cui il generale indirizzava tutte le direttive necessarie tramite i suoi
fidi tabellari. Avrebbe voluto parlare agli uomini del contingente dai rostri del Foro, ma era riluttante a
esporsi e aveva deciso di unirsi ai suoi solo all'ultimo momento, per evitare possibili fughe di notizie e
sfruttare al massimo il fattore sorpresa, calando sui tedeschi come la vendetta di Giove Ultore.
Intanto, a Ostia, con il consenso del divo Veiano, venivano celebrate feste gratulatorie per
ingraziarsi gli di. In gran segreto, venivano aperte le porte del tempio di Giano. I fuochi degli
olocausti bruciavano in segno di venerazione, al riparo da occhi indiscreti. Le vestali invocavano il
favore del cielo, e cos le matrone dalle forme opulente, rinomate per stirpe e onest, aliene da ogni
nequizia e inverecondia.
Aruspici divinavano il futuro, cercando di cogliere da auspici e prodigi
un qualche presagio relativo alla spedizione. Il principe stesso si tratteneva all'ombra della
statua della Vittoria alata, che gi in passato aveva appoggiato le mire del Pacificatore e favorito la
conquista da parte sua del potere assoluto.
Una religione segreta, coltivata da pochi eletti, che si celebrava da duemila anni a dispetto del
tempo che trascorreva e delle gentes che l'abbracciavano. Mario pens alle voci filtrate all'esterno, alle
dicerie raccolte e diffuse dal popolino, alle inchieste giornalistiche e alle missioni di servizi segreti
stranieri, via via insabbiate da pazienti e meticolose campagne di disinformazione e depistaggio, e cap
che una civilt capace di tanto, nel mentre amministrava interessi planetari, non poteva davvero temere
la presente congiuntura storica.
Meno che mai lui, Mario Sestio, padre benemerito, avveduto e longanime tutore della salute
della Cosa pubblica, sacro duce della Terza, generale incensato dai camerati ed esecrato dai nemici, che
gi in passato aveva saputo fortificare il limes e rafforzare il consenso universale dell'orbe romano.
Meno che mai lui, fervente cultore della disciplina augusta, alla cui persona i legionari avevano un
tempo annesso qualit semidivine e auspicato un destino imperiale.
Mario apostrof scherzosamente Quinto Giunio Rufo, prefetto dell'Urbe, che, ignaro di tutto, lo
assillava imprudentemente nella pubblica piazza di Ostia con la prossima festa dei Lupercali.
 cos stordito da aver dimenticato che nessuno, nessuno, al di fuori degli iniziati, sa dei
lupercali o di qualsiasi altra cerimonia segreta?
Per ironia della sorte, Rufo aveva origini germaniche.
Nell'anno 678 ab Urbe condita, i tedeschi, allora ancora denominati germani, avevano
fomentato in Baviera una rivolta contro gli occupanti latini, in cui decine di migliaia di soldati e coloni
erano finiti trucidati a tradimento in una carneficina senza eguali. Le autorit locali avevano cancellato
in parte l'ignominia, soffocando la ribellione nel sangue, ma da allora il popolo oltre il Reno si era
caricato d'una colpa indelebile.
Mario e i suoi, a distanza di duemila anni, non aspettavano altro che lavare l'onta una volta per
tutte.
Dopo l'ennesimo abietto colpo basso a Porto delle Perle, non era pi tempo di tergiversare.
Forse, i colombari di Roma sarebbero tornati a riempirsi come non accadeva da secoli; forse, i ludi
gladiatori avrebbero dovuto lasciar posto a ben pi sanguinose e serrate contese;
forse, al grido di Giurate di tornare vincitori! si sarebbe sovrapposto quello di La terra sia
leggera su di voi! rivolto ai caduti; forse, poteva accadere addirittura che l'imperatore perisse in
battaglia e che gli fosse celebrato un funerale con il rito dell'apoteosi; ma i doni militari sarebbero
tornati a illustrare i successi dell'invitta. Le esedre si sarebbero animate di cittadini in festa. Gli
argentari avrebbero faticato a raccogliere i capitali provenienti dalle terre conquistate. Roma, centro
dell'ecumene, simbolo d'un universo imperituro e incorruttibile, avrebbe celebrato nuovi sponsali con la
Storia.
REICH.
Hannover era stato incaricato di assassinare l'imperatore Veiano.
Doveva avvenire durante la tradizionale cerimonia del Trionfo, che si sarebbe tenuta
all'indomani per celebrare l'impresa di Marco Decimo Clodio, l'uomo che per primo nel 1930 aveva
viaggiato nello spazio.
Alla testa del corteo, come gli era noto per aver studiato e ristudiato i precedenti, sarebbero stati
i magistrati, ovvero questori, censori, edili; a seguire, i senatori; poi, per le vie inghirlandate, i
musicanti e le spoglie del nemico, che, in quel caso, erano simboleggiate da alcuni micrometeoriti
prelevati nel corso dell'orbita intorno alla terra; quindi, le corone onorifiche; i littori; il trionfatore; i
legati, i tribuni e i reparti dell'Astronautica, che cantavano carmi trionfali; tutti in processione dal
Campo Marzio per il Circo Massimo fino al Campidoglio, dove si rendeva grazie, si congedavano i
reparti e si teneva banchetto con magistrati e senatori.
Contava di agire al momento in cui i ranghi si fossero sciolti, cio nel momento di massima
confusione. Avrebbe colpito, beffando le guardie distratte, e si sarebbe dileguato facilmente,
approfittando della ancor maggior confusione che si sarebbe creata. Tutto era previsto fin nei minimi
dettagli: orari, armi, mezzi di trasporto, vie di fuga, documenti, azioni diversive. Non aveva nulla da
temere.
Allora, perch un sottile artiglio di ansia scivolava gelido fra le sue spalle, in spregio alle mille
sicurezze inculcategli dall'addestramento?
Scrut il volto grave, riflesso nello specchio della camera d'albergo presso la quale soggiornava
sotto mentite spoglie. La luce del giorno, la poca che sfuggiva all'abbraccio dei tendaggi, non gli
accendeva il viso, semmai disegnava con pi accuratezza le ombre agli zigomi e alle
tempie, sotto gli occhi e il mento, nei solchi delle rughe. Non era la faccia d'un uomo destinato a
passare alla storia: pi che un cacciatore, sembrava una preda spaurita che attende da un momento
all'altro l'attacco fatale.
Volt le spalle allo specchio e si sdrai sul letto, la schiena appoggiata alla testiera. Sulle coltri,
un quotidiano del giorno prima, aperto a met; un pacchetto di sigarette scartato (lo portava con s da
un anno, come memento, da quando aveva smesso di fumare); una biografia di Costantino, con un
segnalibro che spuntava dal capitolo in cui l'imperatore decretava la libert di culto; e una pistola,
sempre quella, nascosta fra le coltri.
Rimase per un po' senza far nulla; poi, a disagio con i propri pensieri, si lasci idealmente
consigliare dai suoi istruttori e si concentr su una singola attivit: apr il giornale, prese un articolo a
caso e cominci a leggerlo parola per parola, disinteressandosi del senso generale.
And avanti cos per un minuto, due, cinque, dieci, anche se non si accorgeva del tempo che
passava. Tutta la sua attenzione era fissata su un oggetto trascurabile, ma ogni preoccupazione
rimaneva cos al limitare della sua coscienza.
Pass un quarto d'ora, mezz'ora. I raggi di sole si tinsero di rosso, si accorciarono, si ritirarono. I
tendaggi si mondarono del sangue vespertino e s'impregnarono della pece notturna, contro la cui densa
coltre nulla potevano i lampioni della strada. Tutto era silenzioso, se si escludeva il suono remoto d'un
convoglio della metropolitana fluviale che correva lungo gli argini del Tevere.
Poi, qualcosa ruppe l'immobilit della scena e quella del viso di Friederich.
La porta della stanza si apr. La mano di Friederich corse alla pistola, tolse la sicura.
Ma non spar, fortunatamente.
Uno sconosciuto si ritir precipitosamente dal vano della porta, balbettando qualcosa a
proposito d'un numero di stanza sbagliato. La porta si richiuse di colpo. La mano allent la morsa sul
calcio della pistola e lasci l'arma sotto il nascondiglio delle lenzuola, con un movimento
innaturalmente rigido.
Non va bene, pens Friederich, non va per nulla bene. Ho lasciato la
porta aperta... figurarsi!... Troppa tensione. Devo calmarmi. Poi, rivolto a se stesso: Calmati. Il
momento, ormai,  giunto. Domani sar tutto finito. L'imperatore morir, Roma cadr. Il Reich
invader il sud, e le legioni allo sbando non potranno opporre resistenza. E tu, Friederich, sarai o un
eroe o un martire.
IMPERO.
La Terza legione rimase padrona del campo.
Esito inevitabile della propria superiorit, della superiorit di Roma.
In esilio nel mondo, salutato ovunque come una stella che portava salute, l'imperatore aveva
purificato le terre e le acque del male diffuso su di esse.
In genere, non si racconta un evento dal suo epilogo, ma, in quel caso, il cronista di guerra
avrebbe certo preso le mosse dal finale della battaglia, dall'ultimo, trionfale attacco sferrato dai romani
alle truppe tedesche in rotta.
Solo dopo, egli sarebbe tornato al principio dello scontro, al primo atto della battaglia delle
Alpi, e avrebbe raccontato tutta la storia come si era dipanata nel tempo. Pochi cenni, brevi, essenziali,
perch ai posteri non sarebbero interessati i dettagli delle manovre militari, ma l'affresco vasto e
potente di due ideologie simili, forse troppo simili, che cozzavano in armi l'una contro l'altra.
Avrebbe raccontato d'un movimento tutt'altro che unico, concorde.
Dopo l'allocuzione di Mario a infiammare l'ardore bellico, le forze in campo si erano distaccate
ordinatamente dal nucleo originario, disponendosi secondo il disegno tattico del loro generale; quindi,
si erano dirette verso gli obiettivi prefissati, a ondate, incuranti della resistenza opposta dagli avversari,
in un lampeggiare di atti eroici. La devozione dei militi per Mario sfiorava l'idolatria.
I carri armati, con i fasci dipinti sulle torrette, avevano aperto l'avanzata, saturando il fronte di
battaglia con bordate di cannone a ripetizione. La cavalleria corazzata tedesca, contrassegnata dalla
svastica, aveva risposto al fuoco. Il resto era stato frutto del puro rapporto di forze tra volumi di fuoco,
con la terra dilaniata dagli scoppi e il cielo scempiato dai segni contorti disegnati dal fumo e dalle
fiamme.
I fanti avevano conquistato terreno, spostando il confine dell'impero dove non era mai giunto
prima. Avevano occupato paesi, casolari, stalle; avevano distrutto ponti e razziato magazzini; avevano
issato i vessilli romani nei borghi e nelle citt; avevano fatto prigionieri e avevano fatto morti, secondo
i capricci del caso e le gesta dei singoli. In cielo, gli aerei avevano imitato le aquile, freddi, inesorabili,
rapaci.
Avevano sbaragliato gli stormi della Luftwaffe, con perdite trascurabili e sprezzo della
contraerea, e messo in condizioni di non nuocere le fucine di armi tedesche. Le fabbriche ma anche i
porti, gli aeroporti, le strade, e gli edifici pubblici, le caserme, i depositi: ogni elemento dell'apparato
bellico nemico era stato bersagliato da un bombardamento massiccio, una pioggia di piombo simile a
una nuova, devastante piaga biblica.
Il cronista avrebbe potuto descrivere con maggior precisione gli eventi, soffermandosi sulle
strategie e sulle cifre. Avrebbe potuto indugiare sui movimenti di supporto delle altre legioni, la Sesta
Vittoriosa, sacrificata in una guerra d'usura sui confini meridionali a migliaia e migliaia di stadi
dall'epicentro del conflitto, e la Dodicesima fulminatrice, occupata a sedare alcuni torbidi di frontiera;
oppure avrebbe potuto discettare sulla perfezione delle formazioni quadrate; ma a chi sarebbe
interessato davvero il numero degli aerei e dei carri armati messi sul terreno, o la proporzione dei
combattenti e dei caduti, o il nome degli scenari della battaglia e dei luogotenenti impegnanti dall'una e
dall'altra parte?
Quella era una guerra di massa, dove il singolo si annullava in una schiera intelligente, spietata,
dotata dei mezzi di distruzione pi potenti fino a quel momento dispiegati. Le maree armate si
muovevano al comando d'un idea, incarnata nel rappresentante in campo del capo supremo.
Per la Germania vinta, il maresciallo Rommel; per Roma vittoriosa, il generale Mario Sestio
Messalla, ora ritto sulla cima della collina a contemplare dall'alto l'ultima, decisiva avanzata delle sue
truppe.
La battaglia non era finita, lo sapeva, e, se per questo, neppure la guerra lo era. Ma gli di,
compiaciuti dal culto segreto che veniva loro riservato, avevano mostrato di voler favorire i loro figli
prediletti e, con il cielo dalla loro parte, la vittoria finale non sarebbe sfuggita. Poteva, dunque,
rimettersi alla fortuna e innalzare inni di ringraziamento a
Marte, protettore degli eserciti dell'Urbe.
Non era solo. Al suo fianco, presenza indesiderata eppure necessaria, stava Elio Emilio
Cornelio. Il nome era forse di fantasia, il ruolo no: forse, era lui il vero vincitore della battaglia, lui a
meritare il trionfo in patria, ma Mario sapeva che la misteriosa figura sarebbe tornata silenziosamente
nell'ombra che l'aveva partorita.
Aveva seguito la legione a sua stessa insaputa. Aveva officiato riti appartati nel cuore della
notte, e qualcuno sussurrava di sacrifici umani.
Aveva portato sul campo di battaglia l'ombra dell'imperatore, cos come lui, Mario, console e
generale, aveva portato la sua luce di civilt. La profondit luminosa, vertiginosa, oracolare del
sacerdote si erano unite all'incoercibile volont del guerriero. E insieme, colto il momento propizio,
avevano vinto.
Strane
cose
avvenivano
quando
i
culti
s'incontravano,
amoreggiavano, procreavano. Mistica cristiana e cerimonie pagane, nell'utero della storia,
avevano dato vita a uomini di quella fatta, su cui riposava ora e per sempre la gloria e l'eternit di
Roma.
REICH.
Friederich Hannover vide in faccia la sconfitta e sbianc.
Non  cos che doveva andare!
Non  solo la Storia che si presta a essere raccontata a ritroso. Anche la storia con la "s"
minuscola, quella che aspira a bloccare o deviare il passo della sorella maggiore, si fa ben narrare dalla
fine, dall'effetto piuttosto che dalla causa. Era la storia di singoli individui come Friederich, che poteva
cambiare il corso degli eventi mondiali o, come stava per avvenire nel suo caso, rimanere una
possibilit incompiuta e cadere nell'oblio.
Non  cos che doveva andare!
I pretoriani della guardia personale dell'imperatore si erano scambiati un cenno d'intesa e si
stavano dirigendo senza esitazione verso di lui, gli occhi fissi sulla preda designata. Non c'era alcun
dubbio: sapevano chi egli fosse e venivano per prenderlo.
Ma come? Chi?
I pretoriani erano armati e, dallo sguardo che scoccavano al di l del fronte ondeggiante della
folla, apparivano decisi a sparare, se si fosse
reso necessario. Avevano l'aria di sapere che si sarebbe a sua volta difeso a oltranza, ma non
sembravano curarsene pi di tanto.
Conosceva la fama di quel corpo scelto e, con impietosa lucidit, sapeva che non sarebbe
sfuggito loro.
Qualcuno mi ha tradito! Non pu essere andata diversamente!
Nonostante fosse conscio della propria situazione precaria, l'istinto di sopravvivenza lo spinse a
tentare l'impossibile. Senza voltare le spalle ai pretoriani che si facevano largo tra la folla, si gett a sua
volta fra gli spettatori che assistevano al Trionfo dai bordi di via dei Fori imperiali.
Potrei confondermi fra la gente. E avere una seconda possibilit.
In imminente pericolo di vita, riusciva ancora a pensare alla sua missione. Il suo addestramento
ne faceva un terminatore dotato dell'intelligenza e della sensibilit strettamente necessaria a fare quel
che doveva essere fatto.
Spinton senza troppi complimenti i malcapitati che si trovarono sulla sua strada. Gli arrivarono
in cambio urti e insulti. Intanto, dietro di lui, i pretoriani si avvicinavano, e gi poteva vedere le loro
mani solleticare il calcio delle armi di precisione.
Non spareranno tra la folla, se non ci saranno costretti.  la mia unica possibilit.
I piani prevedevano che, nel caso fosse stato scoperto, cercasse ugualmente di uccidere
l'imperatore Veiano. Ma i piani non prevedevano che potesse essere scoperto prima ancora che Veiano
fosse a portata di tiro. Questa eventualit non era contemplata: non poteva accadere, semplicemente.
E, invece, era accaduto. I pretoriani a pochi metri da lui glielo ricordavano inequivocabilmente.
E se fosse successo qualcosa? Se qualcuno si fosse accordato e mi avesse venduto in cambio
di...cosa?
Friederich non poteva sapere quanto vicino alla verit fosse arrivato, in quei suoi ultimi istanti
di vita. Non poteva sapere della vittoria della Terza legione, dell'armistizio segreto, degli accordi
sottobanco tra Impero e Reich. Non poteva sapere che adesso la sua vita non valeva pi un sesterzio, se
mai era valsa qualcosa.
Poteva immaginarlo, ma era troppo impegnato a cercare di salvarsi per poter dedicare un
pensiero di pi all'accaduto.
Cerc freneticamente la Luger nella tasca della giacca. Il movimento allarm i pretoriani, che,
all'unisono, sfilarono a loro volta le armi dalle pieghe delle camicie-tuniche accollate. Nella folla
festante, non vi fu alcuno che si accorse di quello che stava succedendo.
Ebbe un'idea improvvisa. Stratton un uomo che il caso gli mise davanti e si fece scudo del suo
corpo, puntandogli la pistola alla tempia.
Finalmente, qualcuno si rese conto della tragedia che si stava consumando: una donna url; un
gruppo di persone sband; qualcuno fin violentemente contro le transenne che delimitavano il percorso
del Trionfo; qualcun altro fu spinto senza volerlo contro i pretoriani che accorrevano da ogni parte,
sempre pi numerosi, sempre pi visibili.
Fermi o sparo! grid, in un latino pesantemente accentato.
Altre urla, altri ondeggiamenti folli nella moltitudine. La maggior parte degli spettatori non si
era ancora avveduta della caccia in atto e copriva con i suoi ululati la voce aliena della preda.
Gli strilli isterici di qualcuno in preda al panico.
Lo schianto secco dello sparo che pose termine alla vita di Friederich Hannover e al sogno di
gloria del Reich.
...
BIBLIOGRAFIA.
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Settimo Sigillo, 1996. Massimo Terni, La pianta della sovranit, Bari, Laterza, 1995.
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, Torino, Einaudi, 1988.
SIA QUESTA L'ULTI MA BATTAGLIA
451: Se Attila avesse invaso l'Oriente invece dell'Occidente Filoteo Maria Sorge
Dal 395 d. C. l'impero romano  diviso in due parti, Oriente e Occidente. In quegli anni, gli unni
si stanziano sul Dnepr, scacciando verso Ovest i visigoti. Nel 451 Attila, re degli unni, inizia il suo
attacco all'Occidente: arriva fino a Orlans, dove viene sconfitto da romani e burgundi alleati.
Nel 452 fa razzie in Italia, ma non arriva a Roma. Nel 453 muore, secondo il poema eddico
Atlakvidha, ucciso dalla nuova moglie Crimilde. Gli unni si ritirano nell'odierna Ungheria, ma altri
popoli barbari via via irrompono negli spazi aperti da Attila e creano un nuovo ordine.
In Oriente l'impero resiste, per essere attaccato dai persiani all'inizio del VII secolo. Scacciati i
persiani nel 627,  la volta degli arabi di Maometto e dei suoi successori.
Portus Romae, primavera del 641 d.C.
Il messaggero aveva parlato chiaro. Tutto era ormai pronto per la mattina seguente. Il porto di
Roma, quello sul mare, voluto da Claudio, spostato da Traiano e promosso da Costantino tre secoli
prima, di l a poco avrebbe ospitato l'intera flotta tirrena.
Il porto fluviale, Ostia, era stato usato come rimessaggio delle navi da carico. Tutte le onerariae
erano state spostate a Portus Ostiae, insieme ai loro marinai.
L'intero porto marino, ormai di fatto interamente militare, era pieno di naves longae,
quinquiremi e triremi in proporzione di quattro a una.
All'imbrunire erano gi oltre cento le navi presenti; altre se ne sarebbero aggiunte negli ultimi
minuti, dopo l'accensione del faro, per completare la flotta.
Con la Siria nelle mani di Uthman, via via sarebbero crollati tutti i piccoli possedimenti romani
rimasti in Oriente. I primi a crollare sarebbero stati Alessandria e Doliq, i cui porti avrebbero dato ai
nuovi padroni molte spezie, oro, argento e soprattutto le navi... potenti galee
da guerra, non i leggerissimi sambuchi da pesca che gli arabi avevano visto al di sotto della
Nubia.
Ostia non aveva subito il degrado urbanistico di Roma. Le sue abitazioni erano ancora comode
e ben spaziate tra loro. Portus Romae, normalmente detto porto, invece qualche problema l'aveva, non
essendo stato pensato per essere abitato, in ogni caso per c'era spazio vitale, con aree pubbliche e
giardini. La mancanza di acquedotti aveva reso impossibile la costruzione di terme e aveva mantenuta
attiva la raccolta dell'acqua piovana. Tre secoli di decadenza, per, erano ben evidenti.
Poche erano le persone che giravano a piedi nella zona residenziale di Porto.
Una di queste, con passo cadenzato ma non marziale, procedeva verso la sua destinazione, una
piccola domus, che si differenziava dalle insulae circumvicine.
Certo, a Roma in pochi avevano una domus cos spartana. L'atrio era ampio, ma non lussuoso.
La posizione dell'impluvium, non esattamente centrale, denunciava pi d'una modifica alla pianta
originale della casa, la cui richiesta di acqua piovana era via via cresciuta nel tempo. Gli odori di cucina
si spandevano dappertutto.
Una voce alle sue spalle fug quelle leggere, note riflessioni.
Chi entra in casa mia nel nome dell'amicizia? disse la voce.
Ave, magistre rerum coquinariarum.
Non farti beffe di me disse il padrone di casa, abbracciando l'ospite. Sai bene che non sono
un cultore delle delizie di Apis, l'apice della res coquinaria... troppo complesso!.
La brezza che attraversa la tua casa sembra testimoniare il contrario, ma tu sei troppo modesto
per vantartene.
Io sono solo un uomo d'arme che vuol fare una bella cena. Stamane, pensando ai momenti che
mi attendevano, per jentaculum ho avuto solo acqua e biscotti. E nulla avremo per vesperna. Ma prego,
accomodati: sai bene che qui non ci sono servi che ci accudiscano.
Il tavolo, imbandito di poco, richiamava una grande attenzione. La gustatio era comunque
abbondante e varia, adatta ai mosti semplici e cotti. Entrambi li allungarono con poca acqua tiepida.
Nel bere, i due corpi si confrontarono in penombra. Massiccio, non alto, ricoperto quasi
integralmente di peli ricci e folti, vestito di sandali
e tunica... l'immancabile daga era insolitamente posta sul fianco destro, a rivelare una qualit di
combattente mancino pi forte delle superstizioni che volevano perdente ci che viene da sinistra.
Aggraziata, la seconda figura rivelava press'a poco la stessa altezza, una peluria appena visibile
sulle gambe e a lato delle orecchie, una pelle chiara e lunghi capelli scuri, appena sulle spalle.
Ceneremo qui: ho gi preparato le varie ferculae, le tre portate che oggi ti propongo. Certo 
triste constatare che neanche in noi nulla resta della frugalit dell'antica Roma, n di quella dei padri
etruschi.... Un sospiro ferm la dolorosa riflessione.
Tu proprio non puoi rimproverartene, visto che per tutta la vita hai mangiato poco pi che
pulmentum con farro tostato e nell'arrosto mettevi il trito di ghiande....
Un gesto, ruvido ma non duro, zitt la dolce voce dell'ospite. L'altro smise la daga, la ripose in
una cassa e fece per andare a prendere le vivande. Allontanandosi, borbott: Non sarebbe n cibo per i
tuoi figli, n vanto per un padre, questo nutrimento.
I rumori di vasellame denunciavano un certo movimento di piatti e portate, le ferculae. Un
passo indietro e l'ospite si trov nuovamente nel vestibolo. Certo i ricchi di Roma avevano ben altri
addobbi a mostrare fin dalla prima stanza tutta la loro potenza. L'abitudine a quella casa aveva reso
meno pungente la curiosit che suscitavano gli insoliti oggetti posti a decoro, tutti scelti con cura nei
frequenti viaggi del padrone di casa: un enorme ramo di ciliegio di Francia, un vaso con lapislazzuli
della Battriana, molte diverse armi di avversari sconfitti.
Ancora una volta la voce alle spalle riport l'attenzione sulla cena.
Ecco qui disse allegramente, richiamando l'ospite. Inizieremo con una "pandetta" fresca,
con molti tuorli e fegato di gallina. L'acqua e il pane sono l: serviti a piacimento.
Un lento ritmo, necessario all'inizio di un pasto comunque pesante, permise di curiosare tra le
successive ferculae. Il vero pasto, insomma, era piuttosto curato. In un senso ben preciso.
La politela, il cibo pi pregiato, era rappresentato da "vagine sterili",
"vulvette" e tette di scrofa, innaffiate da vino di Lesbo e di Mareotide.
Il padrone di casa descriveva con attenzione i suoi preparati.
Le vagine sterili vengono dalle terre dei parti: sono le ultime che
potremo avere, giacch la guerra con i turchi promette di durare a lungo. Le ho stemperate con
aceto e liquamen, altrimenti l'effetto digestivo delle foglie sarebbe stato troppo forte. Adesso, a mio
parere, si accompagnano benissimo con le polpette... vulvette le chiamano, ma non le sanno fare...
vanno aperte a met e riempite con porri, ruta, aneto e cumino, prima di cuocerle nel liquamen!.
Il mosto passava senza sosta dai lagoena ai semplici pocula, mentre l'acqua veniva scelta di
volta in volta dall'orcio caldo o da quello fresco.
Le vagine sterili aiutavano la digestione, anche se non di molto.
La discussione rimbalzava tra due diversi argomenti, il pasto e la guerra. Era ormai chiaro che i
nemici si avvicinavano, e che Roma sarebbe caduta. Il dovere di ogni cittadino romano era di correre
sul fronte e schierarsi compatto a difesa dei confini. Questo avrebbe fatto il padrone di casa. Ma solo
l'indomani.
La penombra anticipava l'avvento del buio.
Caracalla non avrebbe dovuto dare la cittadinanza a tutti i popoli che affacciavano sul Mare
Nostrum, riprende sicura la voce flebile.
Una pausa e poi la continuazione: ... e Costantino non avrebbe dovuto fare il voltafaccia che
ha fatto, convertendosi e proclamando il monoteismo cristiano come unica religione dell'impero.
Noi... noi..., aggiunse l'altro noi eravamo illirici, un fiero popolo di combattenti al servizio
dell'impero. Noi non volevamo essere romani, non vogliamo essere cristiani, per Mithra! A cosa sono
servite le offerte portate fin sull'Aventino, se  stata la perfida Indra ad avere la meglio? Ma la nostra
venerazione non  servita a nulla: i popoli della steppa hanno travolto i nostri padri, fortunatamente
distruggendo l'intera stirpe dei germani. Solo Giove sa cosa sarebbe successo se i terribili germani
avessero potuto infilarsi nei corridoi gi distrutti dai popoli della steppa! Questa, almeno, gli di ce
l'hanno risparmiata. Ma la nostra terra, l'orgogliosa Illiria, ha subito l'onta della conquista dai popoli del
nord, i longobardi. Laddove regnava la divinit del Sole Invitto, ora troviamo le immoralit di Odino,
Thor, Baldor e Loki. Ma non  questo il momento delle invocazioni. Dobbiamo pazientare ancora un
po', almeno completare la cena.
Un improvviso rumore di cocci infranti, secco ma violento, distrasse i commensali. Ne era
chiara l'origine: una delle grandi anfore colme di cibo si era infranta sulla passerella di carico della
nave prima, sul
pontile poi. Le anfore da carico avevano uno spessore ridotto, in quanto non era richiesta loro
una particolare robustezza: rompendosi, davano un suono solo, secco. Alle loro orecchie era giunto
piuttosto sordo, certo dovuto al frumento che era stivato al suo interno e che aveva attutito lo schiocco.
Per qualche istante l'interruzione riport il guerriero sul pontile, con l'animo se non con il corpo.
I preparativi fervevano regolarmente, senza problemi altri che qualche anfora difettosa o qualche
ulteriore controllo d'efficienza. I rematori erano gi tutti legati ai loro posti e le navi iniziavano a
spandere il fetore di escrementi successivi al frugale pasto gi consumato dai forzati. Concentrandosi
sulla sua serata privata, l'uomo scacci queste immagini e con loro l'ansia dell'attesa, riuscendo a
tornare tranquillo e rilassato all'interno della sua casa.
Il tavolo sembrava guardare verso di lui. Lo jecur ficatum, fegato d'oca ingrassata con i fichi e
abbrustolito in gratella insieme alla cipolla di Ascalon, mise in bocca ai due commensali il giusto gusto
per arrivare alla poppa di scrofa.
Questa  certo una ricetta di Apis, non negarlo! rise la voce giovane, scuotendo la testa e i
sottili capelli, il cui color nero si confondeva con l'oscurit.
Le torce davano luce e tepore. Poste com'erano, ai quattro lati dell'atrio, illuminavano
particolari rimasti finora in ombra. In un angolo facevano mostra di s gli oggetti necessari al culto dei
lari, che sarebbero stati onorati alla fine della cena. La bellezza degli scifi da cerimonia, a doppio
manico e ornati lussuosamente, strideva con la sofferta semplicit dei pocula da pasto.
In un altro angolo trovava posto una misteriosa composizione. Un velo ricopriva il tutto, ma le
forme risultanti ricordavano gli oggetti parzialmente nascosti: un tavolo, delle coppe, uno, forse due
otri e delle canne di varia dimensione.
Sai che oltre a onorare i lari dovremo compiere il rito familiare. Le offerte sono sotto quel
velo?.
No, ho preparato il necessario insieme alle stesse offerte per i padri.
Accendo il fuoco purificatore.
L'atmosfera si era fatta solenne. Non a caso: la cena era finita, e la gaiezza doveva lasciare il
posto alla seriet. Il giorno dopo sarebbe iniziata la battaglia. Probabilmente l'atto finale di una guerra
inattesa
contro un nemico barbaro ma fortissimo. Difficilmente i partecipanti a questa battaglia
avrebbero potuto conservare la vita.
Non sono n le calende, n le none n le idi, oggi. Ma ci  consentito accostarci al larario per
celebrare un'ultima volta la nostra stirpe. Ciascuno per s rivolse le preghiere ai defunti e al genio.
Quando ebbero finito entrambi, si scambiarono un cenno d'assenso.
Era il momento giunto pi atteso, quello del rito familiare. La procedura consisteva in una
offerta particolare, che avrebbe allontanato dissapori e malintesi sorti tra moglie e marito.
Dietro una porta apparve una pecora nera. Il corpo e la testa della pecora nera sostituirono le
teste e i corpi delle persone coinvolte. La lingua che aveva pronunciato le maledizioni causa del litigio
era nella bocca della pecora e nella sua lingua. I sacrificanti sputarono nella bocca della pecora, quindi
la uccisero.
Il corpo venne smembrato, posto sul focolare e bruciato. Miele e olio d'oliva vennnero versati
durante la cerimonia, che si concluse con il lancio nel fuoco d'un pane sacrificale e di una libagione di
vino.
Adesso la tua famiglia  di nuovo in pace, sentenzi il padrone di casa. E inizi una nenia.
Costruiamo forse le case per sempre?
Stringiamo forse contratti eterni?
Persiste eterno l'odio sulla Terra?
Cresce e trascina il fiume per sempre?
Quanto sono simili il dormiente e il defunto!
Sia stato un servo o un signore, chi pu dirlo, quando sono giunti al loro destino?
Il padrone di casa aveva recitato a memoria questi brani, dedicati alla fine, alla morte. Non
erano scritti tristi, n erano stati recitati con voce triste. C'era consapevolezza di un ruolo, in chi
recitava.
Anche chi ascoltava conosceva quelle parole. Le aveva imparate negli anni di permanenza a
Doliq, al confine tra la Francia e quell'Hunvilayet ora terra degli unni. Le popolazioni locali dicevano
che la nenia discendesse da genti vissute l mille anni prima, e mille ancora. Dicevano che il loro re,
Gilgamesh, aveva cercato l'immortalit, senza riuscirci.
Dicevano anche che Gilgamesh mai e poi mai si sarebbe arreso ai turchi, che avevano
conquistato la Persia e la Battriana, n ai franchi, che erano discesi dagli Urali in Anatolia seguendo la
distruzione del feroce Attila.
Ma loro, discendenti di profughi illirici, nulla avevano potuto fare.
Come nuova patria avevano scelto Doliq, al confine con la minacciosa Francia; Doliq, citt
d'origine del loro dio pi favorevole, Giove, che a Roma veniva chiamato "Dolicheno" proprio dalla
citt di origine del culto.
Attila aveva creato un percorso di distruzione in tutto l'Oriente una volta romano, adesso
barbaro. I langobardi in Illiria, i franchi in Anatolia, i turchi in Persia, gli unni nella Siria ora detta
Hunvilayet.
Doliq era l da sola: un avamposto romano tra quelle che erano state la Siria e l'Anatolia. Ma ora
la fiera citt degli sprezzanti illiri era al confine con la nuova minaccia: i popoli del deserto. La guerra
era tornata. Per loro sarebbe stata l'ultima.
Certo i barbari erano forti e spietati. Ma per gli illiri i nemici erano altri: le religioni monoteiste.
Il cristianesimo aveva minato l'impero, indebolendone alcune parti che non avevano retto all'orda di
Attila.
Adesso, duecento anni dopo, era la volta dei musulmani, altra religione monoteistica. Anzi,
quasi la stessa religione.
I nuovi barbari vengono dal deserto. Muhammad era rimasto lontano, ma i suoi successori
vogliono le nostre terre. E il loro capo, Uthman, le avr. Non c' dubbio.
Ma perch non restano nel deserto? Perch cambiano vita all'improvviso?.
La tua giovane et  scusa solo parziale per la bestialit che hai appena detto. I popoli del
deserto hanno sempre integrato il magro frutto della vita nomade con disperate scorrerie ma soprattutto
con piccoli commerci. In loro si rifletteva la prosperit della via della seta, una via cammelliera che in
tempo di pace riforniva Roma di spezie e tessuti orientali, e i nomadi di merci di scambio e di dazi per
il passaggio. Traiano era potente ma ingordo: aveva riaperto l'antica via di mare all'Oriente liberando
un canale del Nilo, diminuendo le spese ma privando i nomadi dei dazi.
Quei dazi erano la loro vita. Roma glieli ha tolti. Adesso, cinquecento anni dopo, si ribellano.
E ci attaccano.
Ma lo fanno per la loro religione....
No lo fanno per sopravvivere, sentenzi il guerriero, incamminandosi verso l'angolo con il
tavolo ricoperto dal telo. I padroni del cibo dominano sugli affamati, e loro si ribellano. La storia non
parla mai del cibo: sembra quasi che le guerre si facciano da sole.
E scopr il telo.
Il piccolo tavolo rivel cos i suoi tesori. Un ampio coccio, ancora nascosto da un angolo del
telo, ospitava gli oggetti, le cui forme s'intuivano. Due bottiglie di fine vetro lavorato, chiuse come
Ermete Trismegisto aveva insegnato agli abitanti della Terra, facevano mostra di s in piena funzione
mistica. Alcune canne di grandi dimensioni circondavano in modo occasionale tre coppe, piene di
unguenti medicali, due a base di miele, l'altro dall'odore della mirra. La giovane figura guardava
incuriosita la composizione. Si volse verso l'amico, chiedendo lumi con un gesto silenzioso.
Quelli che ti mostro sono i segreti che ho imparato andando oltre il Regno dei sasanidi,
durante le guerre combattute insieme a quei turchi che oggi sono nostri nemici, per fronteggiare i
popoli della steppa che attaccarono loro prima di noi. L ci sono citt romane create da Traiano stesso.
Furono loro a raccontarmi le arti del Dharma, dell'Artha e del Kama. E per te, per noi, stasera ne ho
preparate due.
Cosa vuoi dire? la voce, gi flebile di suo, era ulteriormente affievolita dalla paura che
iniziava a serpeggiare.
Quando gli uomini non sono pi nel fiore degli anni, per rendersi attraenti devono aiutarsi con
delle pozioni. Nulla di magico, ma certo qualcosa che risvegli i sensi nella preda. E tu sai bene quanto
io ti desideri, e da quando.
Io non posso, non ho potuto. Io....
Aspetta. Ti dir cosa ho fatto per te, per noi, e poi stabiliremo insieme come concludere la
cena. Intanto ecco, prendi questo vasetto e ungiti le parti basse. Ti aiuter, vedrai. Il gesto era pacato
ma deciso; le istruzioni vennero eseguite.
Ecco quello che ho fatto per il contenuto del mio vasetto, disse il guerriero. Ho preso un
melo bianco spinoso e ne ho tratto la corteccia e il frutto, facendoli seccare insieme. Insieme li ho tritati
in polvere finissima, l'ho aggiunta al pepe nero e al peperoncino abbrustolito.
Questa polvere ho mescolato seguendo la tradizione e poi l'ho unita al
miele d'api; l'ho lasciata posare due giorni e due notti, poi, stamane, ne ho unto il mio pene.
Perch hai preparato questo unguento?.
Il saggio Nandi indic questa tra le formule che danno vigore e rendono irresistibile l'uomo
non pi giovanissimo. Non l'avevo mai usata in prima persona, ma l'avevo vista usare da altri. Ne
conosco l'irresistibile potenza.
E questa mistura che hai preparato per me?.
 pi complessa. Sfidando le ire dei turchi ho trovato una pianta di vajnasunhi ricca di
germogli freschi. Li ho attentamente separati dal ramo e sminuzzati con una lama d'osso. Sette volte li
ho messi a seccare con una mistura di arsenico rosso e giallo zolfo, e sette volte li ho tirati fuori. I
germogli si sono sbriciolati insieme agli altri componenti, in un amalgama dal colore rossiccio. Allora
ho unito del miele d'acacia e ho versato la pomata nel vasetto che ti ho porto.
Strani nomi, strane regole di preparazione... ma io sono giovane. A che serve?.
Ti far innamorare di me.
Ma allora  un sortilegio! Io non voglio, sai che non posso... i miei figli hanno bisogno di me.
Le donne non hanno altro diritto che la gestione della casa e dei figli. Non possono contrastare
le decisioni degli uomini. E poi io ti ho mentito: la tua pomata  magica. Non puoi resistermi e grazie al
mio unguento lo troverai bellissimo.
L'atmosfera era diventata improvvisamente molto seria, tesa, ma senza contrapposizioni. Le due
figure venivano proiettate sulla parete con le multiformi regole dettate dalle lingue di fuoco delle torce.
Non avevano contorni precisi, ma era certo che una era flebile, l'altra possente. E vincente.
Come... come far per la mia famiglia?.
Mi seguirai in battaglia, finch il Sole sar ancora invitto. Io ho danaro del quale non avr pi
bisogno: il mio destino  segnato. Darai il mio denaro alla tua famiglia, per i tuoi figli. Tua moglie 
una donna: capir, o comunque si adatter.
...
NOTA AL TESTO.
Un tempo, in Etruria prima, a Roma poi, si mangiava poco e semplice, con pietanze e
condimenti che oggi non vorremmo mai assaggiare. La base del pasto era il pulmentum, la polenta.
I pasti romani erano tre: jentaculum, cena e vesperna.
Successivamente la vesperna cadde in disuso, portando la ricca cena dal mezzod alla sera
grazie all'introduzione del prandium.
Le varie portate, ricche e piuttosto elaborate, erano condite con due sostanze classiche, il garum
(o liquamen, a base d'interiora di pesce) e il defritum, un mosto cotto che dava anche colore. La singola
portata (ferculo) poteva essere anticipata da stuzzichini (gustatio).
Parlando dei piatti citati nel racconto, le vulvae steriles sono verdure (il laser). Vulvulae
isiciatae sono gli ammorsellati fatti a polpettine (isicia), sia di pesce che di carne. La salsina da
assaporare con un pezzetto di pane  la pandetta (pandecter). Il nome fegato viene dai fichi: lo
jecurficatum era il fegato d'oca ingrassata con i fichi.
Il cibo, gi tagliato, si prendeva con le mani dal piatto piano (patina o patella) o fondo (catinus).
Le vivande non solide erano spostate con il cucchiaio (cochlear o ligula). Per le bevande c'erano
bicchieri di vario tipo, dal semplicepoculum allo sfarzoso scyphus (scito).
Il ciliegio che nel racconto  detto di Francia in realt viene dal Ponto, una zona sul Mar Nero
che nella nostra storia  governato dai franchi.  invece esatto il riferimento alla cipolla di Ascalon,
citt della Palestina, alla quale dobbiamo il nome di scalogno.
Le ricette vengono dal De Re Coquinaria di Apicio, un testo classico noto a Roma, in varie
versioni, dal I al IV secolo. Come autore si cita sia un apicius che un apis, pi orientale, usato nel
testo. Il pasto che viene proposto, sfarzoso anche se semplificato, viene da questo libro. Ne sono state
scelte pietanze i cui nomi oggi sono interpretati con un doppio senso erotico di basso livello, ma che in
origine non dovevano esserlo allo stesso modo.
La contrapposizione alla base del racconto  tra la cena romana e la sensualit indiana dello
stesso periodo storico, tra lo scontro di religioni monoteistiche alla conquista del mondo e la
sopravvivenza ultima di un politeismo mediorientale intriso di padroni e millenni.
...
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ALI PER GLI SVEVI
1268: Se Corradino di Svevia avesse vinto la battaglia di Tagliacozzo Donato Altomare
Il 26 dicembre 1194 nasce a Iesi Federico II di Svevia, da Enrico VI Hohenstufen e Costanza
d'Altavilla. Muore in Puglia il 13 dicembre 1250. Il figlio, Corrado IV regna solo quattro anni.
Manfredi, figlio naturale di Federico, tenta di restaurare il regno del padre, ma nel 1266a Benevento
viene sconfitto e ucciso da Carlo d'Angi. L'ultimo rampollo, Corradino, figlio di Corrado IV, viene
sconfitto a Tagliacozzo nel 1268 sempre da Carlo d'Angi e decapitato a Napoli. Con lui finisce la
dinastia Sveva.
SCENA PRIMA.
FEDERICO.
Scappa, piccolo signore, scappa!.
Federico non se lo fece ripetere. Aveva soltanto otto anni, ma era in grado di rendersi conto
d'essere in pericolo. La sua guardia personale era stata decimata e i pochi uomini rimasti in vita
combattevano strenuamente per difenderlo dall'ennesima rivolta dei baroni siciliani.
Lui non poteva saperlo, ma alle loro spalle c'era il crudele Markward.
Si guard intorno. Conosceva ogni pietra del castello normanno di Palermo dove aveva
trascorso tutti i suoi pochi anni praticamente dalla nascita, ogni passaggio, ogni via di fuga. Ma l era
con le spalle al muro in quanto gli assalitori avevano fatto in modo da spingerli verso una zona senza
uscite.
Costanza prima di morire aveva affidato la reggenza per il figlio Federico a papa Innocenzo III
che a sua volta aveva nominato tutore il vescovo di Troia, Gualtiero di Pagliara, interessato
esclusivamente ad amministrare a proprio vantaggio i beni del fanciullo. L'ennesima congiura si era
scatenata contro di lui e Federico doveva essere sequestrato e portato via di l per reclamarne la tutela.
Oppure ucciso.
Poco importava che fosse un bambino di otto anni.
Mio signore.... Un altro normanno giunto in sua difesa cadde trafitto a tradimento. Gli
assalitori erano troppi e, nonostante che i giannizzeri, gli arabi e persino i trovadori si fossero
precipitati in sua difesa, presto sarebbe rimasto solo davanti alla punta di una lama. Poi ramment che
da qualche parte in quella grande sala c'era una botola che portava alle segrete del castello. Gir lo
sguardo e riconobbe l'arazzo di riferimento. Sotto la parete... a sinistra del cervo. In basso.
Ma doveva sfiorare i combattenti. Non perse tempo e, sgattaiolando come soltanto un ragazzino
sa fare, aggir gli uomini in armi e raggiunse la botola. Un pugnale lo sfior spuntandosi contro la dura
pietra. Ma Federico era gi nello stretto tunnel sotterraneo. Era appena sufficiente al passaggio di un
uomo, mentre per lui era agevole. Alle sue spalle si stava scatenando una furiosa caccia. Gli assalitori si
erano resi conto che la loro trappola era fallita e questo li aveva fatti imbestialire.
Ma non sarebbe stato facile inseguirlo in quanto il tunnel era angusto e certo un uomo l dentro
non era in grado di combattere.
Federico sapeva che il suo tutore aveva fatto mettere una guardia all'uscita di quel tunnel,
proprio per bloccare lui e i suoi amici ragazzini nelle frequenti scorribande che caratterizzavano la loro
giovane et. E
una guardia all'uscita dal condotto sarebbe stata in grado di fermare un esercito. Raggiunse le
segrete tra le antiche ciclopiche mura fenicie, poi, correndo come un forsennato, imbocc uno stretto
camminamento che l'avrebbe condotto fuori dalle mura. Sbuc velocemente alla luce del sole, che
quasi gli fer gli occhi.
E vide l'uomo. Difendi il tuo signore! ordin.
Ma c'era qualcosa che non andava. Conosceva molto bene la guardia, tante volte l'aveva presa
in giro perch non era mai riuscita a bloccarlo.
Era un uomo piuttosto anziano ed erano diventati amici, tanto che prima o poi il suo tutore si
sarebbe accorto della loro complicit e l'avrebbe sostituita.
Quell'uomo che gli si par innanzi scuro nella bianchissima luce del sole non aveva nulla della
guardia che conosceva. Anzi, non era una guardia. Il suo abito era troppo ricercato e adorno di inutili
fronzoli luccicanti, il suo fisico pi corpulento addirittura profumava di rosa.
Federico alz il capo. Non riconobbe subito l'uomo. Perch il suo sguardo fu attratto dal
luccichio di una spada sollevata sulla sua testa.
Marcobaldo di Answeiller sorrise. Ci voleva cervello anche in quelle
cose. Aveva fatto spiare il giovane Federico per mesi e conosceva tutte le sue risorse. Compresa
quella via di fuga. L'aveva fatto assalire in quel luogo proprio per spingerlo nelle segrete. Per spingerlo
verso di lui.
Anche perch lui non era molto d'accordo sul rapimento.
Un prigioniero si pu liberare. Un morto non si pu far risorgere.
Sollev la lunga spada per colpire.
Un grido lacer l'aria. Il barone Marcobaldo gir il capo sorpreso e infastidito. Un falco cal sui
suoi occhi e glieli strapp. L'uomo lanci un atroce urlo di sofferenza e lasciando la spada port le
mani al volto insanguinato.
Federico segu il volo del grosso rapace e lo vide posarsi sul braccio del capo dei suoi falconieri
che lo stava osservando dall'alto delle mura del castello. Sollev la mano in un gesto che poteva essere
di saluto o di ringraziamento, diretto a entrambi.Poi fu quasi travolto dai suoi saraceni che giunsero
trafelati con le armi in pugno.
SCENA SECONDA.
CORRADINO.
Quel giorno di fine luglio 1268 il popolo di Roma aspettava l'arrivo dell'ultimo Hohenstaufen.
Le strade erano state addobbate a festa in maniera tale che, a memoria d'uomo, nulla di simile s'era mai
visto.
Qualcuno nel giovanetto quindicenne rivedeva Federico che scendeva l'Italia per rivendicare il
Regno di Sicilia. Ma tra i due c'era una enorme differenza: la posizione politica del papa.
Corradino entr nella Citt Eterna abbagliato dalla sua antica storia, e mentre gli zoccoli del
cavallo calpestavano strade percorse da straordinari personaggi, alle spalle la scia della sua dinastia si
andava spegnendo come fumo di pira in vento di tempesta. Alle sue spalle...
Federico II fu condotto in fretta e furia nella stanza. L'attacco di dissenteria era pi violento del
solito. Castel fiorentino era silenzioso, presagendo che qualcosa di tremendo stava per avvenire tra
quelle povere abitazioni sperdute in Capitanata. Molti sapevano che il Puer Apuliae aveva sempre detto
di voler morire in Puglia, pochi sapevano che aveva anche aggiunto: Voglio che le mie spoglie siano
composte nel castello di Santa Maria del monte. Il mausoleo che aveva fatto
costruire appositamente per la sua rinascita. Pochi. E, mentre dettava le sue ultime volont,
nessuno pensava alla profezia... Sub flore... sarebbe morto sotto il segno del fiore... Non a caso aveva
evitato per anni Firenze. Ma Castel fiorentino era l'unico posto in grado di dargli ricovero, perch lo
stupor mundi non morisse fra gli sterpi e la desolata campagna in quel maledetto 13 dicembre... il
giorno pi corto dell'anno.
Non fu un caso.
Che almeno non ci sia una porta in ferro! aveva esclamato mordendosi le labbra per la
sofferenza. E nella stanza pareva non esserci alcuna porta in ferro. La profezia diceva che sarebbe
morto sub flore... in una stanza con una porta in ferro. Quando lo deposero sul migliore letto della
migliore stanza, si accertarono che la porta d'ingresso fosse di legno. Intorno solo mura d'antica pietra e
pesanti tendaggi.
Ma nessuno si accorse, nella concitazione del momento, che uno di questi celava una porta. Di
ferro.
Corradino sollevava la destra salutando. Era un ragazzo molto maturo rispetto ai suoi quindici
anni. E aveva il fascino dei suoi avi. Il suo spirito si era abbeverato di Minnesang, portandolo a
comporre versi che ancora fluttuavano intorno a lui come aura vitale. Al suo fianco galoppavano verso
un destino di morte Corrado e Marino Capece, Corrado di Antiochia, Galvano, Federico Lancia,
Manfredi Merletta. E
tutti gli altri. Non era un caso che si chiamassero tutti Corrado, Federico, Manfredi. Non era un
caso che sperassero tutti in un aquilotto implume, per una Italia unita, per una Europa unita.
Corrado IV, figlio di Federico II e legittimo erede al trono fece parlare poco di s. Giusto il
tempo di mettere al mondo Corradino, poi lasci la terra dei vivi, insalutato ospite. Qualcuno gli aveva
detto che suo figlio avrebbe rinverdito le sorti degli Svevi, qualcuno, in punto di morte, gli sussurr che
il destino della sua famiglia sarebbe stato sempre grande. Quel qualcuno si limit ad alleviargli il
trapasso.
A sfidare un destino ch'era stato gi scritto sulla lama di una mannaia.
Corradino era bello, i suoi occhi cerulei brillavano rispecchiando l'azzurro estivo del cielo di
Roma. La strada si spalancava davanti a lui.
Come le fauci di un mostro primordiale.
Manfredi sapeva che le sorti del suo regno dipendevano da quella
battaglia. Sapeva anche che non sarebbe stato facile vincere come a Montaperti, dove i suoi
ghibellini avevano sconfitto i guelfi di Toscana.
Ma il Regno di Sicilia era suo per discendenza paterna.
Alcuni avevano detto che un figlio illegittimo non poteva aspirare al trono di Federico II. Lui li
aveva messi a tacere con un colpo di spada.
Avrebbe fatto volentieri lo stesso con papa Urbano IV, che aveva ceduto un regno non suo a un
"senzaterra" straniero. I romani antichi avevano vinto una grande battaglia nei pressi di quella citt, che
allora si chiamava
Maleventum,
e
per
questo
l'avevano
ribattezzata
Beneventum.
Ora sta a te conservare quel nome pens Manfredi mentre le truppe di Carlo d'Angi si
schieravano per fermare la sua avanzata. Fosse sopravvissuto alla battaglia, probabilmente avrebbe
ribattezzato quel posto col suo primo nome.
Ma la storia sta per dare la sua ultima sentenza.
Corradino, figlio di Corrado IV, sconfitto a Tagliacozzo, fin di fronte a una mannaia a Napoli.
Perch mi punite come un predone se non ho mai predato? Io... figlio dell'innocenza. Cadde la sua
testa. Termin la sua dinastia... et machina tota convellitur.
Una stranezza: la marcia di Corradino verso sud era stata accompagnata da stormi di uccelli. Se
quegli uccelli fossero giunti in tempo...
SCENA TERZA.
I FALCHI.
Paul... Paul... vieni subito....
Il ragazzo era entrato di corsa nel minuscolo alloggio del francese.
La sera prima c'era stato il solito spettacolo per i signori di Potenza e lui era stanchissimo.
Ti prego... vorrei dormire ancora un po'....
Il ragazzo si avvicin al giaciglio di foglie secche che fungeva da letto durante il periodo degli
spettacoli e scosse energicamente l'uomo ancora mezzo addormentato: I falchi... vieni!.
Paul Vall si alz di colpo. I falchi? Che succede ai miei falchi?.
Giovannino era agitatissimo: Non lo so... vieni tu... io... io non so
che fare.
Il francese balz in piedi e in una frazione di secondo indoss le brache e si precipit fuori. Era
uno dei falconieri pi bravi d'Europa e la sua vita erano proprio i falchi. Vuoi dirmi esattamente
quello che succede?. Dirigendosi verso il riparo degli uccelli a passo sostenuto.
Il ragazzo scosse il capo seguendolo a fatica: Stamattina... sono andato per pulire le gabbie...
erano irrequieti....
Li hai spaventati?.
No si affrett a spiegare Giovannino, per nulla... ho fatto quello che faccio ogni mattina:
pulisco le gabbie e preparo loro da mangiare.
Ma... ma subito mi sono accorto che qualcosa non andava... si agitavano... saltavano da una
parte all'altra della gabbia. La poiana mi ha quasi beccato, anche se non credo volesse uscire. Pareva
infastidita da quello che stava succedendo. Eppure... mi conosce da tempo.
Paul strinse le labbra: Hai indossato abiti di pelle o hai un odore particolare, oggi?.
No... so bene quali sono le regole... Non... non c'entro io....
Il francese annu piano: Lo vedremo.... Poi entr nella costruzione in legno che conteneva le
gabbie dei suoi preziosissimi volatili.
Si ferm di colpo sull'uscio. C'era un caos indescrivibile. I suoi falchi pellegrini, la poiana e i
grifoni si agitavano convulsamente nelle loro gabbie. Alcuni si scagliavano contro le reti rischiando di
farsi male.
Ma... che... che.... Il guaio era che non parevano riconoscere neanche lui.
Paul aveva una grande conoscenza di quegli uccelli. Sapeva che se volevano uscire si sarebbero
scagliati contro le reti sino a morire. E per lui sarebbe stato come perdere dei figli. Si avvicin a una
delle gabbie, quella di Saetta, il migliore e pi "affezionato" dei falchi pellegrini. Lui ammaestrava
falchi da ormai quasi vent'anni. Saetta era uno stupendo esemplare non molto grande, ma intelligente e
velocissimo. Senza la minima esitazione Paul apr la gabbia e mise dentro il braccio per farvi
appollaiare il falco. Sapeva che il suo contatto e il suo odore in qualche modo l'avrebbe tranquillizzato.
Ma per la prima volta da quando faceva il falconiere si sbagli. Il rapace, approfittando del varco, si
precipit come un fulmine fuori sfiorando il viso dell'uomo.
Saetta... vieni qui... subito!. Il rapace invece continuava a
volteggiare sul soffitto della casupola in cerca di un'apertura per uscire.
Nelle altre gabbie la frenesia sembrava aumentata e il francese cominci a preoccuparsi
davvero, poich gi qualche piuma volava via strappata dalle maglie metalliche contro cui i volatili si
scagliavano come impazziti.
Era un uomo troppo intelligente per non rendersi conto che aveva una cosa soltanto da fare.
Saetta aveva puntato la finestra chiusa dalle ante di legno e vi aveva cozzato violentemente gi una
volta. Naturalmente le imposte avevano resistito, ma se gli urti fossero continuati avrebbe potuto cedere
ferendo gravemente il falco pellegrino. E questa sarebbe stata una specie di tragedia per lui che li aveva
addestrati praticamente dal nido.
Si precipit verso l'ampia porta e la spalanc. Il falco ancora una volta si catapult fuori
uscendo dalla costruzione di legno come un fulmine, e con pochi ma energici colpi di ala guadagn il
cielo.
Il francese torn allora sui suoi passi e apr tutte le gabbie. Quasi con un sospiro di sollievo tutti
i falchi uscirono e imboccarono la porta dirigendosi in alto, sulla scia del primo. Soltanto la poiana
rimase nella gabbia come intimorita. Eppure era enorme, con una apertura alare di due metri e mezzo.
L'uomo allora si precipit fuori per seguire con lo sguardo il volo delle sue "creature".
Rimase a bocca aperta.
Nel cielo centinaia di falchi si stavano dirigendo verso oriente.
Venivano da tutte le direzioni, avevano abbandonato le campagne e le montagne impervie di
Melfi, Lagopesole, Possidente e i boschi del Vulture, di Venosa, di Forenza e delle zone pi interne,
per procedere senza la minima incertezza verso est.
N'est pas possible disse nella sua lingua. N'est pas possible... riest pas possible... ripeteva a
se stesso per tentare di convincersi di quel fatto incredibile. I falchi erano predatori solitari, molto
difficilmente se ne potevano vedere due vicini in caccia. E certo si sarebbero combattuti per la
supremazia sul territorio. Sulla sua testa invece ce n'erano centinaia che si muovevano quasi in
sincronia. E altri stavano giungendo sulla scia dei primi che puntavano decisi verso est.
Qualcosa di straordinario stava succedendo.
Qualcosa al di fuori dell'umana comprensione.
SCENA QUARTA.
LA BATTAGLIA.
C'era un fiumicello che divideva i due eserciti e che gorgogliando pareva non rendersi conto che
presto sangue umano avrebbe ingrossato i suoi fianchi, trasformandone l'allegro sciacquio in un
ruggente fiume di morte. Gherardo da Pisa abbandon temerariamente le fila dello schieramento amico
per sfidare un avversario qualsiasi. Un cavaliere dalle insegne rosso fuoco accett la sfida e l'affront
con la mazza in pugno. Lo scontro fu veloce e mortale.
Gherardo torn nell'esercito svevo sollevando al cielo in gesto di vittoria la spada insanguinata.
Corradino sorrise e alz il braccio in segno di approvazione scatenando le urla dei suoi uomini.
Poi tocc a Riccardo Annibaldi, che torn anch'egli vincitore, ma gli scambi di sfide singole
furono tanti e ci furono sconfitti da entrambe le parti.
Approfittando di questo, Giovanni di Brayselve, luogotenente di Carlo d'Angi, alla guida di un
manipolo di temerari tent di assalire la collina dalla quale Corradino dominava il terreno di battaglia e
riusc a incunearsi violentemente nelle difese avversarie ma, superata la sorpresa per un'azione tanto
inaspettata, la guardia personale di Corradino respinse l'assalto uccidendo tutti gli avversari, tranne
Giovanni. Il nobile fu condotto davanti al giovane quindicenne e costretto a inginocchiarsi.
Invoc le convenzioni tra nobili combattenti e chiese di essere condotto nella tenda dove
avrebbe, come prigioniero, atteso l'esito della battaglia. Giur sul proprio onore che non avrebbe
tentato di fuggire.
Se fossi giunto al mio cospetto con un'arma in pugno, mi avresti ucciso? gli chiese Corradino.
Naturalmente.
Ma io non indosso armi da guerra.
Tu indossi un'arma peggiore di tutte le altre, il tuo casato.
Corradino annu. Poi ordin che fosse decapitato.
Contre tous droits de gens.
Il sole pareva non voler sorgere. Quella era pi di una battaglia.
Di fronte c'erano, da una parte, l'ultimo rampollo di una famiglia che aveva illuminato il
meridione portandolo al centro del mondo. Dall'altra un usurpatore che voleva soltanto una terra da
dominare e dissanguare, una terra da riportare indietro nel tempo, per tenerla sempre sotto il proprio
tallone.
Se nella vita ci fosse giustizia...
Il sole alla fine dovette arrendersi e far capolino tra gli alberi indifferenti. L'estate stava
morendo lentamente trascinando con s i suoi soliti dolori, le sofferenze, per lasciare il passo a un
autunno che, annoiato, avrebbe ripercorso ancora una volta la stessa parabola.
A un cenno dello Staufen i cavalieri spagnoli bersagliarono con le frecce i provenzali
attaccandoli frontalmente. Mai s'era vista tanta arroganza. Questa azione, destinata al fallimento, sort
invece l'effetto contrario perch inaspettatamente Galvano Lancia guad il fiumiciattolo alla destra
dello schieramento e invest i francesi di fianco. Le due azioni combinate ebbero successo e l'esercito
nemico abbandon in fretta e furia il proprio accampamento. Con tutto quello che conteneva.
Moltissimi nobili erano soliti combattere portando con s brocche e vasellame d'oro, monili preziosi
che ingentilivano oltre misura la loro tenda. In quel momento furono manna per gli spagnoli e gli
italiani che avevano vinto il primo scontro. Si avventarono sulla preda impossessandosi di tutto quello
che potevano, seguiti dai tedeschi.
L'esercito si disperse. Fu allora che Edoardo di Saint-Valery, camerlengo di Francia, che aveva
trattenuto Carlo d'Angi dall'intervenire durante il saccheggio gli disse ch'era tempo di attaccare.
E fu una strage.
I soldati di Corradino furono presi a piccoli gruppi o isolati con le mani occupate dal bottino e
non dalle armi. Furono inseguiti, dispersi, trucidati.
Quando tutti si resero conto della situazione, guardarono sulla collinetta dove Corradino
osservava affranto il manifestarsi del proprio destino. Chi pot lasci il bottino e raggiunse il ragazzo
sulla collina.
Quando si contarono, si resero conto che erano rimasti in pochi, certo non in grado di reggere
uno scontro con l'esercito francese.
Fuggi, mio signore, fuggi!.
Corradino strinse i denti. Doveva decidere. Con gli occhi dell'esperienza dei suoi avi, si vide
abbandonare in fretta e furia la zona della battaglia e trovare rifugio da qualche parte per riformare un
esercito.
Ma lui aveva quindici anni. Soltanto quindici anni.
E i suoi occhi inseguivano un sogno.
I sogni ingannano, seducono e abbandonano.
Stava per ordinare la ritirata.
Fu allora che accadde...
Il cielo si oscur.
Come quando una densa nuvola avanza spavalda schiacciando sotto di s ogni speranza di luce,
come quando la notte preannuncia il suo arrivo mandando guizzi di buio a spianarle il percorso, cos lo
stormo infinito di falchi apparve a oscurare il sole. Erano tanti, incredibilmente silenziosi,
incredibilmente fermi nel cielo, con le ali aperte a sfruttare le correnti calde che la terra esalava come
esausta. Incredibilmente pronti.
Corradino sent la voce di suo nonno che diceva: Non sei solo...
attacca!.
Si gir. Tanto vicino a lui non c'era nessuno.
Tranne un'ombra che faceva ondeggiare il panorama.
Allora cap che non sempre i sogni ingannano, seducono e abbandonano.
Cap che al mondo c' giustizia, che la vita  fatta di strade da seguire, di curve oltre le quali
non vedi cosa ti attende.
Cap che oltre c' qualcosa.
Sguain la spada e la sollev.
Tra le ali un raggio di sole si fece largo e colp la lama lucente, rompendosi in decine di guizzi
che si sparsero tra la brulla natura a seminarla, per farla rinascere.
I suoi uomini sentirono che qualcosa stava accadendo, qualcosa di straordinario. Allora si
posero al fianco del loro giovanissimo condottiero e, ridendo della morte, attesero il suo ordine.
Carlo d'Angi osserv tutto e scosse il capo: Sono pazzi!.
Non mi piace sussurr Edoardo di Saint-Valery che non
abbandonava di un passo il suo signore.
Ed entrambi allibirono.
Corradino lanci al cielo il suo richiamo. Non l'aveva mai fatto, ma un'ombra evanescente
glielo sugger.
Un pugno di uomini si lanci contro l'intero esercito francese.
Un pugno di uomini e migliaia di falchi.
Il primo urto fu tremendo. Il manipolo di disperati guidati da Corradino fu facilmente fermato
dal grosso delle truppe provenzali che si erano asserragliate intorno a Carlo d'Angi. Ci che restava
dell'esercito svevo stava per essere sopraffatto. Poi giunsero dall'alto folgori nere, pennuti vendicatori.
Giunsero con le loro grida per spaventare, con i loro artigli per strappare, con i loro becchi per ferire.
La lotta fu subito impari. Ovunque soldati francesi che cercavano di difendere gli occhi e il viso
da sfuggenti scure saette e stupidamente brandivano spade agitandole in alto e colpendo soltanto per
caso e per l'incredibile numero di falchi che si avventavano su ciascuno di loro.
Il campo di battaglia fu presto un unico gigantesco lamento. Accecati, insanguinati e spaventati
da quelle furie, gli uomini dell'esercito di Carlo d'Angi si dispersero tra gli alberi in cerca di un riparo
che pochi trovarono. Inutili le visiere dei cavalieri quando i loro cavalli stramazzavano al suolo, facili
prede degli uomini di Corradino, inutili i mantelli frettolosamente portati intorno al capo e lacerati dagli
artigli d'acciaio.
Inutili le suppliche e le invocazioni di piet.
Il torrente si ingross.
Per i corpi e il sangue.
E la terra si be di quella insperata abbondanza per dar cibo alle radici.
Poi tutto fin. All'improvviso com'era cominciato.
I falchi si alzarono in volo guadagnando il cielo trionfanti. E come acqua che cade nella sabbia
si dileguarono con pochi e possenti colpi di ali.
Il campo di battaglia vide molti uomini aggirarsi ciechi in cerca di aiuto, alcuni uccelli feriti che
tentavano inutilmente di riprendere il volo.
L'usurpato re francese che, con occhi sbarrati, tra i pochi a essere stati risparmiati, osservava
incredulo la scena.
Corradino, dall'alto della collina dominava. S'era fatto largo intorno a lui, specie quando un
enorme falcone gli si era posato sulla spalla destra e osservava minaccioso qualsiasi movimento
circostante. I suoi uomini ai piedi della collina sollevavano le spade insanguinate inneggiando
all'incredibile vittoria.
Carlo d'Angi scese da cavallo. Non gli importava pi nulla della propria vita, pi nulla dei suoi
sogni di potere. Muovendosi tra sterpi e alberi rinsecchiti, tra cadaveri e lamenti, raggiunse la collina.
Nessuno lo ferm, nessuno sollev l'arma contro di lui, anzi il cerchio si apr per lasciarlo passare. Il
fratello del re di Francia risal la collina con gli occhi fissi su Corradino.
Lo raggiunse. Si sfil la spada e la gett ai suoi piedi, poi scuotendo il capo disse in perfetto
italiano: Non si pu combattere contro di te.
Tu... tu non sei un uomo qualsiasi.
Ti giuro fedelt sino alla mia morte.
Tutti i suoi soldati rimasti ancora in vita e in grado di vedere chinarono il ginocchio e il capo
davanti al ragazzo.
Il sole scherz con i suoi capelli facendo capolino.
Lui gir il capo. Lontano, ma non troppo, comparve un cavaliere sulla cresta di una piccola
altura. Tutti lo videro. Portava la corona di Gerusalemme e lo stendardo con le aquile.
Chiunque avrebbe giurato fosse lui... Federico.
Galopp possente per un lungo tratto, poi scomparve ingoiato dalla luce del giorno
luminosissimo.
ULTIMA SCENA.
L'OMPHALOSFederico XV scese dalla sua lussuosissima Fiat-Ferrari cabrio. Intorno la
guardia personale schierata scatt sull'attenti.
Il primo ministro lo raggiunse stringendogli energicamente la mano. Il re sorrise cordialmente
anche se un fremito lo scuoteva nell'intimo.
Mentre percorreva il piccolo tratto che lo separava dall'ingresso di Castel del Monte, tra due ali
di folla acclamante, gir lo sguardo intorno. Ovunque alberghi e ristoranti, ovunque parchi e giardini,
ovunque gente che almeno una volta nella vita doveva visitare il mausoleo di Federico II, il
Puer Apuliae.
Questo pensiero lo riport alla realt. Ogni anno, nel giorno del suo compleanno, faceva visita
alle tombe dei suoi avi, raggiungeva il castello, appositamente costruito per conservare le spoglie
mortali di Federico II e dei suoi successori, e trascorreva qualche minuto in raccoglimento.
Quel giorno era diverso.
Quel giorno compiva cinquantasei anni. Quanto quelli di Federico.
C'era molta gente in attesa di rendere omaggio alla tomba di Federico, in fila, che attendeva
pazientemente il proprio turno per entrare nel Castel del Monte e visitare il mausoleo eterno. Tanti
pensieri si accavallavano nella sua mente mentre procedeva a passo spedito ma non eccessivamente.
Quel luogo era diventato il centro del mondo, il suo ombelico, l'Omphalos, come il centro del mondo
era diventato il Regno delle Sicilie, nel cuore del Mediterraneo, ponte tra culture diverse ma simili,
ponte tra razze, mozzo di un villaggio globale che si basava sull'avanguardia politica e culturale del suo
stato. Un regno che andava dalla penisola iberica ai Carpazi, dai fiordi alle sabbie del deserto africano.
Pensare che tutto era cominciato da Federico. E dall'incredibile vittoria di Corradino a
Tagliacozzo. Con la conseguenza della sottomissione del papa e del trattato con la Francia e la Spagna,
che aveva spalancato le porte a un lunghissimo periodo florido e di pace.
Ma perch pensava a tutto ci? I libri di storia erano pieni di notizie del genere e certo persino il
pi umile dei suoi sudditi lo sapeva.
Ma perch continuava a pensarci?
Maest....
Federico XV si scosse. Il suo consigliere privato stava cercando di attirare la sua attenzione.
Ditemi, Perri.
Maest, ho bisogno di parlarvi... prima che....
Federico aggrott la fronte e annu piano, aveva grande fiducia e stima per quell'uomo.
Vi ascolto.
Mi... mi permetta di parlare francamente, col cuore in mano?.
Voi ci sorprendete, Perri. Vuol dire che sino ad oggi non ci avete mai parlato francamente?.
Il suo primo consigliere scosse energicamente il capo. Non intendevo questo. Vorrei parlarvi
senza formalismi, senza perifrasi, esprimendo in maniera diretta il mio pensiero. Oggi non  un
compleanno come tutti gli altri, lo sappiamo, oggi avremo tutti un incommensurabile altro aiuto. Per
questo devo esprimervi tutti i miei dubbi su quanto sta accadendo intorno a noi. Sarete voi a dar loro il
giusto peso. Ma se non lo faccio io, non lo potr mai far nessuno.
Federico XV rest qualche istante pensieroso. Aveva capito. Bene. Si guard intorno per
accertarsi che fossero soli, poi si sedette su uno dei tanti sedili in pietra che perimetravano le stanze,
fece cenno a Perri di fare lo stesso e lo invit a parlare.
Ecco, maest. Sono molto preoccupato dalla situazione tra i nordisti e i sudisti degli Stati
d'America del Nord. Sono ai ferri corti. La Confederazione sudista ha stretto patti di reciproca
assistenza con gli stati del Sud America e con quelli dell'Africa centrale. Dal canto suo lo Stato nordista
ha dalla sua molti paesi africani meridionali con i quali ha un accordo per la mano d'opera, e altri in
Asia e in Australia.
Tutto questo ci  noto, allora?.
Da alcuni giorni  giunta una proposta della Confederazione del Sud su un accordo
economico. In realt  una chiara provocazione, vogliono che il Regno delle Sicilie prenda una
posizione non pi neutrale nell'America del Nord. E questo  un guaio. Sinceramente non so come
venirne fuori. Se accettiamo l'accordo, lo Stato nordista reagir male, lo stesso far la Confederazione
del Sud se lo rifiutassimo. Il rischio  grande. Pare che i due stati stiano ammassando truppe ai confini
atlantici. Se scoppia una guerra tra loro non sar limitata, ma coinvolger molti stati dell'Africa,
dell'Asia e dell'Australia. Insomma, sar qualcosa di mai avvenuto, un terribile conflitto mondiale. Io
sono molto preoccupato, anzi di pi, spaventato.
Ieri  atterrato all'aeroporto di Potenza un Boeing 888, delle linee aeree sovietiche e altri
cinquecentonovanta profughi dall'area russa hanno chiesto asilo politico. Nonostante gli accordi con
Mosca, continuano a far finta di niente, anzi a favorire la partenza dei profughi.
I nostri campi di accoglienza sono saturi e spesso scoppiano tafferugli
che la vigilanza interna, con sempre maggiore difficolt, riesce a sedare. Il blocco russo-cinese
lo fa di proposito per crearci difficolt.
Sappiamo che se dovessimo rifiutare l'accordo con la Confederazione del Sud in America, l'asse
russo-cinese ci chieder formalmente il rimpatrio dei profughi. Che verrebbero giustiziati
sommariamente, per cui noi saremmo costretti a rifiutare. E anche in questo caso la reazione dei
colorati potrebbe essere violenta. Sanno che siamo in difficolt per la storia del nord America e
vogliono in qualche modo approfittarne.
I nostri agenti ci confermano che esiste un trattato di non interferenza tra l'asse e i due stati
nordamericani. In caso di conflitto mondiale, i russocinesi resterebbero neutrali, pronti ad appropriarsi
del Regno delle Sicilie qualsiasi sia l'esito dell'immane conflitto.
Federico XV non disse nulla. Qualcosa l'aveva intuita, ma la sua analisi non era mai andata cos
a fondo. Inutile dirlo, c'era gente che voleva assolutamente distruggere la pace. Di fronte a quella
situazione, i problemi interni del regno, dei quali si era sempre occupato personalmente, sembravano
litigi tra bambini. La fecondazione etero, la siccit, il tentativo di alcune genti dell'Inghilterra del nord e
della Spagna di raggiungere una specie di indipendenza delle loro terre ricorrendo ad attentati
dinamitardi, i tribunali che, contrariamente alle sue aspettative, non riuscivano ancora a far coincidere
la legge con la giustizia, sembravano ferite superficiali rispetto a quella mortale che poteva venire dalla
situazione internazionale.
Ma cosa vogliono tutti?.
Le nostre colonie. Quelle dell'America centrale, il Marocco e la Libia. Senza poi parlare di
quelle in Oriente. Sanno che il Tibet vuole l'indipendenza e cavalcano la tigre. Inutile aggiungere che
l'asse cerca di sottrarci i pozzi petroliferi del mare del Nord e, indirettamente attraverso la Libia, quelli
in Basilicata.
Quanto tempo abbiamo per prendere una decisione?.
Avremmo dovuto gi rispondere, ma il compleanno di Sua Maest, con ci che comporta, ci
ha permesso di rimandarla. Possiamo farlo ancora, avvalendoci di varie scusanti, ma prima o poi
dobbiamo prenderla, questa difficilissima decisione.
Quanto  alto il rischio di un nostro coinvolgimento in una eventuale guerra tra nordisti e
sudisti?.
Molto alto.
Non abbiamo un grande potenziale bellico.
 proprio questo che mi preoccupa. Abbiamo la flotta mercantile pi grande del mondo e un
formidabile sistema di comunicazione interna e coloniale. Abbiamo gente in tutto il mondo in grado di
farci avere notizie immediatamente. Abbiamo contratti finanziari con mezzo pianeta e fabbriche sparse
ovunque. Ma qui finisce la nostra potenza, basata sulla forza economica piuttosto che militare.
Non abbiamo un esercito regolare, n riservisti. Poche macchine da guerra in cielo, terra e
mare e siamo praticamente indifesi in caso qualcuno dovesse assalire il nostro territorio. E se io fossi
un nemico comincerei dalle frange pi estreme, le meno difendibili.
Federico XV emise un profondo sospiro: Capiamo. Stette qualche minuto in pensoso silenzio,
poi: Ne parleremo.
Perri si illumin tutto: Mi sento molto pi tranquillo.
A quanto pare non riponete una grande fiducia nel nostro operato
ironizz il monarca.
Maest, non equivocate la mia gioia. Sino a oggi avete regnato con grande abilit. Ma qual  la
vostra esperienza in situazioni del genere?
Di guerra, intendo? Mentre il vostro avo era un maestro in questo.
Insieme costituirete un connubio perfetto.
Il monarca annui con un debole sorriso. Aveva capito bene ci che il suo segretario particolare
intendeva dire, per cui lo tranquillizz: Non temete, non abbiamo equivocato affatto. E siamo
d'accordo con voi.
Ora, se non avete nulla da aggiungere, possiamo andare?.
Perri fece un passo indietro, chin leggermente il capo: Maest... e si allontan in fretta,
silenziosissimo, quasi non sfiorasse neanche il pavimento.
Federico XV si scosse. Si riprese rapidamente. Con un sorriso leggero lo salut ed entr
nell'altra stanza. Fu subito avvolto dalla penombra, essendo l'illuminazione artificiale molto soffusa. Il
castello era rimasto immutato. C'era un piacevole silenzio poich il vociare rispettoso al di fuori era
attutito da idonee pannellature fonoassorbenti.
Naturalmente il castello era assolutamente vuoto. Nessuno doveva esserci nel momento della
sua visita. Persino la sua famiglia e il primo ministro l'avrebbero atteso in una apposita struttura
affiancata al castello per i consueti festeggiamenti.
Federico XV entr subito nella stanza a destra, seguendo il percorso obbligato che l'avrebbe
portato nell'atrio. I visitatori potevano cos sfiorare il grande sepolcro di Federico II per poi salire nelle
stanze superiori e ammirare il sarcofago del Grande dall'alto. Lui invece usc dagli schemi e si diresse
direttamente verso la struttura ottagonale, una specie di enorme vasca scoperta che era al centro
dell'atrio. Un'apertura orientata verso la sua Andria fidelis gli avrebbe permesso di raggiungere il
sarcofago. Lo fece diversamente dal solito. Con un tremito in pi nelle gambe.
Entr.
Bentornato. La voce proveniva dal sarcofago. Lui si era mille volte preparato a quell'evento,
ma egualmente non seppe trattenere un brivido.
Signore....
Hai paura?.
Federico XV sorrise: No, per nulla. Sono tanti anni che aspetto questo momento. Da quando
me ne parl mio padre. Allora avevo soltanto ventotto anni.
Parve quasi che la statua di Federico II, seduto su uno scranno al centro della "vasca" proprio
sopra la sua sepoltura, abbozzasse una specie di sorriso. Forse per colpa della luce che aveva assunto
uno strano colore.
cos farai tu al prossimo compleanno di tuo figlio Corradino. Lo preparerai per questo evento.
Sar fatto.
Il castello pareva chiuso da una cupola trasparente, tanto era il silenzio intorno. Neanche un
cinguettio o un rombo d'aereo profano.
Nulla.
Insieme faremo grandi cose.
Federico XV chin il capo: Posso fare una domanda?.
Qualunque.
Io... io non sar pi... io?.
Questa volta si ud la risatina: Aifatto. Tu continuerai a essere te stesso in assoluta coscienza,
ma avrai una seconda anima, per un consiglio, per un aiuto in una improvvisa decisione. Anche per un
rimprovero paternalistico. E per qualche idea che in tutti questi anni di
"quiescenza" mi  frullata per la testa.
Non ho fatto in tempo con tuo padre, mi spiace, ma quel ponte tra la Calabria e la Sicilia va
fatto. Come anche il tunnel sotto il Mediterraneo. Con la diga alle Colonne d'rcole il suo livello si 
abbassato a sufficienza per permettere la posa delle tubazioni sul fondo.
In ogni caso devo congratularmi con te.
Federico XV aggrott la fronte: Non capisco....
L'idea di aumentare le ore giornaliere  stata geniale. Da tantissimo tempo si usava l'ora ridotta
nelle scuole, nelle fabbriche, nelle comunicazioni... e nessuno aveva mai pensato alla cosa pi ovvia:
portare a ventisei le ore del giorno.  stato davvero intelligente.
Il monarca del Regno delle Sicilie chin il capo arrossendo un po':
Non  stata un'idea tutta mia, i miei collaboratori....
Lo so, so tutto. Come so anche che hai imposto l'abolizione in tutto il mondo della pena di
morte. Sai, non sono del tutto d'accordo... ne riparleremo.
Tra me e me?!.
Naturalmente.
Ma il problema serio riguarda la minaccia di guerra che proviene dall'America del nord. Avrai
sentito tutto da Perri.
Soltanto un secondo d'attesa: S, ma il problema  meno serio di quel che sembra. Non avete
potenza militare, ma avete quella economica. Quindi potete tutto. Fate rientrare i capitali dai paesi a
rischio e chiedete loro la restituzione dei debiti. Li metterete in ginocchio.
Potremmo ottenere l'effetto contrario.
 possibile, ma se fai spargere la voce che i soldi servono per completare un misterioso e
segreto arsenale bellico potentissimo....
Forse.
Gi, ne riparleremo. Ora vorrei che tu fossi pronto.
Lo sono dal momento in cui ho messo piede qui dentro.
La statua di Federico II parve nuovamente sorridere. Faremo grandi cose insieme.
Poi il cielo mut. Divenne d'un azzurro tenue, e il sole si pot anche
guardare senza ferirsi gli occhi. L'aria si ferm, come il cuore di Federico XV, e il fiume dei
secoli trascorsi l'avvolse stampando nella sua mente la conoscenza.
Del passato.
Con guizzi del futuro.
Cap cos'era successo a Tagliacozzo, veramente. Chi aveva vinto.
Ali intorno a lui.
La statua di Federico II tremol e si sdoppi. L'antenato parve alzarsi e raggiungerlo a braccia
aperte. Per entrargli nell'anima. Anima nell'anima.
Davanti a nessuno, perch nessun essere umano c'era ad assistere a tale evento. Nessun essere
umano.
Soltanto un grosso falcone. Serio e attentissimo. Aggrappato a una pietra sporgente della parete.
Poi il cielo torn normale, il sole inguardabile. Tornarono rumori e musiche lontane. E lui torn
a essere umano.
Il falcone si pos sulla sua spalla.
Faremo grandi cose insieme.
Usc.
La folla lo sommerse con gioioso clamore.
...
BIBLIOGRAFIA.
Giulio Cattaneo, Federico II di Svevia, lo specchio del mondo, Roma, Newton Compton, 1992.
Cronologia Universale, Milano, Rizzoli, 1987.
Gianfranco de Turris, Da Corradino a Federico XV, l'umanit che trionfa, Milano, Mondadori,
2001.
Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte e il sistema castellare nella Puglia di Federico II,
Modugno, Edizioni del Sud, 2001.
Donato Altomare, Il Mausoleo di Federico II, Bari, Laterza, 2015.
LA MORTE IN CASA DE' BARDI
1293: Se Dante non avesse scritto la Divina Commedia Giulio Leoni
Nato nel 1265, a ridosso della scomparsa di Federico II, Dante trascorse tutta la prima met
della vita nella sua citt, avviato a quella che sembrava una brillante carriera politica. Fu in questo
periodo che conobbe Beatrice, forse della famiglia Portinari, verso cui concep un intenso sentimento
d'amore.
Andata sposa a Simone de' Bardi, Beatrice mor giovanissima, gettando Dante nella
disperazione, di cui restano testimoni le pagine della Vita Nova.
Intanto la sua attivit politica, legata ai guelfi di parte bianca, veniva bruscamente interrotta dal
colpo di Stato che nel 1302 lo condann all'esilio. Da questo momento la sua vita si trasform in lungo
peregrinare di citt in citt, sostenuto soltanto della sua fama di studioso e poeta, che intanto andava
crescendo per tutta la penisola.
Ma se l'esilio lo strapp forzatamente all'impegno civile, gli restitu invece il tempo e la
distanza interiore per dedicarsi con tutte le sue energie alla stesura del suo capolavoro, la Commedia,
che condusse avanti fino alla morte, nel 1321.
Molte nazioni devono molto a un solo uomo. Ma forse solo l'Italia deve a un solo uomo la sua
stessa lingua.
Aveva aggiunta e poi tolta una parola. Raschi sulla tavoletta cerata, per fare nuovo spazio.
Saggi il suono della frase, pronunciandola ad alta voce per valutarne la phon, poi scrisse di nuovo.
Ma sentiva che la parola mancava ancora il segno delle sue intenzioni. Per non c' modo di eludere
quel passaggio fondamentale, e cos le ore si consumano, mentre la morsa dell'emicrania lo afferra da
dietro la testa coi suoi artigli.
Sta lavorando sulla ventottesima parte della Vita Nuova,  fermo sul passo in cui annuncia a
ogni uomo la morte della meravigliosa Beatrice.
Ma lui, che ha reinventato dal nulla le fattezze di un miracolo e ha fatto di una giovane donna
un simbolo, non pu dire davvero come ella sia
morta. Perch dovrebbe svelare il suo disegno. E mentre scrive non  convenevole a me
trattare di ci si chiede se potr mai narrare quello che ha visto.
Sente che non terminer mai quel libro. Forse avr una fine sulla carta, ma nella sua mente esso
rester incompiuto, perch nella sua mente non c' pi spazio per versi d'amore. La poesia, la voce con
cui  possibile parlare con Amore, adesso gli sembra inaridita. Da mesi ha preso a visitare gli ospedali
di Firenze, per studiare la forma delle ferite, le tracce che la violenza matta lascia sull'uomo. Prendendo
appunti, disegnando schemi e immagini, per quello che ha in mente.
L'ottavo giorno del mese di giugno. Si era destato anzitempo, scosso da uno di quei sogni
inquieti che giungono con le prime luci dell'alba. 
il tempo, secondo il Filosofo, in cui il nostro fragile intelletto passivo, la nostra debole
intelligenza, entra in contatto col grande Intelletto attivo che anima il cosmo. Il tempo in cui sentiamo
la parola stessa di Dio. Gli era apparso di nuovo il volto insanguinato del grande Sigieri di Brabante,
cos come lo ricordava dalle lezioni cui aveva assistito anni prima a Orvieto. Si chiese cosa avrebbe
detto Guido della sua idea, che il maestro di logica era stato assassinato da quegli ipocriti di frati presso
cui si era rifugiato. Non lo aveva ancora messo a parte dei suoi sospetti: su certi argomenti si tratteneva
dalla confidenza con lui. Ma ormai la sua tesi era stata scritta a chiare note nel Fiore, e circolava gi per
Firenze. Guido si sarebbe piegato in due dalle risate, leggendo i versi beffardi, magari sarebbe andato a
inchiodarli alla porta di Santa Croce, e di giorno. Tanto lui era uno dei Cavalcanti: intoccabile. Gett
uno sguardo dalla finestra, verso la torre che sovrastava le case del suo amico, alta e imperiosa come la
sua famiglia, alleata dei guelfi e temuta dai ghibellini, e rispettosa solo di se stessa. Il primo dei suoi
amici.
Il primo e il pi grande.
Improvvisamente il silenzio dell'alba fu rotto dal suono lugubre di una campana che batteva a
morto. Non era un evento inconsueto, in una citt di pi di centomila anime, esposta a morbi e
violenze, e a tutti i colpi di fortuna. Ma quel tocco che spezzava il silenzio con l'annuncio di un ben
altro silenzio si fece strada nella sua mente con la forza di un ariete. Si sentiva irragionevolmente
turbato. Si sporse dalla piccola finestra, seguendo la provenienza del suono: era la torre campanaria
della cappella vicino l'arco romano, dove la sua strada confluiva nel
lungarno. Un'inquietudine crescente strisciava nel suo animo: dunque era un suo vicino che
aveva abbandonato il secolo per varcare l'uscio dei morti, qualcuno che certamente conosceva, di cui
aveva forse stretto le mani con affetto o baciato le gote o che magari aveva affrontato con ira per una
delle tante discordie che avvelenavano il suo come ogni altro vicinato di Firenze, citt maledetta e
lacerata dall'odio di parte.
Che tragica sciocchezza era stata quella dei suoi antichi concittadini, di gettare in Arno la statua
di Marte con la cieca presunzione che fosse solo un dio pagano. Gli di del mondo antico non erano
morti, ma solo addormentati, come i loro poeti. E quell'insulto aveva risvegliato l'ira scarlatta del
signore della guerra, che da allora lacerava la citt colla sua spada precipitandola di sciagura in
sciagura, sempre sull'orlo di torbidi civili, di un'invasione, della distruzione totale.
Eppure non aveva saputo di nessuno che fosse malato, n aveva visto nella strada alcuno di quei
tristi segnali, l'accorrere di medici e prefiche e preti e notai che indicavano come l'uccello della morte si
fosse appollaiato sull'architrave di una porta. Dunque una scomparsa inattesa, nel cuore della notte,
quando al volgere della marea dicono che attracchi la nave degli spiriti che giunge per la sua raccolta.
Rabbrivid, come se una folata di vento avesse improvvisamente raggelato la temperatura di quella
tarda primavera, fino ad allora insolitamente torrida.
Restava fermo a osservare dall'alto la stretta strada deserta, nella speranza che passasse
qualcuno. Il coprifuoco era ormai cessato da un pezzo, e la luce rosata dell'alba stava gi colorando la
parte alta delle facciate degli edifici. Eppure nessun rumore veniva ancora a turbare il silenzio perfetto,
come se quel giorno fosse la vita stessa ad esser sospesa, ed anche i panettieri e i venditori e gli
acquaioli e gli artigiani e tutta la turba frenetica che animava le strade di Firenze si fossero assopiti in
un sonno magico. Solo la campana continuava a rintoccare nella strada deserta, come fosse il suono dei
passi della morte lungo la strada.
Finalmente apparve dall'altro capo della via un servo ansante.
Riconobbe i colori della livrea della famiglia dei Bardi e gli grid dall'alto se sapesse chi fosse
il morto. Monna Bice, la moglie di messer Simone. Ha reso l'anima questa notte rispose quello senza
accennare a fermarsi, alzando appena il capo per poi sparire frettoloso
dietro l'angolo.
Ormai da pi di un'ora continuava ad aggirarsi per la sua stanza, soffermandosi distrattamente
sui libri e sulle carte, incapace di concentrarsi su qualcosa. Percorreva con lo sguardo le pareti,
comparando quel piccolo spazio con l'enormit del regno della morte.
Le immagini penetravano attraverso le porte dell'anima sfocate, come se un velo d'acqua fosse
sceso tra la sua intelligenza e il mondo. Ma non erano lacrime, gli occhi asciutti bruciavano riarsi dalla
nuova luce del giorno. Il suo era solo stupore, freddo. Aveva conosciuto la piccola Bice quando lei
ancora viveva nella casa dei Portinari, prima che andasse sposa al ricco Simone de' Bardi, molto pi
vecchio di lei.
Fiss un disegno appeso da anni sopra lo scrittoio, ancora con le incertezze di tratto e le
ingenuit di una mano che sta apprendendo, e che pure  gi testimone di una grande capacit innata.
Rappresentava un piccolo angelo, ritratto mentre procede in una via stretta, quasi soffocato dai muri
delle case che sembrano chinarsi a stringerlo in un abbraccio. Il volto di bambina  illuminato da un
sorriso che scopre appena i piccoli denti, gli occhi si allargano in laghi di luce realizzati con una
macchia di bianco, la veste discende fino alle caviglie, mossa dal passo lieve che s'intuisce dietro i tratti
di penna. Per un errore di prospettiva del disegnatore l'angelo sembra sospeso a una certa altezza dal
lastrico della via, invece di poggiare su di esso: ma  un errore che immerge la fanciulla ritratta in una
involontaria atmosfera magica, ne cancella l'affanno della gravit che governa i corpi dei mortali.
Quel disegno  restato l per quindici anni, senza che lui quasi pi lo vedesse, a ingiallire. E ora
invece ricorda improvvisamente tutto, come se il libro della sua memoria si fosse spalancato di colpo
su quelle antiche pagine: perch quell'angioletto  Bice Portinari, ritratta da lui all'et perfetta di nove
anni, in uno dei suoi esercizi scolastici. Colta nell'attimo magico in cui la bellezza si ridesta sotto i tratti
ancora infantili. Forse disegnata a memoria, immaginata pi bella di quel che fosse. Splendente, come
quando si voltava per strada a salutarlo, con gli occhi illuminati, spalancati sul futuro.
E adesso non c' pi alcun futuro.
Non c' niente. O forse il ricongiungimento con il cielo di Dio.
Dante ha studiato a fondo teologia,  dottore nei misteri di Dio, conosce le mappe delle sfere
superiori ma sa che non sar mai capace di
ritrovarla, che non la vedr mai pi. Che non la vedr mai pi nessuno, fino al remoto giorno
del Giudizio. Pazienza, la vita continua. Forse scriver qualcosa su di lei, forse un'elegia come
Properzio, per primeggiare tra i suoi amici Fedeli d'Amore.
Quello che lo mise in sospetto fu la stranezza del mortorio. S'era presentato alla casa dei Bardi
nelle prime ore del meriggio, vestito del suo abito migliore. Aveva sostituito lo strascico della berretta
con una sciarpa nera, in segno di partecipazione al lutto. Sul petto aveva puntato il nastro verde con il
giglio dorato, l'insegna di chi aveva combattuto a Campaldino nella campagna contro Arezzo. Lo
accolse un servitore dall'aria mesta, che sembr prestargli poca attenzione mentre si presentava
elencando nome, famiglia, sestiere d'origine. Fu condotto in una sala superiore attraverso una ripida
scala interna. La salma era gi stata deposta in una cassa di legno rossastro, e giaceva al centro della
stanza appoggiata su due cavalletti bassi, come abbandonata tra le fiamme tremolanti dei ceri. Tutto
intorno erano state disposte secondo l'uso due file di sedili dallo schienale alto, per servire alla veglia,
sedili che per adesso erano tutti vuoti. Nel vano di una porta sul fondo, lasciata socchiusa, vide per un
attimo solo la sagoma di un uomo di spalle, che era subito disparso nella profondit della casa. Gli
parve di cogliere una qualche deformit in quel corpo che per un attimo era restato visibile, ma la
visione era durata troppo poco.
Gli pareva strano che una famiglia cos importante avesse lasciato solo un congiunto nella
prima morte, senza nemmeno assumere una prefica che confortasse la veglia coi suoi lagni, proprio
nell'ora in cui l'anima subisce l'assalto delle potenze delle tenebre che le si affollano intorno per
condurla a giudizio, e massima  l'urgenza di pianti e del conforto della voce umana orante, che
secondo tutti gli autori  lo strumento pi forte contro la perdizione. Ma mentre faceva queste
considerazioni si ricord della fama di spilorcio e tanghero che aureolava la fronte di messer Simone
come le corna quella di Mos.
Si avvicin quindi al feretro, per baciare la fronte della morta secondo l'uso. Voleva vedere per
un'ultima volta quel viso, com'era adesso, e di cui conservava soltanto il ricordo incerto di molti anni
prima. La cassa era chiusa. Afferr delicatamente con le mani il coperchio, per spostarlo quel tanto da
scoprire il volto. Il legno resistette alla prima spinta. Prov pi forte, con uno strappo. Tutto il feretro
vibr, minacciando di cadere dai sostegni. Per un attimo temette
con orrore che stesse per rovesciarsi in terra: immagin angosciato il rumore che attira gli
abitanti della casa, lo scandalo che esplode nella sala improvvisamente popolata, la vergogna. Si scost
con un guizzo, andandosi a sedere su uno degli scranni e sperando che nessuno si fosse accorto di nulla.
Il coperchio resisteva perch era stato gi fissato con i cavicchi definitivi che si inserivano nella
cassa solo al momento della sepoltura.
Eppure Beatrice era morta appena da poche ore. Mentre si chiedeva la ragione di quel modo
insolito, avvert alle spalle la presenza del servitore. L'uomo gi da qualche tempo lo fissava con le
mani serrate dietro la schiena, come in attesa che si decidesse ad andarsene. Dante era infastidito da
quell'atteggiamento insolente, e da tutta l'inurbanit della cerimonia. La salma abbandonata, nessuno
dei familiari in lacrime, la cassa chiusa che non permetteva l'ultimo saluto. Fu tentato di chiederne
spiegazione ma cap dall'espressione di marmo del volto dell'uomo che non avrebbe avuto alcuna
soddisfazione. Usc maledicendo i Bardi e la loro vuota alterigia di magnati, incolti e degni solo di
disprezzo.
Il giorno seguente aveva atteso all'angolo del mercato che una delle serve dei Bardi venisse, e
l'aveva affrontata cercando di sfoderare il suo miglior fascino. Quella non sembrava maldisposta ad
attaccare discorso, e faceva la ruota con le sue ingenue grazie di fanciulla del contado. Dante non ebbe
difficolt, dopo qualche complimento, a portare il discorso sul fatto drammatico del giorno, ma ebbe
subito la netta sensazione che l'altra non potesse o non volesse svelare troppi particolari della vicenda.
La moglie del padrone era morta nella notte.
No, non sembrava ammalata ma esile e malinconica sempre. No, non era stato chiesto il
soccorso di nessuno dell'arte medica, nessuno di loro aveva lavato e rivestito il corpo, se ne era
occupato direttamente messer Simone. Avevano sentito pianto e singhiozzi oltre la porta chiusa, ma
nessuno l'aveva pi vista. Messer Simone era gelosissimo della moglie, e di certo aveva voluto esser
l'ultimo a scrutare quel volto angelico.
Solo il figlio era stato ammesso nelle stanze del padrone durante quelle ore, anche il padroncino
sembrava distrutto dal dolore.
Dante aveva trascritto nella sua mente ogni particolare, mentre la sua immaginazione
cominciava a infiammarsi. Perch non era stato fatto nessun tentativo di cura? Era noto di membra gi
avvolte nel gelo della morte che s'erano rianimate, se trattate con i farmaci opportuni. Lui
stesso, che pure era solo ai primi passi nello studio dell'arte della farmacopea, avrebbe saputo
almeno tentare qualche rimedio. E perch il corpo era stato subito nascosto alla vista di tutti?
Per il resto del giorno aveva vagabondato senza meta, allineando in mente tutte le tessere di
quel mosaico, che sempre finivano nei tratti orridi di una gorgone. Poi c'era stato il seppellimento nella
cappella di famiglia, passato il vespro, senza corteo e preci, a lume spento. Era corso al palazzo dei
Cavalcanti, per confidare all'amico le sue atroci congetture. E questi sono i fatti, Guido.
Ce qualcosa di segreto in quella casa, qualcosa di vergognoso e di terribile che si cela dietro una
morte che Simone de' Bardi ha voluto cos rapidamente cancellare, di certo per seppellire col corpo
anche l'evidenza della sua colpa.
Guido Cavalcanti aveva ascoltato il racconto del suo amico con la sua solita aria beffarda,
giocherellando con il pomo del pugnale dorato che portava sempre alla cintura. Lanciava di continuo
sguardi alle sue spalle verso la porta, come se fosse in attesa di qualcun altro. Sempre sulla lama sottile
che separa appena i privilegi dell'amicizia e della confidenza dall'insulto. Dante era abituato al modo di
fare dell'altro, che lo aveva accolto tra i suoi amici poeti, ma sembrava voler rimarcare a ogni occasione
la sua maggior et e la sua appartenenza ai grandi di Firenze, mentre lui solo a stento poteva tenersi al
pari delle famiglie patrizie. Ma stavolta la sua freddezza sembrava passare i limiti. Stava per accusarlo
del suo solito insopportabile cinismo e andarsene, quando Guido inaspettatamente gli si era rivolto con
tono serio, fermandolo:
S, credo che stavolta tu abbia ragione, e non come quando te la sei presa con Forese per quella
storia su tuo padre. S, penso che dobbiamo vederci chiaro, tu e io, su tutta la questione. E se poi
riuscissimo a far passare qualche guaio al vecchio Simone e a tutta la sua schiatta salderei anche un
vecchio debito che lo lega a noi Cavalcanti aggiunse poi dopo una breve pausa, come parlando a se
stesso.
E che pensi di fare? I Bardi sono tra i primi contribuenti del comune, e nemmeno tutta
l'autorit del Consiglio potrebbe varcare la loro porta, che  sbarrata alla giustizia come lo  alla
cortesia e alla dolcezza d'amore.
Non ho parlato della casa dei Bardi. Guido sembrava seguire un suo ordine di pensieri. Se 
stato commesso un delitto, ormai le sue
tracce non sono pi l, ma semmai nel luogo dell'eterno riposo di quella poveretta, la tua
Beatrice.
Dante era impallidito, sia per le conseguenze implicite delle parole dell'amico, sia per il tono di
scherno che riaffiorava di nuovo in quel la tua Beatrice, pronunciato con noncuranza: Non vorrai...
Turbare il sonno dei morti  il peggiore dei sacrilegi. Anche i filosofi pagani che ti sono tanto cari lo
vietano assolutamente: ricorderai quel luogo di Aristotile, dove quel grande spirito, parlando dello stato
dell'anima dopo la morte, afferma....
Lo ricordo perfettamente. E anche tutto il resto tagli corto Guido,
ma i filosofi pagani, che mi sono tanto cari, dicevano anzitutto che  proprio dell'uomo
penetrare nella causa delle cose. Ed  appunto quello che faremo, penetrando stanotte nell'avello dei
Bardi.
Dopo quella sentenza sembrava cresciuto di un palmo: Dante non aveva trovato nulla da
obiettare, e poi non voleva apparire meno risoluto dell'amico. Si lasciarono con un abbraccio e il bacio
consueto, in attesa che scendessero le tenebre.
Entrare nella cappella non era stato difficile, anche se avevano dovuto forzarne la porta con il
paletto di ferro. Avevano poi richiuso accuratamente le due ante, perch da fuori nessuno sospettasse di
nulla, al momento del passaggio della ronda. Beatrice era stata sepolta in uno dei vani della parete di
destra, appena sopra il livello del pavimento, dietro una lastra di marmo fissata con delle grappe di
bronzo. Si misero all'opera alla luce dei ceri votivi che ancora bruciavano negli angoli della cappella, e
delle loro lucerne. Bisognava strappare dal muro con attenzione le grappe senza danneggiarle o
scheggiare la lastra di pietra, in modo da poter poi nascondere accuratamente la violazione.
Stavano lavorando ormai da quasi un'ora e restava soltanto da togliere l'ultimo uncino, quando
Guido si ferm di colpo, come se fosse stato folgorato da un'idea improvvisa: Fermiamoci, amico
mio. Forse stiamo per commettere un errore spaventoso! mormor rapidamente, la voce spezzata da
una inspiegabile emozione. Aveva preso a mordersi il labbro, come sempre quando rifletteva.
Quale errore?. Anche Dante sera immobilizzato. L'ombra dei morti sembrava incombere
come non mai su di loro. Guido continuava a riflettere, poi era scoppiato a ridere: un riso nervoso, che
gli stampava sul volto tagliato dalla luce della candela una maschera grottesca, tanto
appariva inatteso in quel luogo. Dante ebbe per un attimo la sensazione che il suo amico fosse
crollato per la tensione nervosa, e stesse impazzendo. Un moto di gioia perfida gli invase il cuore: cos
anche il grande Guido Cavalcanti aveva paura, non era quella statua romana che voleva sembrare. Ma
la sensazione era stata di breve durata, perch subito l'altro aveva ripreso la padronanza di s e lo
fissava di nuovo con lo sguardo ironico di sempre, e sembrava come sempre leggergli nella mente:
No, amico mio, non sono impazzito. O almeno non lo sono da solo, forse siamo impazziti entrambi.
Che vuoi dire? torn a chiedere Dante.
Voglio dire che potrebbe esserci un'altra spiegazione, perfettamente plausibile, per giustificare
la stranezza del seppellimento. Non hai sentito le voci che circolavano per Firenze nei giorni scorsi,
portate dai nostri di ritorno dai mercati del settentrione? E non hai considerato che la casa del nostro
amico messer Simone, che Dio lo maledica,  un porto di mare in cui entrano ed escono continuamente
i suoi agenti che vanno e vengono da quelle terre?.
Dante lo fissava perplesso, poi impallid di colpo, allontanandosi con un balzo dalla lapide cui
era ancora appoggiato con le mani, e che all'improvviso era diventata una lastra d'acciaio rovente. La
peste!
riusc soltanto a mormorare, prima che la voce gli si spezzasse in gola.
Sentiva i peli sulla nuca drizzarsi per il ribrezzo.
Non credi che questa possibilit sia di gran lunga sufficiente a spiegare l'ansia dei Bardi di
liberarsi prima possibile e nel modo pi discreto dal cadavere? aveva ripreso Guido, col tono di chi
medita ad alta voce. Le leggi del comune sono ferree per i casi di pestilenza, e dimmi tu se quel
tanghero di Simone de' Bardi avrebbe rischiato di vedersi mettere a fuoco mobilie e suppellettili, e
sbarrare la casa per dei mesi, solo per dare una sepoltura onesta a sua moglie. No, se qualcuno degli
agenti di cui si serve per i suoi traffici col re Filippo gli ha riportato dalla Francia insieme coi suoi
maledetti fiorini anche l'alito dell'inferno, ha scelto di certo la strada che pi gli somiglia, la via obliqua
dell'elusione, e ha nascosto tutto in fretta, come un gatto rognoso che sotterri i propri escrementi.
Dante era attonito. Seguiva le parole dell'amico come se queste giungessero dalla distanza del
sogno. Quella possibilit terribile evocata da Guido pareva aver spento in lui qualsiasi capacit logica o
volitiva,
come se la forza che tiene insieme e ordina in noi l'anima vegetativa e quella irascibile, e le
subordina a quella intellettiva, si fosse sfaldata e i diversi piani del suo essere si stessero confondendo.
Se l dentro  celato il seme della peste trov finalmente la forza di dire, aprendo quella porta
segneremmo la nostra morte, oltre forse a scatenare un dragone orrendo per le vie di Firenze.
Ma d'altronde  anche possibile che la tua prima intuizioni sia quella giusta, e che
effettivamente Simone de' Bardi sia un barbaro uxoricida.
Guido sembrava aver di colpo recuperata tutta la sua freddezza e padronanza di s. E se ora ci
allontanassimo di qui, perderemmo per sempre la prova per sottoporlo a giudizio, affinch sia
incatenato per la gola. No, abbiamo un dovere di giustizia da compiere. E quindi apriremo
quest'avello aggiunse guardandolo fisso, per conoscere la verit. A meno che tu....
Guido si era interrotto a met, lasciando in sospeso la frase. Ma la sua espressione era quella
sferzante che Dante conosceva sin troppo bene.
Dietro quella sfida con la morte non c'era tanto la sete di giustizia, quanto il desiderio di mettere
se stesso e l'amico ancora una volta alla prova. Avvamp di rabbia, e solo la poca luce del luogo lo
riparava dal rivelare il rosso violento delle guance. Non sarebbe stato certo lui ad abbandonare per
primo l'impresa: come a Campaldino, quando anche in preda alla paura aveva attaccato come gli altri e
prima degli altri, e li aveva guidati alla vittoria. Dette un calcio alla lucerna balzando in piedi, il viso a
un palmo da quello di Guido. Poi, impostasi la calma e respirato a fondo disse tutto in un fiato:
Sbaglieresti di gran lunga, amico mio, a scambiare per timore il mio rispetto per il sacro sonno dei
morti, e per mala disposizione d'animo quella che  solo avvertita prudenza e rispetto per la salute dei
miei concittadini. Concittadini che certo a me, di parte di popolo, stanno pi a cuore che non ai tuoi
maledetti magnati. E poich la mia ansia di giustizia non  inferiore alla tua, scansati dalla sepoltura e
lascia che sia io a rischiare anche per te.
E lo aveva afferrato per una spalla, scostandolo bruscamente.
Guido aveva ascoltato in silenzio, senza opporre resistenza alla spinta sgarbata. Poi era
scoppiato a ridere, prima con brevi singulti e poi irrefrenabilmente, trascinando anche l'amico in un riso
liberatore che pareva recuperare la misura delle cose. Stavano ancora ridendo quando rimossero la
lastra. Solo al momento dell'apertura della bara la terribile
voce della morte si riaffacci nelle loro immaginazioni, da cui s'era allontanata scacciata dalla
cecit della giovinezza.
Il corpo di Beatrice giaceva sotto un velo sottile. Dopo un rapido sguardo ansioso Dante si
abbandon a una breve preghiera di ringraziamento, per non aver visto nessuna delle tragiche orme
della peste. N piaghe, n macchie purpuree deturpavano il volto delicato.
L'espressione della donna appariva quietamente serena nella morte, le palpebre socchiuse
lasciavano intravedere il bianco degli occhi che sembravano sul punto di aprirsi nel risveglio, i capelli
avvolti in lunghe trecce annodate donavano alla piccola testa la grazia di una giovane sposa
addormentata. Solo il colore di cera delle carni testimoniava l'inizio del processo di decomposizione,
che rendeva orrendo il suo sonno. Il corpo era rivestito con un abito di gala, forse proprio quello del
suo matrimonio, che la avvolgeva preziosamente fino al sottogola, i piccoli piedi nudi spuntavano
dall'orlo della veste come scolpiti in un blocco di marmo greco. Ancora una bambina. Nell'animo del
poeta era scomparsa di colpo la tensione che fino a un attimo prima l'aveva posseduto, sostituita da
un'ondata di sollievo appena venata da una punta di vergogna, alla constatazione che non v'era traccia
di nulla di strano in quel corpo ordinatamente composto per il riposo eterno.
Anche Guido appariva deluso, e il ghigno sprezzante aveva cominciato a riscriversi sul suo
volto: Sembra proprio, amico mio, che avremmo potuto risparmiarci tanta fatica. Forse ha ragione
Dante da Maiano, quando dice che devi curarti la fantasia con qualche purga.
Ma Dante non sembrava voler reagire al tono di scherno. Guardava quel volto, non pi visto da
anni, in preda a una tempesta di sentimenti.
Si chiedeva se l'immagine dell'amore tanto a lungo cercato nelle parole per rima, nei versi
scambiati con gli altri Fedeli d'Amore come per un gioco prezioso, non fosse invece l, perfettamente
affermata nella estrema cancellazione di quel corpo morto, disteso sotto i suoi occhi. Si chiedeva se
proprio in questa rimozione definitiva, proprio in questa desertificazione totale dei sensi non
consistesse l'essenza stessa d'Amore, e se proprio dalla definitiva liberazione dalla vita sensibile non
scaturisse la perfezione d'amore, come aveva scritto il grande Bonaventura da Bagnoregio. Non poteva
essere allora questa Beatrice gi quasi fatta polvere la quintessenza del divino stupore, il miracolo
mostrato, da contrapporre alle vane Gemme e Lape e Vanne che percorrevano coi loro passi
l'imperfetto mondo dei vivi nella poesia dei
suoi amici? Non poteva essere questa Beatrice perduta, questa ormai non pi donna ma angelo,
colei che invece poteva beatificare i suoi versi, renderli degni di lode immortale, immortali come quelli
degli antichi?
Uno strattone di Guido lo riport alla realt. Il colmo della notte era gi trascorso da un pezzo e
bisognava cancellare ogni traccia della loro intrusione. S'erano quindi accinti a richiudere il coperchio
della bara, quando lo sguardo di Dante, che si era piegato sul corpo per aiutare Guido a raccogliere i
cavicchi di fermo, cadde per caso su una delle mani della morta. Il corpo era stato deposto nella cassa
con le braccia distese lungo i fianchi, e non con le mani intrecciate in preghiera come d'uso. Questa
posizione aveva fatto s che nella frenetica esplorazione del cadavere in cerca dei terribili segni della
peste, tutta l'attenzione si fosse concentrata sul volto e sulla parte superiore del corpo.
Nessuno di loro due aveva cos notato il mignolo sinistro, che appariva dolorosamente piegato
indietro, distorto in una posizione del tutto innaturale. Solo una violenta frattura poteva spiegare quella
condizione. Dante indic all'amico la cosa, con fare interrogativo: (Aspetta. Forse siamo stati troppo
precipitosi. Forse dovremmo guardare meglio. A volte la prima visione  come la superficie
dell'oceano, che riflette la luce in mille lampi, e cela al di sotto i suoi mostri.
Vincendo ogni ultimo scrupolo, afferrarono il piccolo corpo per sollevarlo e trarlo fuori dalla
cassa. Il capo ricadde su un lato, come se i legamenti del collo fossero stati infranti: tolto il sottogola la
pelle del collo appariva violacea, segnata in profondit dai segni di una stretta mortale.
L'apertura della fascia aveva richiesto un certo tempo alle loro mani inesperte, anche se
effettuata con una frenesia crescente. Nel movimento il giro delle trecce si era sciolto, scoprendo
l'attaccatura dei capelli dietro l'orecchio. Un tuono esplose negli orecchi di Dante, mentre la mano di
ferro di un gigante gli schiacciava il petto fermandogli il respiro. Si appoggi con le spalle alla parete
per non cadere come un corpo morto, poi si lasci scivolare lentamente a terra, ancora con la testa di
Beatrice appoggiata al petto, con gli occhi sbarrati e insieme cercando di non vedere. Ancora coperto di
sangue raggrumato c'era davanti a lui il segno inequivocabile di un morso
inferto alla base della nuca, che aveva strappata la pelle e le carni della giovane donna fino a
scoprire le ossa delle prime vertebre. Poi rimossero delicatamente il resto delle vesti, rivelando le tracce
di una violenza segreta, oscena, celata sotto la sontuosit delle sete. Dante tremava di rabbia e di orrore,
mentre sosteneva con delicatezza la povera testa sfigurata. Le lacrime che avevano preso a scorrere
inarrestabili, scendevano dal suo viso ad intridere i capelli della morta.
Fu preso di nuovo da una vertigine, e per un attimo temette di perdere i sensi. Rimase qualche
istante immobile, respirando a fondo per riprendersi, poi mormor con una voce di ghiaccio che
sembr a Guido quella di un altro, come se un terzo uomo fosse improvvisamente uscito da una delle
tombe e sedesse tra loro: L'assassino l'ha afferrata da dietro, per violarla. E l'ha fatto con tanta ferocia
da spezzarle il collo mentre la teneva ferma coi denti, come un cane che si accoppi per strada.
Fissava come ipnotizzato la collana sanguinosa di fori. Dammi quella candela aggiunse poi
rivolto a Guido.
Che vuoi farne?.
Voglio cercare di far colare della cera nella traccia del morso, per avere un simulacro della
bocca di questa belva.
Non perdiamo tempo con i tuoi intrugli da speziale. Che ti serve di sapere di pi? Chi credi
che sia stato a ridurla come un agnello dal beccaio, se non quel furfante del marito? No, adesso si fa a
modo dei Cavalcanti. Richiudiamo tutto, perch la notte  ancora lunga e abbiamo un appuntamento
con messer Simone.
La casa dei Bardi sembrava una fortezza inespugnabile, con le sue spesse mura di pietra e l'alta
torre che la coronava in alto. E lo sarebbe stata davvero, se la cupidigia dei suoi abitanti non avesse
provveduto negli anni a trasformare progressivamente tutto il piano terreno, nato come opera di difesa,
in un ammasso di botteghe, laboratori e di magazzini, con la conseguente apertura nelle muraglie di
innumerevoli varchi, tra porte e finestre, che avevano completamente snaturate le sue difese. E proprio
da una di queste finestrelle, lasciata malaccortamente socchiusa da qualche lavorante, Dante e Guido
erano riusciti a introdursi neU'interno addormentato, ed erano risaliti silenziosamente fino al piano
delle stanze padronali, seguendo il ricordo del percorso della visita di condoglianze di tre giorni avanti.
Si avvicinarono
cautamente all'uscio socchiuso di una delle stanze, da cui usciva la luce flebile e tremolante di
una candela, e scrutarono nell'interno.
Sul fondo della stanza, chino su di un inginocchiatoio, si stagliava controluce la sagoma di
profilo di Simone de' Bardi. Dante era rimasto paralizzato da quella visione inattesa, che non
coincideva con il comportamento di un maniaco assassino, privo del ben dell'intelletto, n con
l'ottenebramento della colpa, cos come era stata delineata da Aristotele nel suo trattato sulla morale.
Ma la sua breve incertezza fu spezzata bruscamente dall'amico, che da dietro di lui s'era repentinamente
portato avanti e aveva spalancato con un calcio la porta, correndo verso l'uomo in preghiera con la
mano gi sul pugnale.
Guido aveva afferrato il vecchio per la gola con la sinistra, schiacciandolo contro la parete della
stanza con tutto il peso del suo corpo, mentre con la destra aveva sguainato il pugnale dalla cintura e
glielo aveva puntato con ferocia contro l'inguine. Sembrava che stesse cercando di castrarlo. Gli occhi
dell'uomo roteavano impazziti per il terrore, mentre cercava di biascicare parole inintelligibili che
fuoriuscivano strozzate miste a bava.
Confessa il tuo delitto, scorpione! sibil Guido con voce a sua volta soffocata tra i denti, nel
tentativo insieme di incutergli terrore e non allarmare nessun altro nella casa addormentata.
Dante era appena un passo dietro di lui col corpo, ma l'anima era avanti a infierire anch'essa su
quel demonio. Poi improvvisamente afferr la mano armata di Guido: Fermati, per la carit di Dio!
gli soffi nell'orecchio, mentre cercava di tirarlo indietro.
Che diavolo ti piglia donnetta, coi tuoi scrupoli di francescano? gli rispose inviperito Guido
volgendo quel tanto la testa da fulminarlo e respingendolo con un colpo del manico del pugnale al
petto, mentre continuava a stringere la gola del vecchio.
Fermati, non  lui!. Il vecchio continuava ad annaspare e strabuzzare gli occhi. Dalla bocca
semiaperta per il terrore e la soffocazione spuntavano visibili pochi denti giallastri. In quella posizione
appariva schifosamente chiara l'assenza degli incisivi e di un canino dell'arcata superiore, ...i denti,
non pu aver lasciato lui quell'impronta sul collo della povera Beatrice!.
Come fai ad esserne sicuro? sussurr brusco Guido. C'era per una vena d'incertezza nella
sua voce ancora alterata dall'ira, e la stretta
intorno al collo di Simone de' Bardi parve farsi appena pi lenta. Ho guardato anch'io quei
segni orrendi, e non mi sembra....
Entrambi abbiamo guardato. Ma io solo ho visto ripet secco Dante, stavolta con pi che una
punta di orgoglio nella voce, mentre si massaggiava la costola indolenzita dal colpo.
Guido aveva lasciato la gola, ma continuava a minacciare Simone de'
Bardi con il pugnale. Adesso sembrava incerto sul da farsi, mentre il vecchio ansimava
cercando di riprendere fiato, pallido come un morto.
Nello sguardo sconvolto ancora fisso sul suo aggressore si alternavano odio e terrore. E forse,
parve a Dante che lo osservava da dietro, anche l'ombra di qualcos'altro. Forse l'impronta della colpa.
Comunque non sembrava accennare a nessuna reazione, a nessuna richiesta d'aiuto verso le stanze
interne di quella grande casa che pure doveva pullulare di famigli e servitori. Dante non si spiegava
quello strano comportamento: anche se in preda al terrore, il vecchio non sembrava talmente fuori di s
da non pensare a quanto sarebbe stato facile per lui rovesciare la situazione, solo con un grido. A meno
che, anche Simone de' Bardi non preferisse tentare a ogni costo di soffocare lo scandalo, a costo di
rischiare la propria vita. E questo motivo non poteva essere altro che il desiderio o la necessit di
proteggere qualcun altro: il vero colpevole.
Che facciamo? disse Guido a bassa voce. Per la prima volta sembrava aspettarsi un consiglio
dall'amico, incapace di decidere per s. Dante fu soffocato da una vampata d'emozione, di fronte a
quella che pure era adesso una prova d'amore del suo primo amico. A modo suo, certo. Ma in realt
anche lui non sapeva che rispondere, e cominci alla lontana, per prendere tempo: No, messer Simone
 innocente. Se pu dirsi innocente chi col denaro ha piegato alle sue brame un essere angelico,
trascinandolo nei gironi infernali delle sue stanze dopo averlo comprato come un agnello al mercato di
Porta. Se pu dirsi innocente chi come una vile arpia ha insozzato le mense degli eroi colla sua bava
viscida di lussuria. Se pu dirsi innocente chi, consapevole del farsi di un delitto, anzich frapporre il
suo petto a difesa della vittima designata, corre in soccorso del vile offensore. Se pu dirsi innocente...
e stava per continuare, ma s'era accorto che gi alla terza analogia le narici di Guido avevano preso a
dilatarsi per l'impazienza, mentre il vecchio appariva perso e sordo allo stile volutamente alto del suo
argomento. Doveva conservare questo incipit per quando avrebbe
affrontato in giudizio il vero colpevole. Perch sarebbe stato lui, Dante degli Alighieri,
fiorentino, teologo e poeta, a sostenere l'accusa; questo era certo e stabile come la cupola del Battistero.
Ma conosce il nome del responsabile. E ce lo riveler, se vuole salva la vita.
Simone de' Bardi si rivolse ancora respirando affannosamente verso Dante, scrutandolo dall'alto
in basso. Sembrava accorgersi solo adesso della presenza del poeta. Ah, il giovane Dante e poi dopo
un attimo di quella che parve una riflessione dolorosa, come se la piena dei ricordi avesse fatto
improvvisamente breccia nel lago della memoria
...l'amico di mia moglie.
Dante sent qualcosa spezzarglisi dentro, a quelle parole pronunciate in tono freddo, assente.
Come di chi dicesse: oggi  domenica. Amico?
Come poteva sapere di questo, quell'uomo? Solo Beatrice poteva aver parlato cos di lui.
Beatrice aveva quindi continuato a considerarlo un amico, negli anni in cui lui l'aveva completamente
cancellata dalla sua mente? E a cosa era servita quella sua amicizia, a Beatrice? Aveva forse protetto la
sorte di quell'angioletto che illuminava la strada saltellando tra le pietre del lastrico, che si voltava a
salutarlo quando s'incrociavano per via?
L'aveva lasciata sola lungo quella strada che portava al martirio.
Ma l'avrebbe vendicata. E le avrebbe eretto il suo monumento, di parole pi dure del bronzo.
Appena ne avesse avuto il tempo. Adesso per non c'era tempo.
Sul varco della porta era comparso un uomo di forse quaranta anni, giunto inavvertito
dall'interno della casa. Dante fu colpito dall'insolita lunghezza delle sue braccia, e dalle spalle talmente
spioventi da assomigliarlo a uno di quei grandi uccelli che si dice popolino le pianure africane.
Riconobbe di colpo in quelle fattezze difformi il corpo che aveva visto per un attimo durante la sua
prima visita in quel luogo.
Era alto e scarno, talmente pallido in volto che le labbra appena colorate risaltavano sulla sua
faccia come il taglio di una pugnalata. Li fissava tutti immobile, scorrendo con lo sguardo dai loro volti
alla mano di Guido ancora armata di pugnale. Ma stranamente neppure quello accennava a un gesto di
difesa o a un solo grido di allarme, di fronte a una scena che pure non poteva essere letta se non come
un'evidente aggressione. Un impercettibile guizzo nel suo sguardo dette per un attimo a Dante
l'impressione che fosse contento della minaccia
che gravava sul vecchio, e Simone de' Bardi a sua volta non sembrava per nulla confortato
dall'ingresso di quello sulla scena. Si sarebbe detto che volesse invece allontanarlo da quel luogo colla
forza dello sguardo, che lo trapassava come una lama.
Cosa succede, padre? disse il nuovo venuto. Dante era rimasto folgorato da quella frase.
Improvvisamente tutto il castello delle sue certezze era crollato come paglia al vento. Maledisse la sua
stoltezza, che gli aveva fatto trascurare la grande differenza d'et tra Simone de'
Bardi e la sua giovane moglie. Certo che c'era un figlio, un padroncino: ma non poteva essere il
bambino che la sua mente accecata dall'ovvio aveva immaginato: doveva invece trattarsi di un adulto,
proprio come quello che era apparso alla porta, bestia che era stato! Rivolse uno sguardo muto verso
Guido, che a sua volta lo guardava perplesso.
Cosa succede, padre? torn a ripetere l'altro, mentre con un gesto non casuale scostava il
lembo della veste, per mettere in luce la corazza di cuoio e piastre metalliche che indossava sotto la
tunica. Solo allora Dante, seguendo con lo sguardo il movimento, si avvide della incredibile forma
delle sue mani. Sembrava che sul suo corpo esile fossero state cucite le mani di un gigante, le dita
lunghe e vibranti come serpenti, i polpastrelli rilevati come martelli. Si ricord quel passo delle
Scritture: e Dio pose un segno nella mano dell'uomo, perch se ne conosca l'opera sua. Come
illuminata da una folgore, la sua mente seppe allora per certo per quali intendimenti Natura avesse
forgiato quelle mani, e a quali opere della tenebra si fossero accinte.
Vedo che avete visite, padre aveva aggiunto quello ancora con lo stesso tono inerte, stavolta
accennando a un lieve sorriso. La pugnalata sul volto si arricci appena sui lati, scoprendo una fila di
denti aguzzi e irregolari, ma forti alla radice come quelli di un cane selvaggio. Il volto appariva
spaccato in due, con le mascelle che tentavano un'orrenda parodia di gentilezza, mentre la fronte e gli
occhi si contraevano sempre pi nel gelo della ferocia. Sembrava un lupo che stesse per gettarsi verso
la sua preda. Guido s'era voltato di scatto verso di lui, assumendo d'istinto una posizione di guardia
dietro la lama del pugnale leggermente rivolta verso terra, mentre Dante fissava affascinato la chiostra
di denti che si faceva sempre pi orrendamente evidente, come se col passare dei secondi quello
perdesse sempre pi il controllo sui suoi
muscoli
facciali,
e
una
mano
invisibile
cancellasse
progressivamente dal suo volto la maschera umana, per rivelare a poco
a poco il muso bestiale nascosto sotto. Vide quelle mani stringersi intorno al collo di Beatrice,
mentre un velo sanguigno salitogli agli occhi sembrava avvolgere lentamente uomini e cose in quella
stanza.
Sentiva un'ira sorda montargli nelle viscere, ed era gi pronto a scagliarsi inerme contro di lui
per artigliarlo alla gola, se la voce ancora affannosa del vecchio Simone non si fosse in qualche modo
interposta, spezzando per un attimo la tensione mortale: Tenaglio, il mio figliolo di prime nozze.
L'erede delle mie case e del mio nome.
Il vecchio aveva pronunciato quella sorta di presentazione in tono stentato, come se incerto su
cosa dire. Poi seguit: Partir stanotte per la terra di Francia, dove gli ho assegnato la direzione delle
nostre imprese in quelle contrade.  un impegno gravoso, che assorbir di certo l'interezza delle sue
forze, per molti anni a venire.
Guardava in volto Dante: Abbiamo l parenti e servi. E una giovane che lo aspetta per
maritarsi. Forse non torner mai pi in Firenze
aggiunse subito dopo, con una nota d'ansia, rivolto ancora al poeta.
Dante fissava a sua volta il figlio del vecchio, che non si era mosso dalla sua posizione di
vantaggio nel vano della porta, da cui poteva indifferentemente avanzare per attaccarli o arretrare verso
l'interno scatenando tutta la forza dei servi di casa contro di loro. Nell'ombra del grande corridoio il
silenzio era adesso spezzato dal rumore di passi ferrati e dal mormorio delle voci di molti uomini che
stavano affollandosi occulti dietro le spalle di Tenaglio. Con un rapido sguardo Dante e Guido si
segnalarono il nuovo pericolo.
Adesso la situazione si stava facendo disperata: erano penetrati con la forza nella casa di uno
dei pi eminenti cittadini di Firenze, nell'ora del suo lutto pi profondo, dopo aver violato con mano
sacrilega la tomba della moglie morta, lo avevano aggredito nelle sue stanze e lo avevano minacciato di
morte cercando di estorcergli la confessione di un delitto orrendo e immotivato. E tutto questo in virt
di una catena di sillogismi azzardati, frutto delle loro menti giovanili funestate come universalmente
noto dallo stolto furore poetico che li accecava. E forse dalle frequenti libagioni cui erano noti
abbandonarsi, e forse di peggio, visto che da pi parti si diceva che Guido Cavalcanti fosse in combutta
con gli eretici albigesi, ed era noto come questa genia pestifera coltivasse un suo particolare delirio di
morte che poteva portarla a gesti grotteschi. No, Dante sent di colpo che Dio li aveva abbandonati, ed
erano perduti. Anche se fossero riusciti dal fondo del carcere a convincere gli inquisitori di
giustizia a far riesumare il corpo di Beatrice, a decomposizione avviata i segni delle percosse sarebbero
stati ormai inidentificabili, e i segni dei morsi facilmente confusi per le tracce dell'assalto di qualche
roditore. Nessuna mente sana avrebbe accettato la sua versione dei fatti, perch gli uomini sanno
infliggere l'orrore, ma non sanno riconoscerlo.
Ma Simone de' Bardi non sembrava volere che la situazione precipitasse. Torn a rivolgersi a
Dante, mentre con un cenno secco della mano arrestava sulla soglia la folla di armati che si accalcava,
adesso senza pi alcun tentativo di celarsi: Partir stanotte per la Francia, s'immerger nel lavoro in
quella terra, sparir. Sono ormai ai miei ultimi giorni aggiunse poi, io stesso lo vedo per l'ultima
volta, voi intendete le mie parole.
L'oggetto delle sue parole restava fermo sulla soglia, la sua espressione raccapricciante resa
ancora pi tetra dall'odio evidente per la volont del padre, e dall'incontenibile voglia di spazzar via
quei due, cui evidentemente attribuiva la decisione di quello.
La Francia  terra remota disse lentamente Dante, fissando in volto Tenaglio che restava
immobile nel suo sorriso raggelato, ma soggetta come Firenze alla legge cristiana. E pi ancora, come
l'universo delle terre emerse, soggetta alla pi grande legge di Dio, e alla sua giustizia che non erra. E
la sua giustizia talvolta si serve di imprevedibili ambasciatori, e di ufficiali inattesi. Dio non rispetta il
tempo e la limitatezza del nostro desiderio, ma la sua misura aurea tra il dare e l'avere  sempre
perfetta. La Francia  terra d'elezione per gli studi di filosofia e di logica, cui penso di dedicare i miei
anni a venire. E
dunque in quella terra le nostre strade s'incroceranno, e quel giorno riprender con voi il
colloquio che adesso le circostanze ci costringono a interrompere. Addio, messere, e grazie per
l'ospitalit che ci avete offerto nelle vostre case aggiunse poi rivolto a Simone, mentre prendeva verso
la porta delle scale, seguito da Guido ancora con il pugnale sguainato.
Sulla porta fu raggiunto dalla voce beffarda di Tenaglio: Aspetter con ansia la vostra venuta,
messere, e apparecchier per voi le migliori vivande della mia mensa. Venite quindi di buon appetito,
ma non occorre che vi muniate di coltelli, perch ne troverete la mia tavola ben
fornita.
Non temete.  legge di cortesia che l'ospite adegui i suoi modi al costume del signore del
luogo. E quindi io verr da voi ispirato da tutte le vostre virt. Immagino le vivande che trover
apparecchiate, ma vi ricambier con il meglio del mio ingegno.
In un attimo furono di nuovo in strada, senza che nessuno cercasse di fermarli. Restarono per
qualche tempo davanti alla porta, guardando in alto verso la sola finestra illuminata.
Dante  tornato nel suo studio, tra le sue rime d'amore. Ma non pu dimenticare l'orrore che ha
spento un tratto della sua vita. Sotto la penna, quella che era stata solo una confusa intuizione
sull'Amore e la Morte concepita nell'ombra della tomba dei Bardi, ha cominciato a distendersi pagina
dopo pagina: una rete di incerte possibilit assume lentamente la forma di una interrogazione sui modi
del delitto. Ma solo della morte di Beatrice non pu narrare veramente; scrive: lascio tale trattato ad
altro chiosatore.
Negli intervalli della stesura sta trattando un prestito con un usuraio di San Piero, per un viaggio
di studi in Francia.
Deve cominciare a scrivere la sua opera. Ormai la sua vita  stata segnata per sempre: ha
toccato con mano l'orrore del delitto impunito.
L'idea del peccato, che prima lo affascinava nella sua dimensione astratta di violazione
dell'ordine naturale, e che avrebbe voluto analizzare con la parola ornata come un limite dell'intelletto
agente, adesso gli appare in tutta la sua ferocia immanente di sofferenza e di sangue. Ormai la sua
stessa fede nell'agire di Dio in un cosmo ordinato  stata scossa. Tutto il vasto disegno cosmico
immaginato da Aristotele, il perfetto e digradante trascinamento dei corpi celesti gli appare
drammaticamente insensato, minato alla base dall'imperfezione che la violenza infligge alla stessa
esistenza di Dio.
Dio  uscito dal suo orizzonte. Il peccato  prima un insulto contro l'uomo, e poi una violazione
del Patto.  sulla terra che vanno regolati i conti, ripristinando la misura tra il dare e l'avere. Tutto quel
castello di fantasie che nella sua mente giovanile stava prendendo corpo con la forma di un grande
affresco poetico gli  ormai indifferente, lontano come nascosto da un vetro opaco. Pensa di regalare
tutti i suoi appunti a Guido, perch la scriva lui, se vuole, quella Commedia.
Adesso ha in mente un progetto pi ambizioso. Tommaso d'Aquino
ha scritto la Summa Teologica, lui scriver la Summa Criminalis.
Getter le basi della moderna investigazione, i suoi metodi, e soprattutto l'esame della tipologia
criminale.  convinto che esista una correlazione tra la forma del delitto e quella dell'anima del suo
esecutore. E che la mente educata da sapere ed esperienza possa ricostruire il tortuoso sentiero che lega
il colpevole alla colpa. Domani stesso rifiuter l'offerta dei suoi vicini di sestiere, che lo volevano
eleggere al Consiglio dei cento. Ha bisogno di tempo, e che nulla lo distragga dalla sua nuova strada.
Perch nulla resti impunito, mai.
Dante cerc di uccidere una prima volta Tenaglio de' Bardi nell'autunno del 1294, mancando
nel suo intento per un insieme di circostanze assolutamente fortuite. Il demonio stesso sembrava
proteggere quell'uomo, che riusc a sopravvivere alle quattro pugnalate infertegli dal poeta, forse grazie
a un'anomala disposizione interna degli organi vitali.
Trascinato poi nei ben noti fatti politici che culminarono con la sua messa al bando nel gennaio
del 1302, le amare contingenze del suo esilio permisero a Dante di raccogliere i mezzi per un nuovo
tentativo solo nell'estate del 1308, quando pot finalmente raggiungere la citt di Parigi dove il sinistro
Tenaglio si era trasferito dalla Champagne. Ma ancora una volta il destino frustr la sua missione di
giustizia: coinvolto nell'avvelenamento della regina di Francia, Tenaglio de' Bardi era stato condannato
dopo un breve processo, e appeso per la gola un solo giorno prima dell'arrivo di Dante.
Dall'invocazione disperata del poeta sotto la forca da cui pendeva l'altro fiorentino: o Tu del
del, perch mi privi? riportata con toni increduli nella Cronica di Mainardino da Imola, nacque di
certo la leggenda delle querimonie del diavolo per l'anima del peccatore strappatagli ingiustamente
dagli artigli. Leggenda di cui, per una di quelle singolarit di cui  ricca la vita degli uomini, dopo
esserne stato origine, si ricorder poi lo stesso Dante nella fondamentale analisi dell'assassinio di
Buonconte da Montefeltro, nel terzo libro della Summa.
Diverso destino avr invece la sua opera poetica: abbandonato definitivamente il grande
progetto della Commedia, Dante si dedicher in modo pressoch esclusivo all'indagine criminale. Il
Boccaccio, che lo
incontr poco prima della sua morte, avvenuta forse per veleno nel 1321, si rammaricher
pubblicamente di questa grave perdita per la cultura italiana.
Tutti i suoi manoscritti sono andati dispersi, anche se un'antica leggenda vuole che essi
pervenissero nelle mani di un certo ser Petracco, compagno d'esilio del poeta, un notaio fiorentino
padre di quel Francesco Petrarca che proprio su di essi avrebbe poi costruito le proprie fortune.
...
BIBLIOGRAFIA.
La bibliografia sull'opera dantesca  vastissima. Per chi sia interessato a taluni aspetti marginali
ed "eretici" della sua personalit, richiamati nel racconto, pu essere utile consultare: Bruno Cerchio,
L'ermetismo di Dante, Roma, Edizioni Mediterranee, 1988.
Ren Guenon, L'esoterismo di Dante, Milano, Atanr, 2001.
Gabriele Rossetti, La Beatrice di Dante: ragionamenti critici, Roma, Atanr, 1971.
Luigi Valli, Lo schema segreto del poema sacro, Foggia, Bastogi, 1983.
Luigi Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore, Milano, Luni, 1996.
In genere sulle interpretazioni alternative, seppure in posizione critica, resta fondamentale:
Maria Pia Pozzato (a cura di), L'Idea deforme, Milano, Bompiani, 1989.
L'ULTIMO DOGE.
1354: Se fosse riuscito il colpo di Stato del Doge Marino Falier.
Renato Pestriniero.
Fra le tante citt create dall'uomo, Venezia ci appare come simbolo di bellezza, di saggio
governo, e di un capitalismo controllato dalla comunit.
Frederic C. Lane.
Il giorno 11 settembre 1354fu eletto doge Marino Falier, forse il pi controverso ed enigmatico
tra i centoventi dogi che rappresentarono la Serenissima Repubblica di Venezia dal 697 al 1797. Il suo
dogado, durato appena sette mesi, fu anche piuttosto misterioso.
Appena investito della massima carica, Marino Falier organizz una rivolta per ottenere il
potere assoluto, pensando d'interpretare il malcontento di certa borghesia. Alcune fonti storiche danno
rilevanza a fattori personali, in particolare la denuncia da parte di giovani nobili delle intemperanze
amorose dell'ancor giovane moglie, ma questo non avrebbe certo giustificato un colpo di Stato. Oscura
 anche la scelta fatta da un uomo come Falier di appoggiarsi per un putsch a semplici commercianti. E,
ancora,  singolare che fosse stato proprio lui, durante la sua appartenenza all'inflessibile Consiglio dei
Dieci, a decretare la morte di Bajamonte Tiepolo per un analogo colpo di Stato, da questi organizzato
nel 1310, allo scopo di trasformare Venezia in una signoria.
Marino Falier organizz l'insurrezione per il 15 aprile 1355. Il piano prevedeva l'uccisione dei
membri dei vari Consigli mentre si recavano a Palazzo Ducale, nonch l'eliminazione, casa per casa,
dei loro figli.
Ma, la vigilia, uno dei congiurati confid a un amico che grandi cambiamenti sarebbero
avvenuti quella notte. La notizia pervenne a Palazzo Ducale. Falier, di fronte alle confessioni estorte ad
alcuni congiurati, non pot negare. La congiura venne cos stroncata sul nascere.
Il giorno dopo i congiurati furono impiccati e Marino Falier decapitato.
In Palazzo Ducale si pu vedere, al posto dell'immagine di questo doge del quale non  stato
mai possibile rintracciare un ritratto
attendibile, un drappo nero con la scritta: Hic est locus Marini Faletri decapitati pr
criminibus.
Chiusa questa parentesi, la storia della Serenissima Repubblica di Venezia, seppure tra vicende
alterne, raggiunse il massimo grado in splendore e potenza.
Sar solo il XVIII secolo a decretarne la caduta.
ANDATA...
Quando Alan Foscari scende al terminal di Utopia, sono le nove e qualche minuto del 9 luglio
2027. Appena uscito dal terminal, il giovane ha la sensazione di trovarsi in mare aperto, ovunque
rivolga lo sguardo non scorge che acqua. Solo a un paio di chilometri al largo, un grumo scuro rompe
la piattezza lagunare. Dal grumo si alzano verso il cielo fasci di dense luci policrome.
Alla banchina sono attraccate alcune imbarcazioni nere dalla caratteristica linea arcuata, prora e
poppa sollevate un buon metro sul pelo dell'acqua. Ogni imbarcazione ha fissata a poppa la figura di un
uomo con un lungo remo in mano. Figura e remo nascondono il sistema propulsivo e direzionale.
Alan Foscari prende posto in una delle barche nere assieme ad altri nove passeggeri, numero
previsto per ciascuna imbarcazione dal cancelletto automatico.
Una dopo l'altra, le imbarcazioni stipate di turisti vocianti prendono il largo. La velocit fa
alzare ulteriormente la prora, e la mancanza di onde e di spuma e di acqua tagliata dallo scafo e
proiettata con forza ai lati, d l'impressione di volare.
Il breve tratto fino al grumo scuro viene coperto in pochi minuti tra schiamazzi, esclamazioni,
gridolini di finta paura, battute scontate.
Il grumo si rivela pi corposo e complesso di quanto, cos accovacciato sull'acqua, apparisse in
lontananza. Ma non  una sorpresa per Alan n per gli altri passeggeri, troppo note essendo le
caratteristiche di Utopia. A darle la parvenza di compatto grumo scuro  l'alta cintura di acciaio brunito
che la circonda per proteggerla dal flusso e riflusso di marea e dai capricci del mare, gli stessi pericoli
naturali contro i quali Venezia aveva combattuto fin dalla sua nascita avvenuta proprio in quel ritaglio
di laguna, e il cui ultimo lacerto era scomparso duecentotrenta anni prima.
Appena superata la zona di compensazione e ormeggiata la barca al molo interno, la struttura
urbana appare nella sua labirintica complessit. Malgrado il mondo sia invaso dalle immagini di
Utopia, Alan viene ugualmente colpito dal livello di realismo raggiunto nel riprodurre, in quel
simulacro dell'antichissima Venezia, le tracce che i secoli potevano aver lasciato sulle sue pietre, sul
legno, sui suoi palazzi di marmo.
Ma il giovane non si sofferma pi di tanto su quei particolari,  ansioso di trovare ci per cui ha
intrapreso un viaggio di dodicimila chilometri. Libri e video hanno riempito molti angoli della sua
curiosit, ormai conosce parecchio di Venezia, della sua nascita incredibile avvolta nella leggenda,
della sua storia, del suo rapido declino dopo i fatti del 1354... Rivoalto, Vinegia, Venecia, Venetia,
Venezia, Utopia...
 stata la figura del doge Marino Falier a spronarlo a intraprendere quel lungo viaggio. Troppe
erano le note discordanti che caratterizzano i fatti del 1354 e 1355. I testi disponibili davano versioni
diverse, e poi troppe supposizioni, troppe deduzioni... per esempio, come pensare di abbattere il potere
dogale senza appoggi esterni, contando solo su una manciata di nomi insignificanti? Senza contare che,
al tempo in cui era stato eletto doge, Falier si trovava sulla soglia dei settantanni.
D'accordo, le fonti erano concordi nel presentarlo come un condottiero straordinario, un leader
carismatico, avvolto addirittura da un'aura romanzesca, e molti sostenevano che, riuscendo a
raccogliere il malessere di vasti strati della popolazione, avesse trovato proprio in quel malessere la
forza per eliminare la struttura aristocratica della Serenissima. Altri sostenevano invece che la sua
azione dovesse essere vista unicamente come avidit di potere, determinazione di diventare un signore
a bachta e instaurare una signoria, una politica che il dogado e i veneziani avevano sempre avversato
malgrado altre signorie si fossero gi realizzate altrove, come a Milano con i Visconti, a Padova con i
Carrara, a Verona con gli Scaligeri.
Secondo altre fonti ancora, Marino Falier si presentava addirittura nella veste di conservatore
piuttosto che in quella di rivoluzionario.
D'altra parte, egli era stato ambasciatore e ammiraglio, apparteneva a una casata che aveva dato
alla Serenissima altri due dogi, ed era uomo ricchissimo, colto, amico del Petrarca. Con l'autorit
conferitagli dall'appartenere al Consiglio dei Dieci, era stato proprio lui a
condannare un vero rivoluzionario come Bajamonte Tiepolo.
Adesso, il giovane Alan Foscari, potendo consultare il materiale della libreria Bessarione,
avrebbe potuto chiarire tanti punti oscuri e completare l'opera di ricerca su cui sta lavorando da anni.
Il parco  un vorticare di colori e suoni e di troupes in costume che coinvolgono i turisti in
performance falsamente estemporanee. I bambini ne sono affascinati.
Alan cerca di districarsi al pi presto dal bailamme, si lascia alle spalle le frotte di turisti
sbarcati con lui, ormai sparpagliati nelle decine di altri parchi a tema, e si inoltra nel labirinto di calli e
campielli seguendo le indicazioni racchiuse nei tipici nizioleti.
L'immancabile vera da pozzo al centro del campiello, con il finto marmo morsicato da secoli
condensati in un battito di cuore computerizzato, al prezzo di una monetina fa salire ogni sorta di soft
drinks dalle celle frigo incastrate nel caranto come i pali che avevano sorretto l'antichissima citt.
Un uomo anziano, con un tricorno argentato sulle ventitr, sta guardando un videolibro seduto
su una sedia impagliata proprio all'entrata della libreria. Stranamente, Alan non si era accorto della sua
presenza. All'avvicinarsi del giovane, l'uomo alza lo sguardo. Hello!
Posso helparti?.
Alan mette da parte la sorpresa per quell'inaspettata presenza. Sto lookando for
quattordicesimo secolo dice con scarsa convinzione.
L'uomo fa una smorfia. Thinko che sar un po' hardoso.
Questa  la Bessarione, perch dovrebbe essere hardoso?.
Quasi nesbody viene qui, e quei pochi askono solo i primi secoli, palafitte, barbariani, molto
fantasy.
Anche se non viene askato, il materiale dovreste averlo! esclama Alan, irritato verso
quell'uomo al quale non riesce a dare credibilit.
Questi lo fissa, sorpreso. Poi chiede: Looko che il quattordicesimo ti interessa molto. Sei un
searchitore?.
Sto completando un job sulla fallazione della Venice republic e mi serve checkare i fatti del
1354. Io cannotto pensare di essere il solo ad askare quel periodo,  uno dei momenti pi paramounti!.
Yep. Se adesso stiamo speakando in questa specie di casino,  justo
per quanto ha happenato in quell'anno.
Alan ci rimane brutto. Mai si sarebbe aspettato una risposta del genere da quell'uomo. Cerca di
indagare: Ti interessi pure tu alla matteria?.
Un po' del mio bloodo  veneziano, ormai molto scarso, of course.
Ma i miei antenati livevano qui sorride. Poi si alza e indica l'interno:
Come in.
Una seconda porta introduce nella sala operativa. Si vede subito che il sistema Fulces  dei pi
sofisticati. L'uomo si avvicina a un monitor e digita sulla tastiera. Ecco, looki? Venetia A.D.1354.
Beginning of th fall of th Venice Republic. Il materiale c' ma il problem  che sei onlo. Il program
richiede almeno cinque playertori maschi, ma dove li findo? Ci fosse qualche gruppo, no problem, ma
di gruppi qui ne verranno tre o quattro all'anno, allarga le braccia in un gesto sconsolato. Alan non
riesce a credere che il suo viaggio sia stato inutile solo perch non si trovano altri quattro fottuti
individui interessati a visitare quel momento storico.
L'uomo aggiunge: Posso darti una suggestione. Se findi almeno tre boys sarei disposto a
partecipare anch'io pur di getare il numbero.
Alan annuisce. Forse mistako, ma ho l'impressione che tu non jobbi volentieri in questo
luogo.
 il mio bloodo veneziano che si ribella, poco ma molto strongo. Il mio name  Mocenigo.
Alan sbalordisce. Il mio  Foscari! esclama. Hai idea di cosa significa? Conosci l'historya
del tuo antenato?.
L'uomo sorride sornione. Sure. Se anch'io non mistako i nostri antenati avevano idee
opposite.
Yep, visioni strategiche opposite sulla politica di enlargemento.
Mocenigo voleva keepare il dominio attraverso lo stato da mar, Foscari voleva enlargare lo
stato da teraA Riteneva che quel momento historyco rendesse absolutamente indispensabile enlargersi
sulle terre ferme.
Hm, hm fa l'uomo pizzicandosi il labbro inferiore con aria perplessa. Poi propone: Che ne
dici di fare una proofa per mettere d'accordo Foscari e Morosini almeno adesso? Waitimi justo un
minuto, vengo subito e se ne va a passo veloce, esce nel campiello, lo attraversa quasi di corsa,
sparisce infilando un'altra porta.
Una coppia di ragazzi si affaccia curiosa sul campiello, osservano, leggono le indicazioni
luminose e i programmi che il parco di storia antica offre, poi si allontanano. Il campiello del Pozzo
Roverso torna deserto. L'aria  piena dei ritmi ossessivi provenienti dagli altri parchi.
Dopo qualche minuto riappare l'uomo Mocenigo. Assieme a lui ci sono quattro ragazzi.
Il program  tuo! esclama.
Come hai fatto a....
Non worryarti, Foscari, sono miei friendi. Adesso siete in cinque.
L'uomo Mocenigo sistema il Fulces, controlla i caschi, abbina i sensori ai personaggi. Nella sala
si fa buio. Il tempo perde le sue caratteristiche conosciute e diventa qualcos'altro, come fosse stato
assorbito dal punto singolare dopo avere superato un orizzonte degli eventi.
Al di l del campiello del Pozzo Roverso, la folla  adesso una massa compatta di corpi sudati.
Utopia impazza con i suoi lampi di luce policroma lanciati verso il cielo, con le sue meraviglie, suoni,
colori, deliri, chimere, oblii...
(Voce fuori campo)
Dopo la morte del doge Andrea Dandolo, Marino Falier fu eletto alla prima votazione con
trentacinque voti su quarantuno. Erano le ore sedici dell'11 settembre 1354. Lui non si trovava a
Venezia, era ad Avignone presso il papa in veste di ambasciatore.
Torn a Venezia il 5 ottobre, una giornata nebbiosa. Dal molo di San Marco non si riusciva a
vedere nemmeno l'isola di fronte dove, duecentocinquant'anni pi tardi, sarebbe sorta la famosa chiesa
di San Giorgio su progetto di Andrea Palladio.
Quel giorno, per l'arrivo del nuovo doge, in citt era festa grande, tanto per cambiare. Marino
Falier aveva dimostrato il suo valore in battaglia e aveva partecipato alle pi alte cariche. Fedelissimo
alla repubblica, aveva fatto parte del Consiglio dei Dieci, l'istituzione che deteneva praticamente il
comando della Serenissima.
Era stato lui a condannare Bajamonte Tiepolo allorch, il 14 giugno 1310, questi si era rivolto
contro l'allora doge Pierazzo Gradenigo. E
poich, malgrado l'esilio, Bajamonte Tiepolo continuava a dare fastidio alla Dominante, Falier
intervenne con durezza. Da allora, di Bajamonte
Tiepolo non si era pi sentito parlare.
(Soggettiva)
Ecco dunque che quella mattina nebbiosa del 5 ottobre 1354 il bucintoro, l'imponente galea di
rappresentanza dogale lunga cento piedi veneti, circa trentacinque metri, provvista di quarantadue remi
mossi da centosessantotto rematori appartenenti alle maestranze della Casa, come i veneziani chiamano
l'arsenale, si sta avvicinando al molo di San Marco.
La piazzetta  gremita, ma il bucintoro rimane avvolto dalla nebbia e non si vede ancora nulla.
A bordo, il comandante ha dato ordine ai rematori di non far forza sui remi, troppo poca visibilit, c' il
pericolo che la grossa imbarcazione venga trascinata dall'inerzia e provochi danni tra la moltitudine di
imbarcazioni di ogni tipo che affollano lo specchio d'acqua di fronte alla piazzetta.
Infine, il comandante fa fermare del tutto il bucintoro in attesa di uno squarcio di visibilit. Che
infatti avviene di l a poco mettendo in vista la banchina centrale. Avverte quindi Marino Falier che
dovr prendere terra l anzich all'attracco previsto, ma Falier rifiuta. Sbarcare al centro del molo
significa dover passare tra le due colonne di Marco e Todaro dove vengono giustiziati i malfattori, e
questo non  di buon auspicio. Il bucintoro rimane quindi al largo in attesa di una schiarita che gli
permetta di ormeggiare al punto previsto.
Quando la nebbia se ne va, il sole accoglie il condottiero che attraversa la piazzetta tra due ali di
popolo acclamante.
Molti vogliono toccarlo, avvicinarglisi, chiedere suppliche, ma il servizio d'ordine impedisce
ogni contatto. Marino Falier si guarda intorno, lo sguardo attento quasi a voler individuare a uno a uno
chi gli si rivolge, l'espressione dura, insofferente a quella plateale dimostrazione di affetto.
Prima di entrare a Palazzo ducale, c' un attimo in cui il suo sguardo si ferma con particolare
attenzione su un uomo frammisto alla folla ma ben determinato a rimanere in prima fila. Sul volto di
quell'uomo non c' segno di gioia, i suoi occhi si limitano a seguire l'avvicinarsi di Falier. Indossa un
tabarro con cappuccio che tiene stretto alla gola.
Quando Marino Falier  a pochi passi, l'uomo alza il cappuccio e scopre del tutto il volto. Il
futuro doge rallenta il ritmo dei propri passi. I due uomini si fissano fino a quando Falier supera lo
sconosciuto ed entra a
Palazzo Ducale.
A quel punto l'uomo si riavvolge nel tabarro a si allontana.
(Vocefuori campo)
La Serenissima non stava attraversando un periodo favorevole.
Genova continuava a dimostrarsi un nemico sempre pi agguerrito.
Paganino Doria, con un colpo di mano, aveva risalito il golfo di Venezia e distrutto Parenzo. E
il 4 novembre 1354, appena un mese dopo l'investitura di Marino Falier, la flotta veneziana di Nicol
Pisani, che si trovava alla fonda a Portolongo in Grecia, veniva completamente distrutta.
Da quattro anni continuavano a succedersi avvenimenti negativi. La Serenissima era in guerra
aperta con Genova dal 1350, e subito le sorti si erano dimostrate avverse ai Veneziani con lo scacco di
Eubea e il sacco di Negroponte da parte di Filippo Doria.
Ma la Serenissima non doveva sopportare solo le conseguenze di una guerra che non si
decideva a volgersi a suo vantaggio, c'erano altri problemi che contribuivano a mettere alla prova la
resistenza sua e dei Veneziani, dal doge al semplice artigiano: il 25 gennaio 1347 un maremoto aveva
causato gravi danni materiali e, soprattutto, psicologici, fiaccando il morale della popolazione. L'anno
successivo un altro terremoto aveva squassato ancora la citt aggiungendo morte, devastazione e
disperazione. I terremoti, assieme agli incendi e alle acque grandi, sono stati da sempre i terribili
nemici naturali della fragile citt.
Ma c'era dell'altro. La peste nera che infuriava in Europa era arrivata anche a Venezia. Perirono
i tre quinti della popolazione, tanto che si dovette integrare la mano d'opera con una grande apertura
all'immigrazione, favorendola con l'esenzione delle tasse previste per l'iscrizione alle corporazioni
artigiane.
Tutto ci aveva contribuito a creare un subdolo malcontento popolare nei confronti
dell'aristocrazia e dei patrizi che comandavano la flotta; era un senso di sfiducia non razionale, dovuto
essenzialmente alla stanchezza per tutti quegli eventi negativi che continuavano ad abbattersi sulla
Serenissima. La sconfitta di Parenzo aveva addirittura anticipato la morte del doge Andrea Dandolo,
peraltro gi malato, proprio per il dolore e l'impopolarit che ne erano derivati.
In questo panorama confuso, fatto di realt dolorose e di oscure
superstizioni, entrava sulla scena Marino Falier, cinquantacinquesimo rappresentante della
Repubblica di San Marco. Aveva settant'anni.
(Soggettiva)
 sera inoltrata. Il doge lascia i suoi appartamenti privati e, attraverso un percorso segreto, esce
in una corte nascosta a fianco delle carceri incorporate nella struttura di Palazzo Ducale, alle quali si
sarebbero aggiunte quelle sotto tetto, dette Piombi, e quelle a livello di laguna dette Pozzi o Orbe.
Falier indossa un mantello nero per facilitare l'anonimato. La corte nasconde un'altra figura
intabarrata che attende, addossata al muro in un angolo. Tra i due c' un veloce silenzioso abbraccio.
L'uomo in attesa si rivela essere lo sconosciuto che aveva seguito, muto e serio, l'arrivo di Marino
Falier a Palazzo Ducale.
Quali sono le notizie, Bajamonte? chiede a bassa voce il doge.
Siamo pronti. Aspettiamo il tuo ordine.
Sei riuscito a raccogliere abbastanza uomini fidati?.
L'uomo ha un sorriso ironico. Da quando hai detto al mondo di avermi eliminato, io non sono
pi stato Bajamonte Tiepolo ma Giovanni da Corso, e ne ho avuto di tempo per scegliere i migliori!
Non dubitare, gli uomini ci sono. Piuttosto, quando ci muoveremo?.
Presto, i tempi sono maturi. Il popolo  demotivato, scontento per come vanno le cose, e se la
prende con il potere anche per i terremoti e la peste. Per creare altri motivi di disagio ho combinato un
falso affronto alla mia persona. Avr cos occasione di mettere sotto accusa il Consiglio che adotta
leggi troppo blande. Sar un altro elemento di appoggio a giustificazione di quanto succeder.
Poca cosa.
Marino Falier ha un gesto di insofferenza. Lo so! Si tratta solo di dettagli, ma ugualmente
necessari per seminare il terreno. Ho approfittato anche di un semplice scontro avvenuto tra il nobile
sopmcomitol Giovanni Dandolo e il padrone di nave Bertuccio Isarello, schiaffeggiato dal nobilhomo
qui a palazzo davanti a tutti. Isarello aveva raccolto un gruppo di uomini insofferenti verso i patrizi e
aspettava Dandolo in piazza per ucciderlo. Ho fatto in modo che questo non avvenisse guadagnando la
riconoscenza non solo di Dandolo ma, attraverso contatti segreti, anche quella di Bertuccio Isarello, un
personaggio valido e bene introdotto nell'ambiente marinaro.
C' da fidarsi?.
Assolutamente. Sar uno dei nostri. Isarello ha reclutato venti uomini abbienti, tutti borghesi
fidati che a loro volta ne hanno reclutato altri quaranta ciascuno. Il malcontento  molto diffuso, il
nostro compito  dare corpo con qualsiasi mezzo a questo malcontento e sostituire la parte di nobilt
che sta portando la Serenissima alla rovina.
E cos sar. Dimmi il giorno.
Oggi  il dieci aprile. Ho bisogno di altri cinque giorni. La notte del quindici ci muoveremo.
Ecco il piano. Quella notte far suonare le campane a stormo per convocare il Maggior Consiglio a
palazzo dopo aver fatto spargere la voce che cinquanta galee genovesi si sono fermate alla bocca di
porto.
E ci sar io con i miei uomini.
Aspetta, tu e i tuoi interverrete in un secondo tempo sui Dieci.
L'eliminazione del Gran Consiglio sar compito degli uomini di Isarello appostati nelle calli che
i consiglieri dovranno percorrere per giungere qui. Solo dopo aver eliminato i Dieci uscirai con i tuoi
uomini dal palazzo. Ecco, questa  la lista dei famigliati dei patrizi che dovranno essere eliminati nelle
loro case, soprattutto i figli. Pensa tu a distribuire i tuoi uomini in modo che prima dell'alba il campo
sia completamente sgombro. A quel punto mi metter a capo della rivolta e dar l'annuncio che
Venezia  diventata una signoria. Il doge posa una mano sulla spalla di Bajamonte. Io ti ho salvato la
vita, adesso dovrai dimostrare che sai fare quanto avevi promesso.
Conta su di me, lo sai che la mia vita  a disposizione tua e della Serenissima.
Con l'aiuto di Dio e di San Marco ci vedremo tra quattro giorni, all'alba.
(Voce fuori campo)
Fu un massacro. Da quando le campane del Paron de casa cominciarono a suonare, nel labirinto
buio della citt scattarono le trappole. I nobili uscirono di casa per riunirsi a Palazzo Ducale e
affrontare una situazione di emergenza di cui non conoscevano ancora la natura, solo qualche voce si
era sparsa la sera prima circa un
avvistamento di navi genovesi.
Venezia  sempre stata una citt molto buia. Per la sua conformazione, con vie spesso talmente
strette da permettere il passaggio di una sola persona, non pu avere un'illuminazione come qualsiasi
altra citt importante. Quindi, specialmente di notte, diventava anche una citt pericolosa. Altri
elementi contribuivano a tenere di notte la gente chiusa in casa. E chi era obbligato a muoversi, e
poteva permetterselo, si faceva scortare da un codegas o da guardie del corpo.
A quel tempo, il traffico di gente di mare era imponente, marinai di ogni razza e religione si
trasformavano alla notte in padroni della citt malgrado il largo impiego di sbirri e dei Signori di Notte
che non andavano tanto per il sottile. Ma poich, nonostante tutto, zuffe e uccisioni non diminuivano,
alla mattina era normale vedere cadaveri andarsene galleggiando lungo i canali, trasportati dal flusso o
riflusso di marea. I corpi venivano raccolti e posti ai piedi del ponte della Paglia a San Marco per il
riconoscimento, che molto raramente avveniva poich si trattava in genere di gente proveniente da
paesi lontani e comunque priva di documenti, e quindi destinati alle fosse comuni. Ma non solo tra
gente di mare avvenivano fatti di sangue, succedeva anche tra comuni cittadini o patrizi per rancori o
vendette personali, tanto che una zona di San Marco fu battezzata Rio Tera dei Assassini. Gi una parte
del 1128 aveva imposto l'uso di cesendeli, piccole lampade votive per illuminare almeno un poco certe
zone di buio assoluto e cercare in questo modo di limitare gli attentati.
Altro elemento favorevole agli attentati notturni era l'uso abituale della mascheratura. Questa
usanza non si limitava al periodo del carnevale - che in certi periodi della repubblica durava fino a sei
mesi -
e rappresentava un escamotage perfetto per seguire la vittima designata senza pericolo e
scegliere momento e luogo adatti per usare la
misericordia, il piccolo ma inesorabile pugnale.
Ecco perch, quella notte del 15 aprile 1354, le strette calli di Venezia furono teatro di una vera
e propria carneficina. Nessuno dei patrizi allontanatisi da casa al suono delle campane pot raggiungere
la sala del Maggior Consiglio. Solo un paio, seppur feriti, riuscirono ad arrivare a Palazzo Ducale, ma il
nobile Omobono Querini fu infilzato e cadde ai piedi della colonna d'angolo tra chiesa e piazzetta, e
l'altro, il nobile Michele Ziani, riusc appena a salire i primi gradini dello
scalone.
Poco pi di due ore furono sufficienti per eliminare il fronte avversario. Marino Falier era nelle
sue stanze e veniva informato da messaggeri sugli sviluppi della situazione.
Intanto si cominciava a spargere per la citt, fino ai sestieri periferici, la sensazione che stesse
succedendo qualcosa di ancora non ben definito ma comunque di grande importanza. Gi il fatto che le
campane avessero suonato a stormo significava pericolo e chiamata a raccolta del Gran Consiglio, ma
per le strade non c'erano solo i nobili diretti a Palazzo Ducale, c'era anche gente del popolo, e molti
avevano assistito alle uccisioni. Cominciarono ad alzarsi grida, la gente si radunava, avvertiva chi si
affacciava alle finestre, altri testimoni di attentati confermavano che la situazione stava precipitando, le
notizie si intrecciavano, le strade si affollavano.
Il doge aveva intanto fatto entrare a Palazzo ducale Bajamonte Tiepolo e i suoi uomini,
incaricati di eliminare il Consiglio dei Dieci.
Quando i membri furono radunati in attesa del doge per stabilire il da farsi, tre uomini
mascherati entrarono nella sala, chiusero le porte e li passarono a fil di spada. Adesso il campo era
completamente sgombro.
A questo punto Falier dette via libera a Tiepolo di passare di casa in casa per eliminare anche
figli e famigliari.
All'alba tutto era compiuto. Venezia non aveva mai visto tanto sangue correre per le sue strade.
Nelle calli e nelle case i corpi abbandonati erano decine. Tutta l'aristocrazia che contava era stata
decapitata. Solo i bamabottiu e i popolani erano stati risparmiati, intendendosi per popolani non la
plebe ma la borghesia, il terzo stato secondo l'interpretazione che Filippo IV il Bello aveva dato nel
1302, cio artigiani, imprenditori, mercanti e padroni di navi, insomma quel ceto insofferente della
politica della Serenissima, dal quale Falier era sicuro di ottenere il silenzioso consenso.
(Soggettiva)
Marino Falier  seduto sul trono dogale. Non indossa n ermellino n corno, bens i severi
indumenti del soldato. Un servo gli si avvicina.
Negli occhi dell'uomo c' paura e confusione.
Messer lo doxe... balbetta l'uomo, ma Falier lo interrompe subito:
Buon uomo, chi hai davanti a te non  pi il doge. Tu hai la fortuna di vedere nella stessa
persona l'ultimo doge e il primo signore di Venezia.
Sei un testimone della storia.
Il servo ascolta e non sa che posizione assumere, come comportarsi, come rivolgersi a
quell'uomo che rappresenta, ancora in modo oscuro per lui, qualcosa che segner tutti gli anni che gli
rimangono da vivere.
C'... c' un uomo che vuole parlarvi....
Fallo entrare.
Marino Falier sa di chi si tratta, sta aspettando quell'uomo con ansia.
Bajamonte Tiepolo entra e a passi veloci si avvicina al trono. La sala del Consiglio dei Dieci 
un cimitero esclama, con me c'erano Filippo Calendario e Nicol Zucuol. Anche loro sono ai tuoi
ordini.
'2 Nobili decaduti.
Gli occhi di Falier brillano, ma il suo volto rimane duro. Tiepolo prosegue: Di l ci sono gli
altri miei uomini e Bertuccio Isarello con i suoi.
Falli entrare, voglio conoscerli.
Entra un folto gruppo di uomini. Tutti sono armati, sui loro volti ci sono ancora le tracce della
lotta, l'esaltazione per le morti procurate.
Dalle finestre chiuse comincia a filtrare il rumore della folla che si sta radunando davanti a
Palazzo Ducale in attesa di avere notizie, di vedere il doge, di capire cosa stia veramente succedendo,
sentire dalle sue labbra quali delle voci che corrono per la citt sono vere.
Bajamonte Tiepolo presenta i suoi uomini fidati: Questi sono Marco Querini e Badoero
Badoer. Sono stati loro a condurre gli uomini per completare l'opera di Bertuccio Isarello e a pulire la
citt. Anche su questi uomini puoi contare.
Marino Falier li guarda a uno a uno negli occhi, li scruta, li valuta.
Malgrado siano uomini abituati alla violenza e alla battaglia, si sentono colpiti da quello
sguardo penetrante, sentono che davanti a loro c' un capo, un condottiero che far risorgere le sorti di
Venezia.
Poi Marino Falier si rivolge a Bertuccio Isarello: E i tuoi uomini chi sono?.
Isarello  impaziente, il suo sorriso un ghigno. Eccoli, Maifio Steno e Orso Bocconio. Con i
loro compagni hanno bloccato ogni via di fuga ai membri del Consiglio. Ormai Venezia  tua. La voce
si  sparsa, la gente sta affluendo in piazza.
Falier fa un lieve cenno di assenso, ma la sua espressione dura non muta. Dalla piazza si alza un
coro che ripete il suo nome con ritmo cadenzato. Sente che Venezia  tutta con lui.
Alle spalle degli uomini che ha dinanzi ce ne sono altri un po'
discosti. Per la prima volta sul volto di Falier appare la traccia lieve di un sorriso. Vi conosco,
e voi avete avuto modo di conoscere me.
Venite.
Sei giovani si fanno avanti. Anche sui loro volti c' una traccia di sorriso seppure imbarazzato.
Sono i giovani patrizi Micaletto Steno, Pietro Bolloni, Rizzardo Marioni, Moretto Zorzi, Micaletto da
Molin e Maffeo Morosini. Il 10 novembre dell'anno prima, gli avogadori de Comuni avevano proposto
alla Quarantia di procedere contro di loro a causa delle parole turpi e disoneste vergate nella sala dei
Camini del doge.
Bench in modo meno truce dei vostri compagni qui presenti dice Falier, anche voi avete
fatto la vostra parte, anche voi avete collaborato alla realizzazione di questo momento storico. Siete
stati imprigionati sebbene innocenti. Mi ricorder di voi. Come mi ricorder di voi tutti aggiunge
rivolgendosi all'intero gruppo. Ognuno di voi avr un posto accanto a me fino a quando continuer a
dimostrare la fedelt dimostrata oggi. Per ricordate, appena questa fedelt dovesse venir meno, per voi
non ci sar speranza. La Serenissima dovr affrontare momenti duri e non pu permettersi di essere
debole con nessuno e in nessun caso. Ora andate. Tu Bajamonte e tu, Bertuccio, rimanete con me.
Dovr parlare ai Veneziani e voi sarete al mio fianco.
(Vocefuori campo)
Perch mai quello strano atteggiamento di Falier nei confronti dei giovani patrizi che lui stesso
aveva fatto condannare per parole turpi e disoneste da loro vergate? Quelle parole erano state
addirittura incise sul trono dogale. La scritta diceva: Marin Falier da la bela moier (moglie) altri la
galde (gode) e lui la mantiene.
Falier sapeva che un'azione del genere non sarebbe stata punita adeguatamente in base alle parti
lassiste in vigore. Da poco aveva preso in moglie una donna di almeno trent'anni pi giovane, pur
sapendo che la sua fedelt non sarebbe stata delle pi specchiate. Questo gli aveva dato l'idea di creare
un precedente che avrebbe toccato in misura
impensabile e ignobile il suo onore di uomo e di doge, dimostrando cos a quale livello fossero
scesi i princpi, e avrebbe messo in evidenza l'inadeguatezza di certe leggi per colpire le azioni del
patriziato. Aveva cos concordato quell'azione contro il suo onore. Sapeva che quei giovani nobili la
pensavano come lui, e aveva coinvolto la sua stessa moglie, a sua insaputa, in un tranello galante.
D'altra parte non sarebbe stato il primo tradimento, le dogali corna erano di dominio pubblico.
Ma cosa spingeva l'uomo Marino Falier a intraprendere questa e altre azioni fino a spingersi a
impossessarsi del potere con la forza e ad annientare l'aristocrazia? Falier aveva un unico scopo. Su
questo scopo aveva impostato tutta la sua vita: raggiungere il massimo potere.
All'ombra della Serenissima Repubblica aveva scalato tutti i livelli dimostrando la sua
devozione con un'attivit intensa, a volte frenetica.
La caratteristica di uomo duro aveva creato intorno alla sua figura una sorta di alone
leggendario. Attraverso incarichi politici e militari era arrivato a far parte del Consiglio dei Dieci,
capitano e bailo a Negroponte, podest a Lesina, Brazza e Serravalle, plenipotenziario di Venezia nella
lega con gli Scaligeri e gli Estensi contro Genova, condottiero per terra e per mare, eroe nell'assedio di
Zara nel 1345. Era stato nominato cavaliere dal re di Boemia ed era diventato conte e signore di
Valmareno. Essendo la sua attivit rivolta anche al commercio, si occupava di frumento, legname,
allume e panno.
Agli occhi del mondo tutto questo dimostrava il suo valore, la sua abilit, fedelt e rettitudine.
In realt si trattava delle varie tessere di un mosaico sistemate per accumulare sempre pi potere in
previsione del passo decisivo. Alla morte prematura di Andrea Dandolo, era ovvio che Venezia lo
eleggesse al corno dogale con una maggioranza schiacciante di voti.
Per questo tributo, arrivato cos improvviso, non rientrava nei disegni di Falier. La scomparsa
di Andrea Dandolo lo aveva preso in contropiede. In altre parole l'elezione a doge gli avrebbe tarpato le
ali impedendogli di realizzare l'ultimo atto.  noto infatti che la figura del doge era un'icona di
grandissimo prestigio, altamente rappresentativa, ma la costituzione della Serenissima e, soprattutto, il
senso dello stato dei cittadini, non prevedevano per il doge iniziative di comando.
All'inizio, il potere del doge dipendeva dall'acclamazione dell'Arengo, un'assemblea popolare
rappresentata da una nobilt pi o meno
annacquata. Col tempo, l'assemblea popolare sarebbe stata privata dell'autorit e il doge
trasformato in semplice magistrato. Nel 1297 ci fu la serrata, cio l'allargamento della base che, con gli
anni, aument fino a formare un vasto patriziato governante del quale facevano parte con assoluta
uguaglianza praticamente tutti i cittadini che contavano qualcosa. E la figura del doge era declinata a
funzione soltanto rappresentativa, priva di potere decisionale. In altre parole, Venezia era un miscuglio
di monarchia, democrazia e aristocrazia, una citt-stato in cui il vero elemento di potere era il cittadino
inserito nelle sue strutture.
Ecco perch Marino Falier, uomo d'azione ed estremamente ambizioso, non era tipo da
sottostare a interferenze e mediazioni.
Inoltre - e questo riguardava anche l'altro suo campo di attivit, quello mercantile - con
l'investitura doveva giurare la Promissio domini ducis, instaurata fin dal 1192 da Enrico Dandolo, cio
le regole che limitavano drasticamente interessi privati e poteri di qualsiasi genere non solo suoi ma
anche dei suoi famigliari ed eredi. In altre parole un atto di sottomissione.
(Soggettiva)
Chiesa di San Nicol dei Mendicoli. Sono le prime ore del 15 aprile 1355. Una decina di
uomini parlano animatamente sui fatti che si stanno svolgendo in citt. Sono per lo pi pescatori, tutti
portano sulla fronte una bandana nera. Al centro del gruppo c' il gastaldo che impartisce ordini. Entra
di corsa un ragazzo. Xe drio rivar el gastaldo dei casteani!. Esclama tutto eccitato. Subito dopo entra
nella chiesa un gruppo di sei giovani con alla testa Margarito Canal. I nuovi venuti portano sulla fronte
una bandana rossa.
I due gastaldi si stringono la mano. Bartolo Candiano, gastaldo dei nicolotti, chiede per prima
cosa: Che nuove porti, com' la piazza?.
Margarito Canal ha il fiato grosso, ha attraversato praticamente di corsa l'intera citt
dall'arsenale all'estremo limite occidentale. Ormai  sicuro. Marino Falier ha fatto eliminare i Consigli
e si  proclamato signore, l'ho sentito io stesso dare l'annuncio. Dice che vuole mettersi alla testa del
popolo per salvare la Serenissima.
Bastardo ipocrita e traditore. E la gente che fa?.
Molti applaudono ma sono disorientati, non capiscono. Dobbiamo decidere noi, per
dobbiamo farlo subito, gi domani sarebbe troppo tardi.
Nella chiesa cala il silenzio. Ognuno si rende conto che in quei minuti si sta decidendo le sorti
della Serenissima. Bartolo Candiano poggia una mano sulla spalla di Margarito. Ascolta, e ascoltate
tutti
gira lo sguardo intorno,  tempo di mettere da parte i rancori che dividono le nostre fazioni,
adesso  la sorte della Serenissima a essere in pericolo. Dobbiamo agire subito, tutti uniti e con la
massima determinazione. Chi non  d'accordo lo dica adesso.
Nessuno fiata.
Dice il gastaldo dei castellani: La Casa si sta preparando. Ho mandato due uomini a
organizzare gli arsenalotti. Con voi, tutti insieme, metteremo da parte Falier entro questa sera. Per
fortuna ci troviamo su due posizioni strategiche, voi a occidente, noi a oriente, San Marco  giusto nel
mezzo, li stringeremo in una morsa.
Sei sicuro che il popolo si metter dalla nostra parte?.
Sta arrivando il gastaldo dei castellani!
Dipende da noi, siamo noi che rappresentiamo il popolo di Venezia, nicolotti e castellani, cio
chi ha pensato di creare questa citt e chi le ha dato la forza con l'arsenale. Il popolo sar con noi
appena si render conto che Falier combatte solo per se stesso. Ma bisogna fare presto.
Tu, come pensi di mettere in azione i tuoi uomini?.
Entro un'ora possiamo muoverci verso la piazza. Lungo la strada raccoglieremo pi gente
possibile, combattendo se necessario. Siamo bene armati. Penso che tra due ore potremo essere a San
Marco.
Io ho dato ordine ai miei di muoversi con gli arsenalotti appena possibile. Dalla Casa alla
piazza ci metteranno pi o meno lo stesso tempo, forse meno. Prenderemo armi dall'arsenale anche per
voi.
Bene. Adesso torna alla Casa e raggiungi i tuoi uomini. Poi il gastaldo dei nicolotti si rivolge
ai suoi: Avete sentito, castellani e nicolotti per la prima volta uniti per la Serenissima. Non so come
andr a finire, so solo che dipender da noi. Adesso andiamo!.
(Vocefuori campo)
La fazione dei nicolotti rappresentava la zona di San Nicol dei mendicoli nel sestiere di
Dorsoduro, una delle zone pi povere della citt ma anche una tra le pi ricche di storia. Era infatti qui
che i primi venerici si erano rifugiati inseguiti dai barbari nel VII secolo e avevano eretto le prime
capanne. Col tempo, il gastaldo dei nicolotti era stato
considerato un piccolo doge, in concorrenza con quello vero, ma sempre nel pi ampio senso
dello stato che faceva di quel gastaldo e di tutti i nicolotti una popolazione di fedelissimi ai principi
della Serenissima e al doge.
All'estremo opposto della citt, nel sestiere di Castello, si era formata la fazione dei castellani, il
cui nocciolo duro era costituito dalle centinaia di arsenalotti, coloro che lavoravano in quella
meraviglia insuperata che era l'arsenale, l'arzan de' viniziani che Dante avrebbe esaltato nel XXI
canto dell'Inferno e che i Veneziani avrebbero chiamato affettuosamente Casa. Perch l'arsenale era
Venezia, la sua forza, la sua presenza sul mare, catena di montaggio di galee, galeazze e di qualsiasi
imbarcazione da guerra che aveva portato il leone di San Marco in tutto il bacino del Mediterraneo e
oltre.
Per antica consuetudine, le due fazioni si erano sempre combattute per dimostrare la propria
supremazia e il proprio coraggio. Le lotte in citt erano diventate una consuetudine che trascinava folle
enormi a partecipare per gli uni o per gli altri. La Serenissima guardava e non interveniva se non
quando le lotte si trasformavano in vere e proprie battaglie. Questo atteggiamento rientrava nello spirito
liberale della repubblica, ma anche per l'opportunit che, attraverso tali atti, si forgiassero giovani duri,
preparati alle battaglie contro i nemici di Venezia.
Castellani e nicolotti rappresentavano quindi una forza enorme che, se unita, avrebbe potuto
abbattere qualsiasi tentativo populista di abbattere le tradizioni della Serenissima.
E in questa realt si colloca l'errore di Marino Falier, aver cio sottovalutato la possibilit di
unione delle due fazioni, credendo che il malcontento avesse radici talmente profonde da non
permettere questa unione ma, anzi, contribuisse a dividere le due fazioni ancora di pi mettendole l'una
contro l'altra e trascinando l'intera popolazione in una vera e propria guerra civile.
Ma il senso dello stato era molto pi radicato di quanto Falier presumesse, condizionato e
accecato com'era dalla visione di una rapida presa del potere. Quando le due fazioni entrarono in
campo, ebbe inizio lo scontro tra i sostenitori di Falier, appoggiati dalle truppe di Bajamonte Tiepolo,
di Bertuccio Isarello e di una parte del popolo, e il resto della popolazione a fianco dei nicolotti e dei
castellani.
Determinante fu la strategia adottata dalle due fazioni: dall'estremit occidentale i nicolotti
poterono aggregare buona parte della popolazione dei tre sestieri de ultra, quelli al di l del Canal
Grande rispetto a San Marco, e cio Santa Croce, San Polo e Dorsoduro, mentre i castellani poterono
fare altrettanto nei tre sestieri de cifra, vale a dire Castello, San Marco e Cannaregio.
In alcune zone della citt, particolarmente nei sestieri di San Marco e Santa Croce, la lotta fu
dura, ma sin dall'inizio fu palpabile la sensazione che la citt avrebbe reagito per mantenere salde la
costituzione e le istituzioni.
Gli scontri pi accaniti in assoluto avvennero nella zona marciana. La situazione fu risolta
grazie all'intervento dei mastri artigiani di Spadaria e Frezzaria, l'antico vicus Sagittarius, dove
venivano fabbricate spade e frecce, i quali misero a disposizione tutte le armi che tenevano nelle
botteghe.
Come aveva previsto Margarito Canal, il gastaldo dei castellani, la sera del 15 aprile tutto era
finito. Marino Falier lasci Palazzo ducale attraverso uno dei tanti passaggi segreti e di lui non si seppe
pi nulla.
Di sicuro trov la morte durante il tentativo di fuggire da Venezia.
Il suo posto fu preso da Giovanni Gradenigo.
Purtroppo, malgrado il disegno di Falier non si fosse realizzato, Venezia era stata colpita al
cuore, una ferita che l'avrebbe trascinata in un declino senza speranza. La notte del 15 aprile 1355
rappresent l'inizio della fine.
All'alba del 16 aprile, la citt si svegli priva di buona parte dei suoi cittadini validi. Sulle sue
spalle cominciarono a pesare ancor pi le conseguenze delle sconfitte subite in mare e in terra, della
carestia dovuta alla pestilenza, dei danni provocati dal recente terremoto.
Fu necessario incrementare le immigrazioni per sostituire i morti, per mantenere la produzione
di beni e non interrompere i commerci. Ma chi arrivava da ogni parte dell'Europa, anche se disposto a
crearsi un futuro all'ombra di San Marco, non aveva sangue veneziano, e quindi mancava di quella
devozione, spesso vicina al fanatismo, che solo un Veneziano provava per la Serenissima, quella
dedizione totale che aveva permesso a una comunit di fuggiaschi di costruire su una distesa di barene
una citt impossibile, trasformandola nella pi potente citt-stato mediterranea e in un centro artistico e
culturale mondiale. Inoltre, molti
immigrati approfittarono di quella situazione di debolezza per agire come quinte colonne al
soldo dei numerosi nemici di Venezia.
Apparentemente gli altri stati erano rimasti a guardare, ma ognuno tramava a modo suo per
sferrare alla Dominante, in ginocchio, il colpo di grazia.
La prima a muoversi apertamente fu Genova. La notizia falsa dell'apparizione di cinquanta
galee genovesi divulgata da Marino Falier si tramut in tragica realt.
Genova occup Chioggia nel febbraio dell'anno successivo. Quanto rimasto della flotta
veneziana fu equipaggiato a ritmo spasmodico e prese il mare. Ma nell'aria aleggiava un triste presagio.
E infatti le galee veneziane furono sconfitte e portarono a fondo con s le ultime speranze di rinascita.
Da quel momento Venezia, il suo mare e i suoi territori diventarono aree di conquista. Quando,
nel 1382, infuri una nuova pestilenza, la Dominante si era trasformata in una larva. Le successive
pestilenze del 1393 e del 1395 portarono la popolazione e le attivit al di sotto del limite di
sopravvivenza. La citt rimase praticamente deserta. Da quasi centomila abitanti era arrivata a
cinque-seimila, per lo pi vecchi e infermi. La maggior parte della popolazione giovane, o comunque
attiva, l'aveva abbandonata per ripararsi su quelle stesse terre ferme da dove, ottocento anni prima, i
loro antenati erano scappati inseguiti dai barbari.
Il tempo pass. Case e palazzi andarono in rovina. Quel territorio salmastro, soggetto ai capricci
del mare, una volta privato della forza che aveva dato fastidio a tanti, non interessava pi. Feltre,
Belluno, Bassano, Vicenza e molte altre citt si erano attestate sulla gronda lagunare e si spartivano i
territori in continue lotte senza pi tener conto della Serenissima. Genova, Ravenna e la Dalmazia
facevano altrettanto correndo le acque che un tempo venivano chiamate golfo di Venezia.
Una volta cancellato il suo potere e la sua importanza politica e commerciale, Venezia avrebbe
potuto destare interesse solo come richiamo, curiosit da vedere, ma ormai non era rimasto
praticamente nulla da vedere. Quindi la sua esistenza non aveva pi senso.
Il mondo continu a girare. Venezia divent un ricordo, una curiosit geografica. Sulle rovine
che ancora si alzavano dalle barene, si installarono comunit di frati ed eremiti che si prodigarono per
riordinare, tra l'altro, la vastissima biblioteca del cardinale Bessarione, nel tentativo di
risollevare le sorti culturali della Serenissima.
La peste del 1575 cancell anche loro.
In seguito, chi avesse guardato dalle ex bocche di porto, avrebbe scorto solo una striscia di terra
scura coperta da vegetazione selvaggia e qualche resto di palazzo e di campanile. Tra l'altro, dopo la
peste del 1575, quella striscia di terra era diventata luogo da evitare per i cadaveri infetti che la
disseminavano.
Il 20 dicembre del 1577, per cause sconosciute, il fuoco distrusse i pochi resti di Palazzo
Ducale. L'incendio si espanse alla vegetazione e rese il luogo, se possibile, ancora pi inospitale.
Rimaste ormai prive di ripari, le terre emerse venivano coperte sempre pi spesso dall'acqua della
laguna.
Fu cos che Venezia usc dal mondo a causa di un uomo che, per la sua demagogia populista
ma, in realt, esclusivamente per il proprio interesse, distrusse una forma di governo unica al mondo in
quanto
capitalismo controllato nell'interesse della comunit.
Oltre che come simbolo, Venezia svan anche fisicamente sprofondando centimetro dopo
centimetro per il meccanismo naturale della subsidenza. Solo il troncone del campanile di San Marco,
spuntando dalla superficie della laguna, ricordava che un tempo la Dominante si trovava l.
Il 20 aprile 1797 la nave francese Liberatore d'Italia, agli ordini del capitano napoleonico
Laugier, pass al largo del Lido. Dalla tolda venne osservata con curiosit e ironia la rovina del
campanile. Nacque una scommessa tra ufficiali su chi fosse riuscito per primo a colpirla.
Un proiettile di cannone centr il bersaglio al terzo tentativo. Qualcuno pag da bere. Da quel
giorno, la superficie della laguna torn perfettamente liscia.
Questo Fulces vi  stato offerto da Fairseason Il tissue che si adegua alle stagioni del vostro
body ... E RITORNO
Alan Foscari si toglie il casco, stacca il sensore. Si guarda intorno.
Nella sala operativa non c' nessuno. Posa casco e sensore ed esce.
Sull'entrata c' un ragazzo che mastica gomma. Porta un cappellino con la scritta Biblioteca
Bessarione by Fairseason.
Dov Mocenigo? chiede Alan.
Il ragazzo lo guarda senza capire. Who?.
Mocenigo, l'uomo che era qui.
Sono io che managerizzo la baracca, friendo.
Forza, dimmi dove posso Andare Mocenigo e gli altri.
Il ragazzo ride. Ti sei sniffato un Fulces, vero?.
Alan non risponde.
No Mocenigo e nesbody altro continua il ragazzo, il tuo Fulces  cominciato da quando hai
enterato nel campiello e hai getoverato quei due sensori l.
Intendi dire che gli altri non ci sono mai stati?.
Hm, hm.
Alan fissa il ragazzo, muto. Dall'esterno filtra la baraonda cacofonica di Utopia. Poi insiste:
Ma...  stato Mocenigo a lookare for gli altri quattro boys,  stato lui a preparare la recordazione! Se
non c'era nesbody, che recordazione era?.
Il ragazzo continua a guardarlo e a masticare gomma.
In effetti, quando era entrato nel campiello, Alan non aveva notato nessuno. Solo quando si era
avvicinato alla porta della libreria Bessarione aveva visto l'uomo anziano che leggeva il videolibro. Si
allontana lentamente, attraversa il campiello del Pozzo Roverso. Si gira.
Il ragazzo gli fa bye-bye con la mano.
Nella realt storica, Laugier comp un'azione altrettanto ignobile nei confronti di una barca di
pescatori chioggiotti, e quindi forz la bocca di porto. Fu per preso a cannonate dal forte lidense
comandato da Domenico Pizzamano e, a seguito di un arrembaggio, fu ucciso.
...
BIBLIOGRAFIA.
Roberto Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, Firenze, Giunti, 1981.
Frederic C. Lane, Storia di Venezia, Torino, Einaudi, 1998.
Claudio Rendina, I dogi : storia e segreti. Dalle 120 biografie dei serenissimi di Venezia rivive
un millennio di retroscena e intrighi della Repubblica del Leone, Roma, Newton Compton, 2002.
Jacopo Sagredi, La vera storia di Marino Falier, Milano, Utopia, 2003.
Giovanni Scarabello, Casanova e la giustizia veneziana, in II mondo di Giacomo Casanova, un
veneziano in Europa 1725-1798, Venezia, Marsilio, 1998.
Alvise Zorzi, La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Milano, Bompiani, 2001.
NUOVA SPEZIA
1485: Se Cristoforo Colombo avesse scoperto il Nuovo Mondo finanziato dai banchieri
genovesi Andrea Angiolino e Paolo Corsini
NUOVA SPEZIA
1485: Se Cristoforo Colombo avesse scoperto il Nuovo Mondo finanziato dai banchieri
genovesi
Andrea Angiolino e Paolo Corsini
Nel 1476 Cristoforo Colombo raggiunge Lisbona. L, tra il 1484 e il 1485, cerca di convincere
il re di Portogallo a finanziare una spedizione che giunga al Catai attraverso l'Atlantico, impresa
possibile grazie alla sfericit della Terra.
In seguito al diniego del monarca, Colombo passa in Spagna ove impiega parecchi anni a
convincere i reali della bont dell'impresa.
Finalmente, nel 1492 salpa da Palos verso Occidente ma raggiunge un imprevisto nuovo
continente: la Spagna guadagna cos nuove e immense colonie.
Nell'anno del Signore 1490, il giorno di Santa Marta, Jacopo Benigno fu Bartolomeo lasci di
buona mattina l'osteria del Baffone in Genova e risal i vicoli dietro al porto. Il caldo sole di fine luglio
non riusciva a penetrare sino in fondo alle stradine, incassate tra altissimi palazzi. Ma Jacopo amava
l'ombra e camminava circospetto, rasente i muri, pur dispensando smaglianti sorrisi ai passanti che
riconosceva.
In cima alla salita, la via si apr su piazza delle Erbe. Jacopo usc in piena luce e pass
attraverso il mercato. Sulle bancarelle si vendevano castagne secche, verdure, olive: i genovesi sono
gente di mare, ma con salde radici in quei monti da cui, in secoli e secoli, hanno ricavato pianori e
terrazzine da coltivare con fatica. E sono soprattutto i monti, pi che il mare, a riempir loro la pancia.
L'occhio di Jacopo fu colpito da un insolito giallo. Si avvicin a una bella ragazza, rotondetta e
sorridente: tra le sue ceste di merce ne aveva una foderata di felci e piena di uno strano grano, grosso e
lucido, che era appunto di un giallo fiammante. Vide un mucchio di chicchi sgranati e anche una decina
di pannocchie, mezze avvolte nelle loro lunghe foglie verdi.
 grano del Catai disse la ragazza. Ci si fa un buon pane giallo.
Ma c' anche chi lo passa sul fuoco e se lo mangia cos, con un po' di
burro e sale.
Jacopo la guard incuriosito. Viene dal Catai? Coster una fortuna!.
Ma no.  arrivato dall'oriente tempo fa, questo s... Ma adesso lo coltiviamo anche noi, gi da
un paio d'anni: questo lo facciamo a Voltaggio. Anche pi a valle, nella piana di Gavi, ce ne sono dei
campi pieni. Vien su abbondante, sai?.
Voglio provarlo per cena disse Jacopo. Si fece dare una pannocchia e un pugno di semi, pag
e si rimise in cammino.
Riprese per vicoli e usc da Porta degli Archi. Pochi minuti dopo, si arrampicava su tra gli orti
di un'ariosa collina: l s che iniziava a far caldo davvero. Giunto in cima, vide un uomo
impeccabilmente vestito che se ne stava sotto il sole a picco, appoggiato al suo bastone, e scrutava il
mare con aria pensosa. I capelli bianchi si intravedevano sotto la larga tesa del cappello: un copricapo
di foggia insolita, per quella regione. Gi in acqua si vedevano alcune barche di pescatori.
Due grosse caracche, alte e larghe, stavano entrando in quel momento in porto: a giudicare dalla
linea di galleggiamento erano ben cariche di merci.
Sono arrivato, Ser Percy.
L'uomo si scosse e rispose in inglese. Jacopo, bravo. Eccoti qua. Si guard attorno, come per
controllare che non ci fosse nessuno in vista.
Hai novit?.
Jacopo gli tese il mais, che il vecchio guard incuriosito. Che cosa mi hai portato?.
Anche Jacopo prese a parlare inglese: una lingua che sembrava conoscere bene. Grano del
Catai, comprato oggi al mercato. Lo coltivano nell'entroterra, da un paio d'anni almeno: anche se io non
l'avevo mai visto.
Interessante, molto interessante. E con questo siamo a tre. I pomi d'oro sono gi passati di
moda come fiore da giardino e ormai si coltivano un po' dappertutto per mangiarli....
Questi genovesi sono gente pratica, se c' da fare soldi s'ingegnano sempre.
Non sono certo avari quanto i veneziani, ma qualcosa in comune con loro ce l'hanno. Oltre a
eleggere un doge e andare per mare.
Sono le due maggiori potenze del Mediterraneo: ma questa faccenda mi dice che sotto sotto,
con tutta la loro discrezione, i genovesi stiano gi alcune leghe pi avanti dei loro concorrenti di
palude....
Ser Percy prese a scendere la china del colle a corti passi, dal lato opposto alla citt. Mentre il
taciturno Jacopo gli si affiancava, l'uomo ricominci a parlare: Sono gente concreta, s... Pensa che un
tempo in questa citt, che chiamano la Superba, c'era un parroco che affittava il cimitero e perfino parte
della chiesa a dei mercanti: li usavano come magazzino. Ci tenevano corde, vele e merci varie. Le
donnine si indignarono e chiamarono il vescovo, che all'epoca era un certo Porchetto Spinola: venne,
vide e... prima di andarsene, anzich sgridare il parroco come si aspettavano le beghine, strinse qualche
contratto con dei mercanti che lui gli aveva presentato in quell'occasione. Del resto, tu puoi capire: hai
sangue scozzese, vero?.
Gi rispose Jacopo. Mia nonna era di lass. Si chiamava Fiona ed era dei Boyd. Ma ha
sposato un inglese, di Plymouth da generazioni. E
anche mia madre  britannica... molto britannica.
Scozzesi, scozzesi... Gente concreta anche quella. Come tutti coloro che abitano in terre belle
ma dure e un po' ostili. E tu ti chiami Jacopo davvero, o  un nome di comodo?.
No, son proprio stato battezzato cos. Mio padre era di Sarzana e commerciava in stoffe di
Prato. Le portava fino alla nostra cara isola lass, Dio salvi il re.
Dio lo salvi, con tutto quel che sta passando... E mentre il nostro sovrano cerca di rimediare ai
guai in patria, altre genti se ne vanno in giro per il mondo, alla ricerca di nuove rotte e nuove ricchezze.
E
infatti, ecco che qui a Genova abbiamo il grano del Catai, i pomi d'oro e anche l'ananasso, che
invece pare non riescano proprio a coltivarlo. Ne ho mangiato un pezzetto a Palazzo Spinola:  proprio
ottimo, non c' che dire. Succoso e dolce, sotto una scorza dura e pungente: oserei dire che  proprio
come certe donne di qui. Tu un ananasso non l'hai nemmeno mai visto, immagino:  come un'enorme
pigna, con un ciuffo di foglie in cima. E anche quello viene dal Catai, come si  vantata la signora
Bianca Maria Spinola che ce l'ha fatto servire. Con classe e riserbo, come  costume quaggi dove
nulla si esibisce veramente: ma a modo suo se n' vantata eccome.
Eppure niente del genere ci arriva dalla Terrasanta, dove del resto i
turchi ci hanno da tempo tagliato la via per le Indie. E nulla di simile ho visto a Lisbona, dove
pure si tenta da almeno vent'anni di raggiungere le Indie e il Catai passando attorno all'Africa.
Ma ci sono riusciti, i portoghesi?.
Non so per certo: le rotte son segreto di stato. Ma da Lisbona ho una grossa novit, che forse
pu spiegarci parecchie cose....
I due erano giunti adesso in riva al mare, alla foce del Bisagno.
Dall'altra parte del fiume si vedeva il triste edificio del lazzaretto.
Jacopo sudava, nonostante la brezza, ma Ser Percy non sembrava scomporsi neanche un po'. Si
guard di nuovo intorno: non c'era nessuno a portata d'orecchio.
Forse non  lungo l'Africa che i genovesi passano. Forse vanno dritti verso occidente.
Verso occidente? Jacopo strabuzz gli occhi. Certo, si va a occidente fino alle Colonne
d'rcole per uscire dal Mediterraneo. Ma poi si dovr pur girare verso oriente, per andare in Catai.
Non  detto, non  detto. Varie persone hanno ipotizzato rotte attraverso il mare Oceano, dritti
verso Cipango e appunto il Catai.
Dotti, medici, astrologi e altra gente che non  mai stata fuori di casa per pi di dieci ore di fila:
e allora  facile, per loro, immaginarsi tragitti oceanici o anche viaggi sulla luna. Ma mi ha raccontato
Luton che tempo fa, a Lisbona, la rotta attraverso l'oceano era anche l'idea fissa di un marinaio: un
certo Christobal Colon... o Cristoforo Colombo. Guarda caso, un genovese. Si  dato da fare parecchio
a corte, per avere navi da re Giovanni: ma quello non gli ha dato retta e pare quindi che insista ancora
per far aggirare l'Africa ai suoi.
Questo Colombo, il cui fratello Bartolomeo commercia ancor oggi carte geografiche in una
botteguccia a Lisbona, passava intere giornate a parlare con i mercanti genovesi che passavano di l o
che vi tengono negozi. Come ti dicevo, cinque anni fa il re di Portogallo si  rifiutato di finanziargli
l'impresa per il parere negativo della sua giunta di matematici: pare che proprio allora i di Negro
abbiano iniziato a chiedere fondi ai loro concittadini allo scopo di aiutare Colombo nell'impresa. Poi di
questa faccenda non se n' pi parlato. Di questo Colombo, a Lisbona, si  detto che sia tornato a
Madera, nelle terre della moglie: sarebbe fuggito l dopo che re Giovanni II ha fatto uccidere il gran
maestro dell'Ordine dei cavalieri di Cristo, cui lo stesso
genovese apparteneva. Luton c' stato, a Madera, ma di Colombo non c' traccia e la moglie 
morta da tempo.
Ora tocca a te: datti da fare. Chiedi qui in giro se c' chi sa qualcosa su quest'uomo. Il padre si
chiama Domenico, ma non vive pi qui: si  trasferito da anni e anni a Savona.
Jacopo era rimasto pensoso. Gi mi sto arrabattando parecchio, per scoprire qualcosa sulla
rotta: ma non si cava un ragno dal buco. Ho passato settimane al porto a bere, a giocare e soprattutto a
parlare con i marinai... Non si sbottonano per niente. Certo i commerci con il Catai si fanno per mare,
su navi militari della Repubblica. E con i denari delle maggiori famiglie di Nuova Spezia e qui,
attraverso il Banco di San Giorgio. Di sicuro molti giovani avventurosi si sono stabiliti laggi, alcuni
con mogli e figli, aprendo fondaci e botteghe. Ma quasi nessuno  tornato da l, e chi  tornato non lo
dice. Devo trovarne uno e farlo parlare a ogni costo, con le buone o le cattive. Tra i miei antenati ce
nera uno che commerciava in carni e so bene come manovrare un coltello....
No. Non c' che un modo, Jacopo. Mettiti a lavorare al porto: fatica, suda. Scarica casse dalle
navi, lavora gomito a gomito con questa gente.
Cos ne vincerai la fiducia: non solo spassandotela con loro. E poi cerca un imbarco, magari
prima su qualche rotta nota e poi per l'Oriente: per capire che percorso fanno, non c' che da andarci
anche noi. Ma io sono troppo straniero per loro, mentre tu sei uno di qui e un volto noto da tempo. Per
di pi, sarai pi utile tu su una nave di un povero vecchio come me.
Jacopo era di nuovo silenzioso. Ser Percy si stacc dalla cintura un borsello tintinnante. Qui
hai di che ristorarti dalle fatiche quotidiane.
Ma cerca di non dare nell'occhio, quando spendi: abbi la stessa discrezione di questi genovesi. E
ora torniamo in citt. La passeggiata mi ha messo appetito.
Per Jacopo iniziarono giorni duri. Fece esattamente ci che gli era stato detto: scaric navi
traboccanti di merci esotiche e le vide ripartire con a bordo intere famiglie che andavano a stabilirsi nel
remoto Catai.
A Genova arrivavano semi, piante e metallo: Jacopo sospettava addirittura che certi sacchi
pesanti, portati a spalla da balestrieri della Repubblica, contenessero grandi quantit d'oro. Sulle navi in
partenza vide salire parecchi cavalli: un dettaglio bizzarro, perch a essere
imbarcate erano solo le cose necessarie durante la navigazione o le merci che potevano risultare
preziose in qualche porto. E a lui non risultava che in Catai, o in altre terre lungo la rotta, vi fosse
particolare penuria di cavalcature, n che i quadrupedi dell'entroterra ligure fossero particolarmente
pregiati.
Di Colombo non scopr nulla. Scov un tale che l'aveva conosciuto da ragazzo e ricordava che
viveva dalle parti di Porta Soprana: poco dentro o poco fuori, su questo non era certo. Ma la famiglia se
nera andata da un pezzo e Ser Percy disse che non valeva la pena, per Jacopo, di andare fino a Savona
dal padre. Ci aveva gi mandato qualcuno, ma non ne era uscito nulla di interessante.
Dopo qualche mese, Jacopo ottenne il suo primo imbarco per Cipro e Costantinopoli. Il secondo
fu per Alessandria. Finalmente, con il terzo part per il Catai: erano passati circa due anni da quella
passeggiata sulla collina, ma ce l'aveva fatta. S'imbarc che l'estate era appena iniziata: proprio il
giorno di San Giovanni Battista, patrono di Genova.
Jacopo si godeva il cielo stellato dal punto pi alto della caracca.
Erano in viaggio da giorni nell'oceano, diretti sempre pi a sud, e alla fine le tre stelle della
cintura di Orione erano sparite dietro l'orizzonte.
Forte delle sue trecento tonnellate di stazza, la nave procedeva spedita, sospinta dai venti
regolari che soffiavano da est. Le tre vele, due quadre e una latina, si gonfiavano gagliarde nella notte:
grazie a loro i tre alberi formavano quasi un fiore sbocciato tra i due ponti sopraelevati, il cassero a
poppa e il castello a prua. Altre due caracche e la sagoma scura e terribile della galeazza da guerra
seguivano oscillanti la nave su cui si trovava il giovane.
Avevano attraversato le Colonne d'rcole, oltrepassata Madera, incrociate le isole Fortunate
dove dietro i robusti moli costruiti in pietra dai genovesi non si vedevano altro che capanne in legno.
Poi il passaggio del Tropico aveva fatto cambiare direzione all'ombra dell'albero maestro, mentre di
notte la Polare era sempre pi bassa sull'orizzonte.
Jacopo ripensava a quello che aveva passato per ottenere l'agognato imbarco e si stringeva nella
mantella: il vento sull'oceano  pungente, dopo il calar del sole. La guardia precedente aveva da poco
finito il turno serale e lui era salito di vedetta sulla coffa dell'albero pi alto. Da un pezzo si erano perse
nel vento le grida del timoniere smontante che
segnalava al comandante la rotta e poi quelle dello stesso comandante, a cui faceva eco il pilota
che la indicavano al timoniere che iniziava il turno.
I racconti dei vecchi marinai nelle bettole tra i carrugi della Superba si erano rivelate favole per
bambini. A loro dire, procedere troppo verso occidente portava a una fine terribile: ...a un certo punto
del viaggio, senza alcun preavviso, l'oceano si interrompe e sotto la chiglia si apre un baratro
insondabile....
Ma fino a quel momento non si erano imbattuti in alcunch di terrificante: n abissi, n vortici,
n mostri marini, n acque infuocate...
Niente, solo l'oceano.
Stavano percorrendo dodici miglia ogni ora, con una regolarit assolutamente impeccabile.
Jacopo si guard attorno, poi tir fuori un semicerchio di ottone cui erano fissati vari meccanismi e
ammenicoli.
Gir due viti e lo apr come fosse una trappola per volpi: in realt si trattava di un piccolo
sestante pieghevole. Ser Percy mi ha procurato un vero gioiellino pens.
Prese a osservare il cielo con quel minuscolo strumento e a fare annotazioni su un foglio di
carta, dove aveva gi segnato con cura la data e le indicazioni di rotta che aveva sentito gridare al
cambio di turno.
Un rumore improvviso alla sua destra lo scosse dai propri pensieri.
Con lo sguardo Jacopo frug rapido le pieghe della notte. Nulla: solo vele, alberi, boma e
sartiame.
Sar stato qualche uccello? si chiese. O  solo che ho i nervi a fior di pelle, dopo tutto questo
tempo passato in missione...
Un bagliore metallico tra le ombre gli rivel che non si trattava soltanto di una suggestione. Gli
parve forse di vedere una sagoma scura: qualcuno si stava arrampicando silenziosamente lungo una
gomena, avvicinandosi di soppiatto.
Chi va l? grid impacciato, con una voce resa pi acuta e quasi stridula dal timore. Nulla: di
nuovo solo il rumore del vento e delle vele. La sagoma non si distingueva pi. Nascose gli appunti
nelle pieghe della mantella e prese freneticamente a richiudere il sestante.
Occultato anche quello, Jacopo attese, immobile, in silenzio: passarono venti, trenta, centinaia
di battiti interminabili del suo cuore
britannico. Ancora nulla. Non fin nemmeno di sentire tutti i muscoli rilassarsi,
di
nuovo
convinto
d'essere
preda
della
propria
immaginazione, che un forte odore d'aglio rancido gli arriv alle narici: qualcuno era sulla coffa
dietro di lui. Una mano forte e callosa lo afferr coprendogli la bocca mentre una lama veloce corse a
cercargli la gola. Tent di reagire, ma qualcuno gli sussurr: Stai fermo.
Jacopo sent che la lama gli premeva sulla pelle e decise di rinunciare a ogni reazione.
Guardi le stelle, eh? disse la voce alle sue spalle. Jacopo credette di capire di chi si trattava:
Emilio, un aiuto cuoco di una certa et, piuttosto schivo e riservato.
L'uomo parl di nuovo: Credo che se ti denunciassi al comandante potrei avere una bella
ricompensa.
Jacopo aveva fatto in tempo a recuperare un po' della sua flemma.
Dici? rispose. La generosit non  di queste parti, mi sembra...
Credo che io potrei darti di pi.
Giri con molti soldi?.
Ne ho abbastanza con me. Pi di quanti non me ne paghino su questo legno. E comunque
posso darti anche di pi una volta che saremo sbarcati. Gir un po' la testa: l'altro non allent la presa.
Non riusc a vederlo in faccia, ma ormai era sicuro di chi si trattava.
Parliamone... rispose quello. E lasci andare Jacopo.
Nei giorni successivi, Emilio continu a essere schivo e riservato come sempre. Ma un paio di
volte Jacopo si accorse che quando l'aiuto cuoco lo guardava aveva una piccola ruga in pi agli angoli
della bocca: come una specie di sorriso appena accennato. Forse l'allegria gli veniva dai soldi che gli
aveva dato e dai molti altri che gli aveva promesso. O dalla soddisfazione, propria di molti uomini
grandi e meschini, di avere del potere su qualcun altro: non importa se per meriti personali, per grazia
divina, per nobilt di sangue o merc la minaccia e il ricatto.
Qualche notte dopo, toccava proprio a Emilio salire in coffa e stare di guardia. Attravers il
ponte con passo deciso e si arrampic per le sartie: saliva agile, nonostante non fosse pi giovane e
nemmeno tanto longilineo, muovendosi con consumata esperienza e afferrando ogni volta con dita
salde le corde sopra di lui. Ma arrivato quasi in cima,
qualcosa cedette: Emilio cadde urlando nel vuoto, sbatt la testa contro il legno del parapetto di
babordo e cadde in acqua.
Uomo in mare! Uomo in mare!.
Momenti frenetici animarono la vita notturna della caracca, solitamente tranquilla fino alla noia.
Alcune lanterne scrutano la superficie dell'acqua, urla possenti passano voce alle altre imbarcazioni,
grida concitate impartirono ordini e spiegarono l'accaduto a chi, ancora assonnato, cercava di
raccapezzarsi su quanto accadeva. Comunque, ci si avvide subito che il corpo era ancora impigliato nel
sartiame che penzolava accanto alla nave e veniva risucchiato dalla sua scia, sparendo e riapparendo
ogni pochi secondi. I marinai tirarono su le corde e raccolsero il corpo senza vita.
La calma, unita a una vaga mestizia, torn a dominare sul legno.
D'altronde, non era un evento rarissimo perdere qualcuno tra i flutti.
La mattina seguente ebbero luogo le rapide indagini del comandante, un po' seccato di aver
perso un marinaio ma nulla pi. A Jacopo non venne chiesto niente: per un poco segu quel che
accadeva a bordo, ma presto l'ansia che gli gelava lo stomaco e che cercava di non palesare spar tutt'a
un tratto. Si gett a sonnecchiare su un'amaca ancora tiepida per il calore del corpo di chi lo aveva
preceduto.
L'amaca, pens ecco un'altra novit introdotta da poco dai genovesi...
Benedetta trovata per questi poveri marinai, decisamente meglio del duro e umido legno per
riposare le ossa!
Erano ormai due anni che navigava, lavorando a bordo di galee e caracche: ma pensava ancora
ai marinai come una categoria estranea, di cui non faceva parte. In fondo era abituato da sempre a
mescolarsi con gente diversa, cercando di sembrare uno di loro ma tenendosi fedele alle sue origini e
alle sue convinzioni.
Si risvegli che era ormai mezzogiorno. Con gli occhi semichiusi osserv il pilota fare il punto
con l'astrolabio: l'uomo prese l'altezza del sole spostando l'alidada, poi nelle tavole astronomiche cerc
il mese e il giorno corrispondenti per leggere i gradi e la declinazione dell'astro diurno.
Jacopo si ricord che quella notte in cui Emilio lo aveva sorpreso non aveva avuto pi tempo
per completare l'osservazione. Ripens anche al dialogo segreto che aveva avuto con il suo ricattatore:
quando gli aveva chiesto se avrebbe parlato con altri di quello che aveva visto, l'aiuto
cuoco aveva detto di no.
Magari poi dovrei dividere con lui i tuoi soldi disse. E poi, un segreto confidato anche a una
sola persona non  pi un segreto... Non preoccuparti, sar una tomba.
Forse proprio in quel momento, negando la presenza di complici, Emilio aveva firmato la
propria condanna a morte: mai riferimento a una tomba fu pi appropriato, se non per il fatto che il
povero aiuto cuoco sarebbe stato presto gettato in mare aperto senza attendere di raggiungere una terra
sotto cui seppellirlo.
Del resto, Jacopo era bravissimo con il coltello: la sartia non sembrava nemmeno tagliata. Solo
usurata da un lungo utilizzo quotidiano.
Lo scozzese si riassop lentamente.
Nei giorni che seguirono fu ligio al dovere e pi discreto che mai.
Svolse con precisione i propri compiti, guardandosi attorno con estrema attenzione. Nessuno
dava segni di sospettarlo, n sent incolpare dell'incidente altri che la malasorte: una sorta di potente
divinit pagana cui i marinai offrivano tributi in termini di amuleti da portare al polso, numeri evitati,
scale aggirate, piccoli rituali in caso di sale rovesciato sul tavolo e altre cosette del genere.
Terra! Terra!. Le grida del marinaio di vedetta svegliarono Jacopo dal suo torpore. Aveva
fatto il turno di quattro ore la mattina: mentre il sole si avviava al tramonto, lui si stava ancora godendo
il meritato riposo.
Finalmente, il Catai! pens alzandosi dall'amaca, ormai padrone dei movimenti su quel comodo
quanto instabile attrezzo.
A parte l'avventura con Emilio, la navigazione era trascorsa tranquilla per cinquantadue lunghi
giorni. E finalmente Jacopo era arrivato alla meta: ora avrebbe visto con i suoi occhi il segreto della
Superba e della sua ricchezza.
C'era mare grosso. Vide alcuni gabbiani stagliarsi contro il cielo plumbeo. Abbass lo sguardo
sull'acqua altrettanto grigia e not un piccolo ramoscello carico di rose canine che galleggiava vicino
alla nave. La terraferma distava circa due leghe: si estendeva larghissima tanto che non se ne vedeva
termine alcuno, e sembrava particolarmente rigogliosa e fertile.
Gi da diversi giorni avevano superato alcune isole, o tali le riteneva Jacopo: era forse il mitico
arcipelago di Cipango? Se ne erano comunque sempre tenuti a debita distanza, nessuno aveva
commentato... e lui si era guardato bene dal fare domande.
Questa volta fu diverso. Ammainarono tutte le vele: rimasero solo con il trevo, la vela
maggiore, e si misero a navigare alla cappa fino a quando non si immisero in un grande estuario.
Risalitone il corso per poco pi di un miglio giunsero in vista di un ampia banchina e una serie di moli,
tutti costruiti in tronchi. Parevano solidi e ben attrezzati.
Faceva loro da sfondo la sagoma, stagliata contro il cielo e la foresta, di una bassa cittadina: di
recentissima costruzione, a giudicare dagli edifici, che erano tutti in legno nonostante alcuni
raggiungessero dimensioni considerevoli.
Mentre si avvicinavano, Jacopo la scrut con attenzione. Tra case e palazzetti spiccava una
chiesa, dall'incongrua facciata di marmo a strisce bianche e verdi: un pezzetto di Genova trapiantato
pari pari laggi.
Le strade brulicavano di persone affaccendate: sembrava un posto laborioso e tutto sommato
ricco, viste tutte le mercanzie affastellate sulla banchina.
Eccoci a Nuova Spezia esclam Dario Fassa. Era l'ispettore del doge, un tipo che raramente
proferiva parola: lo scozzese non si era nemmeno accorto di avercelo al fianco ormai gi da qualche
minuto.
C' gi stato? gli chiese.
S. Ma l'ultima volta era grossa la met:  cresciuta parecchio, in un solo inverno.
Ormai stavano attraccando. Intorno ai moli c'era un via vai di strane barche, lunghe e strette,
molto basse, portate da gruppi di uomini che Jacopo non riusciva a vedere bene, ma che sicuramente...
Fu un mozzo a commentare ad alta voce per lui: Beln, sono nudi!.
Dopo le manovre di attracco, non facili a causa della forte corrente del fiume, Jacopo pot
mettere finalmente di nuovo piede sulla terra ferma. Un piacevole cambiamento, dopo quasi due mesi
di navigazione!
L'atmosfera della cittadina era strana. Per certi aspetti assomigliava vagamente ad alcuni
villaggi nel nord est della sua isola natale, ma non
certo nelle luci e nei colori: le case erano di legno, il cielo era azzurro, il verde della foresta
avvolgeva tutto al di fuori delle piccole mura. A ricordargli certi borghi della sua adolescenza erano
soprattutto le strade brulicanti di merci e di genti. Liguri, ma non solo. E soprattutto una moltitudine di
quelli che, Jacopo concluse, non potevano che essere gli abitanti originari di quella terra. Sembravano
gente poverissima di ogni cosa: nessuno che fosse maggiore di trent'anni, molto ben fatti e di bellissimi
corpi. Avevano capelli corti, grossi quasi come i crini della coda dei cavalli. Alcuni avevano la pelle
dipinta di nero, altri di bianco.
Alcuni avevano la faccia tinta di rosso e altri ancora solo gli occhi o il naso. Generalmente
erano tutti di buona statura e portavano al collo perline, pendagli e chincaglieria varia: di fattura
europea e di nessun valore.
Lo scozzese ne incontr una moltitudine, girovagando per la citt.
Spesso dormivano per terra ai bordi delle strade, o restavano accucciati a masticare foglie
incuranti dei frettolosi passanti che quasi li urtavano.
Alcuni di loro avevano perfino appeso le proprie amache a qualche pilastro o ai rami di un
albero. Jacopo not che la gente del posto le costruiva con reti di corde, e non con la robusta tela
azzurra tipica di Genova come le amache che aveva visto a bordo: evidentemente una miglioria dei
genovesi.
Il giovane si sofferm a guardare una ragazza, pi nuda che vestita.
Se ne stava accucciata a un angolo della strada con gli occhi fissi nel vuoto. Sorrideva: chiss a
cosa stava pensando, incurante di tutto e anche dello straniero che la fissava con gli occhi di chi ha
trascorso due mesi su una nave in compagnia esclusivamente maschile.
Bella, eh? gli disse qualcuno mettendogli una mano sulla spalla e facendolo sussultare. Ehi,
scusa aggiunse, non volevo mica spaventarti....
Jacopo si ricompose subito, appena si accorse che si trattava del nostromo della sua nave. Il
comandante voleva che entro la mattina dopo tutti gli uomini avessero scaricato i loro effetti personali e
avessero ritirato la paga. Chi lo avesse voluto, poteva invece proseguire: ma intanto tutti cercavano di
godersi un po' lo scalo.
Bella s... comment Jacopo.
Te lo si legge in faccia, che ti piace star qui. Questa per noi  una terra nuova, vergine e
rigogliosa come una giovinetta appena sbocciata,
e il primo che la scopre... la possiede! Ahr, ahr, ahr! concluse divertito il nostromo,
allontanandosi con una fragorosa risata.
Jacopo si rimise in cammino, anche se non aveva una meta. Era affascinato e perplesso. Quel
posto era una sorta di piccola imitazione di un borgo europeo, e per di pi tutte le case erano
nuovissime. Lui si era aspettato ben altro: come lungo le coste del Mediterraneo, credeva che avrebbe
trovato una cittadina fondata da gente del posto secoli prima, magari con un fondaco genovese nei
pressi del porto. Invece no: era capitato in un paese ligure a tutti gli effetti, dove la gente del Catai era
quasi estranea. Inoltre, essa non sembrava affatto appartenere a quelle civilt millenarie che i rari
viaggiatori europei giunti via terra fin laggi avevano descritto nei loro diari. D'altro canto, quella gente
scriveva anche di uomini con un piede solo o con la bocca sulla pancia, che l non vedeva e alla cui
esistenza si rifiutava di credere: per cui non c'era tanto da fidarsi dei loro resoconti.
Cos andava meditando Jacopo mentre si aggirava per strade e piazzette, in mezzo a un gran
traffico di uomini e bestie da soma. Le merci andavano e venivano. Le casse, le ceste e i sacchi
traboccavano di frutta e verdura dalle strane forme, fili vegetali in matasse, grosse foglie marroni di
foggia stranissima, zagaglie e molte altre cose ancora.
E ovunque c'erano coloratissimi uccelli dal becco ricurvo e dalle piume rosse, gialle e blu.
Quella notte dorm ancora a bordo, ma si svegli pi volte e li sent cantare: dopo tutto quell'oceano
avrebbe trovato strana la voce dei passeri, figuriamoci i loro striduli richiami.
Finalmente! pens la mattina seguente mentre dal porto si dirigeva verso quella che gli era stata
indicata come una buona locanda.
Nonostante la cittadina fosse piuttosto piccola, la scelta era abbondante: segno che Nuova
Spezia era gi al centro di un intenso traffico. A quanto gli avevano raccontato di citt e villaggi
genovesi ce n'erano altri, da quel lato dell'oceano, ma quello restava il capoluogo e da l andavano e
venivano le navi che portavano all'intorno mercanti e coloni.
Ovviamente a Jacopo non era passato nemmeno per la testa di proseguire. Il comandante e
buona parte dell'equipaggio sarebbero partiti da l a poco per esplorare altre regioni di quella che, da
quanto aveva sentito fino a ora, Jacopo si figurava essere una terra immensa: lui fu invece uno dei
quattro che prefer fermarsi. Proprio uno di loro, il
marinaio Benedetto da Sestri, gli aveva suggerito dove trovare alloggio:
All'Oste tricolore.
Jacopo vi arriv in pochi minuti. La sala d'ingresso era ingombra di tavoli e sedie, ma poco
illuminata. Non vide nessuno: si avvi verso il bancone e la porta che dava all'interno. Alle sue spalle,
dalla penombra, sent una voce dall'accento strano che gli grid: Un bicchiere di acquavite di canna!.
Jacopo si volt di scatto: ma non c'era nessuno per davvero. Poi, nell'angolo pi oscuro, vide un
trespolo su cui stava appollaiato uno di quei variopinti uccelli che lo avevano quasi tenuto sveglio per
tutta la notte: lo stava fissando con occhi inquietanti, la testa girata di lato.
Poi l'uccello parl di nuovo: Un bicchiere di acquavite di canna!
chiese imperioso.
Jacopo si sent stringere lo stomaco e fece un passo indietro: non aveva mai sentito un uccello
parlare. Eppure non c'era dubbio: era stato proprio lui.
Un bicchierrre... un bicchierrre... un bicchiere di acquavite di canna! insist l'uccello.
Jacopo trov la forza di rispondere: Cosa vuoi da me? Non sono di qui. C' l'oste?.
Un bicchierrre... un bicchierrre... ripet l'uccello. E poi Jacopo sent un'altra voce improvvisa
dietro la schiena:  inutile parlargli, non risponde mai alle domande.
Si volt e vide un uomo in carne e ossa, che si asciugava le mani nel grembiule. Cos andava
meglio. Era un tipo ben piantato, di una certa et, e aveva una cadenza decisamente genovese.
Li avevo sentiti parlare solo nella loro lingua gli disse Jacopo indicando l'uccello.
La nostra la imparano in fretta, ma non ci si riesce comunque a ragionare comment l'oste.
Sono cocciuti come una figlia viziata. In cosa posso essere utile?.
Cercavo una stanza per qualche giorno, fino al prossimo imbarco....
Una stanza o basta un letto in camera con qualcun altro? Costerebbe di meno.
No, grazie: vorrei proprio una stanza.
I due si misero rapidamente d'accordo sul prezzo e Jacopo sal a posare i suoi pochi bagagli. Gi
che c'era, si gett sul letto e ci rest fino all'ora di pranzo: immobile, gli occhi fssi al soffitto, le
orecchie piene del rumore di folla che entrava dalla finestra spalancata, la testa che vagava tra un
frammento di pensiero e l'altro. Sembrava quasi che continuasse a ondeggiare, mentre per la prima
volta il suo corpo restava sdraiato immobile, saldo come il terreno.
Quando scese per mangiare, la sala era mezza piena. Si sedette e l'oste gli venne subito incontro
a sentire che voleva: gli altri clienti erano tutti serviti. L'efficienza sembrava regnare sovrana. Jacopo
accett l'offerta di una bella fetta di carne arrosto.
Quando gli arriv il piatto, Jacopo ci trov anche dei pezzi di una cosa giallina e farinosa.
E questa cos'? domand.
Una botata rispose l'oste. Si coltivano facilmente, quaggi.
Jacopo ne assaggi un pezzo. Non sembrava gran che saporita, ma con il generoso cucchiaio di
pesto che c'era stato versato sopra diventava comunque una pietanza abbastanza gustosa.
L'oste vide l'espressione non del tutto convinta del suo cliente ed equivoc. Certo bisogna
adattarsi, da queste parti comment quasi in tono di scusa. Non  il basilico della Riviera... Non ha lo
stesso profumo, ma comunque qui cresce rigoglioso come non mai. E anche l'aglio viene su davvero
bene.
Jacopo sorrise. Prese un sorso dal boccale: l'acquavite era davvero forte. E questa, invece?.
Acquavite di canna.  buona, secondo me anche meglio del vino.
Almeno, del vino che siamo riusciti a fare da questa parte dell'oceano: le viti prendono bene, ma
di vignaioli esperti non ne sono ancora arrivati... Speriamo bene. Quelli che abbiamo qua ci provano,
ma per adesso non mi hanno convinto.
Scusi la domanda chiese ancora Jacopo cercando di non fissare i capelli grigi dell'oste. Ma
perch si fa chiamare l'Oste tricolore?.
L'altro scoppi a ridere. Il mio nome  Fabrizio, rispose e mi faccio chiamare cos. L'oste
tricolore non sono io,  Loreto. Indic l'uccello parlante, che se ne stava tranquillo sul suo trespolo
becchettando dei grossi semi dalla buccia dura.
Loreto? Uno strano nome....
Si chiama cos perch quando  di cattivo umore invoca spesso la Madonna!.
Jacopo rise a sua volta. In quel momento vide entrare Benedetto da Sestri: si salutarono con un
cenno, poi il marinaio sedette qualche tavolo pi in l.
Buon appetito disse l'oste avviandosi verso il nuovo arrivato per raccoglierne l'ordinazione.
Jacopo riprese a mangiare in silenzio.
Anche Benedetto mangiava da solo e senza scambiare parola con nessuno. Solo a un certo
punto arriv a parlargli un ragazzetto alto e magro: non si sedette nemmeno. Borbottarono qualcosa,
poi il giovane se ne and veloce come era venuto. Quando si accorse che Jacopo lo osservava, il
marinaio genovese si affrett a fargli un sorriso: poi riabbass la testa sul piatto e se ne stette da solo
per tutto il resto del pasto, come la maggior parte degli altri avventori.
Per essere gente di mare, era proprio insolita. Cortese, efficiente e piena di risorse, ma alla fine
dei conti straordinariamente chiusa.
Jacopo trascorse il pomeriggio a bighellonare per le vie, cercando di assorbire l'atmosfera del
posto. Era curioso di ogni dettaglio, anche minimo, della vita in quelle terre lontane. Lo colp molto
una ronda di passaggio: la aprivano tre soldati con elmo e cotta di maglia, e in pugno le balestre che
avevano reso famosi i mercenari genovesi in tutta Europa. Dietro di loro c'erano cinque indigeni con
l'elmo adornato di piume, e per il resto nudi a parte una piccola fascia di stoffa alla cintola.
Impugnavano leggeri giavellotti e anche se camminavano con passo marziale non sembravano
particolarmente minacciosi.
Li segu con lo sguardo e osserv la pattuglia in azione: ogni tanto si fermava a sospingere chi
intralciava il traffico o a far domande a qualche forestiero. In realt si rese conto che i cinque indigeni
fungevano pi da interpreti che da deterrente per eventuali malviventi: n aveva sinora visto un solo
tentativo di furto o una rissa. I vari ubriachi che aveva incontrato erano assai pi intorpiditi che
minacciosi.
Certo, a tradurre le poche frasi dei colleghi genovesi ne sarebbe bastato uno: ma Jacopo pens
che quei cinque fossero un primo passo per l'integrazione con la popolazione locale. Che in generale
sembrava
fermarsi a guardare il traffico dei genovesi con grande distacco, quasi come un misterioso gioco
di fanciulli.
E comunque, passando davanti al palazzo del governatore vide che ai lati della porta c'erano
solo due balestrieri: liguri fino al midollo.
Sulla scia di questi pensieri, il giovane scozzese si rec alla chiesa.
Entrando, cedette il passo a due ragazze che ne uscivano ridacchiando: niente da dire, la
Superba poteva esserlo anche per l'avvenenza delle proprie figliole.
L'interno era spoglio. La navata sinistra era in parte coperta da una piccola impalcatura: vi
erano sopra barattolini e pennelli, che spiegavano l'affresco ancora a met in cui San Sebastiano
figurava trafitto da un numero quasi eccessivo di frecce. Il pittore, comunque, non era in vista.
C'era invece un prete giovane e robusto, che gli si fece incontro e con cui Jacopo scambi
qualche frase. Era uno dei sei appositamente inviati dall'arcivescovo di Genova per star dietro all'anima
degli abitanti di Nuova Spezia e magari per convertire le genti del Catai.
Pensavamo fosse facile offrirgli una religione disse il sacerdote,
dal momento che sembrano non averne alcuna. Per ora non abbiamo avuto successo. Ma
chiss, magari con il tempo....
Ma i genovesi come li trattano?.
E come vuole che li considerino? Come clienti e fornitori. Almeno dal punto di vista del
commercio, queste sono terre benedette. Solo un certo Sauro da Loano, un mercante che ha viaggiato
parecchio, ha provato a dire che l'indifferenza degli indigeni per il nostro Dio viene dal fatto che non
hanno un'anima: ma hanno capito tutti dove voleva andare a parare....
E cio?.
Chi non ha un'anima pu essere fatto schiavo senza tanti rimpianti.
Ma Sauro  stato sbugiardato in fretta. Del resto, una mucca o la mangi o la mungi: i suoi
colleghi preferiscono continuare a mercanteggiare con la gente del posto, sfruttandola con metodo e il
pi a lungo possibile.
La sera Jacopo mangi in abbondanza: uccellini allo spiedo e nuovamente botate lesse al pesto.
Poi si gett sul letto e dorm un sonno profondo e senza sogni.
Il giorno dopo si alz tardi: sentiva come una grossa mano che gli schiacciava la nuca. Forse
l'acquavite l'aveva tradito. Fece una colazione frugale e si diresse verso il porto: voleva capire meglio
in cosa consistevano i traffici di quelle regioni.
Inoltre, se la sua innata curiosit lo avrebbe spinto a fermarsi e a conoscere di pi tutto ci che
aveva trovato al termine del suo lungo viaggio per mare, il senso del dovere e la lealt verso il proprio
re lo portavano a cercare quanto prima un imbarco per l'Europa.
Ora, per, si trovava nelle condizioni del gattino curioso e poco esperto che una volta salito in
cima all'albero non sa come venirne gi: aveva raggiunto l'altra sponda del mare Oceano, ma doveva
anche trovare il modo di tornare a casa!
Avvicinandosi al porticciolo, continuava a scrutare carretti e bancarelle. C'era veramente di
tutto: vide contrattare due bellissime pellicce gialle a puntini neri, che tre cacciatori del posto offrivano
con orgoglio ai genovesi. Gli indigeni locali erano invece affascinati da alcuni pezzi d'ardesia, giunti
direttamente dal paese di Lavagna, su cui un mercante disegnava col gesso, salvo poi cancellare il tutto
passandoci un pezzetto di panno. Alla fine gli indigeni acquistarono un paio delle magiche pietre,
cedendo in cambio una notevole quantit d'oro e alcuni rami dai lunghi frutti rossi, sottili ed essiccati al
sole.
Mentre Jacopo era perso in quei profumi e colori a lui per buona parte poco familiari, delle
grida e un'accalcarsi di folla attirarono la sua attenzione: L'ammiraglio del mare Oceano! Colombo,
Colombo! e altre simili urla di acclamazione, gioia, devozione.
Eccolo il genovese che aveva tanto cercato: un uomo alto, biondo, sontuosamente vestito, che si
muoveva a proprio agio tra la folla osannante su un maestoso cavallo bianco.
Colombo? si chiese Jacopo, non riuscendo a contenere lo stupore.
Allora  vivo! prosegu fra s e s. E le supposizioni di Ser Percy sono vere...
Tanto era preso dai sui pensieri che trasal visibilmente quando una voce delicata comment
accanto a lui: Gi, Colombo... Che grand'uomo!.
Jacopo si volt e i suoi occhi si posarono sul seno pi bello che ricordasse di avere mai visto:
due coppe rotonde, perfette come la cupola di Santa Sofia a Costantinopoli, di un incarnato scuro
perch
dorato dal sole, che prepotenti sporgevano da una generosa scollatura. E
le lentiggini... ah, le lentiggini! Ricordavano le stelle di quel cielo straniero nelle limpide notti
di navigazione. Come se non bastasse quel seno era attaccato a un corpo flessuoso ed elegante, fasciato
in un morbido vestito di seta rossa... Come rossi erano i capelli, lunghi e lucenti, che incorniciavano un
viso armonioso.
E ancora non aveva posato il suo sguardo su quegli occhi!
Un viso senza lentiggini  come un cielo senza stelle, mia signora!
Si rivolse cos a quella giovane donna che gli era comparsa accanto come una visione. E c' su
questa terra qualche cosa che superi in bellezza la volta celeste illuminata dalla fioca luce degli astri
notturni?.
Un ragazzo magro e dinoccolato gli si par innanzi, con un cipiglio che almeno nelle intenzioni
voleva sembrare minaccioso.
Fermo Raimondino! esclam rapida la ragazza. Poi, pi dolcemente e con un sorriso: Non
senti le parole di questo gentiluomo? Certo non possono provenire da un animo malvagio. La voce di
quell'incantevole creatura era dolce e argentina, e perfettamente in sintonia con il resto.
Il giovane si arrest subito: Mi scusi, madonna Tiziana. Poi si volt di nuovo a guardare
Colombo che spariva dall'altra parte della piazza. Il ragazzetto aveva un che di conosciuto, a Jacopo:
ma gli adolescenti, si sa, sono un po' tutti uguali. Inoltre la sua attenzione adesso era concentrata su
qualcosa di ben pi interessante...
Un cuore gentile e una lingua cortese si riconoscono al volo, soprattutto in questi paraggi, mio
buon....
... Jacopo, Jacopo Benigno rispose solo dopo alcuni istanti. Al suo servizio, mia signora. In
cosa posso esserle utile?.
Che posso dirle... Siamo in un posto per gente rude e sono sola con un servo troppo giovane:
ma tutto sommato mi arrangio. Forse pu giusto offrirmi un po' di conversazione in cui non si
nominino troppo spesso genovini d'oro e mercanzie da imbarcare.
Sar mio piacere rispose lo scozzese. Le cinse arditamente il braccio e si incammin verso il
centro della piazza, allontanandosi dalla folla che una volta sparito Colombo si andava lentamente
disperdendo.
Lei si lasci guidare e Raimondino, dopo un istante di esitazione, li
segu a una certa distanza.
Fu una bella passeggiata, ma non molto lunga. Tiziana gli chiese quali erano i suoi progetti in
quella terra e lui rispose che aveva intenzione di ripartire al pi presto, perch gli affari di famiglia lo
costringevano a un pronto rientro. La donna alz gli occhi al cielo ed espresse accoratamente il
desiderio di rientrare anche lei in Europa, dove le citt offrono opportunit e svaghi ahim ancora
sconosciuti in quel primitivo Catai. Poich nulla la tratteneva pi a Nuova Spezia, Jacopo si offr di
cercare un imbarco anche per loro. Lei lo ringrazi calorosamente, stringendogli la mano.
Dopo un'oretta, che allo scozzese sembr molto meno, i due si congedarono sulla porta di un
grazioso palazzetto.
Abito qui disse lei. Non siamo lontani, vedrai che ci incontreremo spesso. Non lo invit a
entrare: lo salut con un ampio sorriso e spar nel portone, seguita da un Raimondino che non sorrideva
affatto. Ma probabilmente era solo per conservare un ruolo adatto a qualcuno pi grande di lui.
Erano passati al tu con una rapidit inusuale, per quell'epoca. Jacopo si sorprese a pensare che
aveva saputo cos tanto in poco tempo, su quella donna fascinosa, e per ne sapeva ancora cos poco.
Lei, ad esempio, gli aveva detto che era arrivata in Catai da pochi mesi, che sapeva e amava scrivere e
che era ligure. Lui ignorava per quanti anni avesse, n come si guadagnasse da vivere. E soprattutto
come mai era venuta in quella terra lontana.
Se ne torn in locanda giusto in tempo per il pranzo: visto il mal di testa mattutino avrebbe
voluto bere solo acqua fresca. Ma la curiosit ebbe la meglio e ordin una bottiglia di Rosso di Greve
in Chianti Novo, una produzione locale a cui tutti gli altri frequentatori della taverna sembravano
preferire l'acquavite di canna. Bench prodotto sul posto, a Jacopo sembrava avesse tutto l'aroma del
vino toscano: ma forse era solo a causa degli oltre cinquanta giorni passati in mare aperto, in mezzo a
tutto quel sale che gli aveva fatto ormai impallidire il ricordo dei sapori europei.
Terminato il pasto, sal in camera per riposare un poco. Avvicinandosi alla porta ebbe subito la
sensazione che qualcosa non andasse: anni e anni di segretezza e sospetto gli avevano fatto sviluppare
quasi un sesto senso per certe cose. E anche questa volta il suo intuito non aveva
sbagliato. La porta era chiusa a chiave, come sempre: ma la piccolissima pallina di mollica di
pane che aveva incastrato tra il battente e l'anta era caduta, segno che qualcuno era entrato in sua
assenza. Quando poi gett un'occhiata alla borsa, fu certo che qualcuno era passato di l. La lasciava
sempre nella stessa identica posizione, per una precauzione che ormai gli veniva automatica: adesso era
lievemente spostata e non era piegata di lato quanto prima. La apr e controll: evidentemente ci
avevano curiosato dentro, anche se non mancava niente. Del resto, non c'era davvero nulla di prezioso
per eventuali malintenzionati: i soldi se li portava sempre addosso. In quanto all'astrolabio e agli
appunti sulla rotta, non solo il loro immenso valore non era apprezzabile dai furfantelli comuni, ma li
aveva anche avvolti in un panno e cuciti sul fondo della borsa, dentro la fodera.
Avrebbero dovuto lacerarla con una buona lama per trovarli.
Strano che un ladruncolo agisse in modo cos discreto. Ma forse era uno degli sguatteri che
aiutavano messer Fabrizio e non voleva passare guai con il padrone... Questo avrebbe anche spiegato la
faccenda della porta aperta e richiusa a chiave. Bench non sembrasse poi un'impresa cos ardua: a
giudicare dalla qualit di quella serratura, anche i fabbri arrivati qui nel Catai non dovevano essere
esattamente i migliori della loro corporazione.
Si ripromise di verificare meglio cosa potesse essere accaduto. Anche se tutto sommato era
meglio non dire nulla all'oste, e tantomeno alle autorit del luogo, per non attirare inutilmente
l'attenzione. Nel frattempo si gett sul letto e si dedic al non gravoso compito di digerire l'ennesima
porzione di botate: cosa che gli venne meglio a occhi chiusi e sognando di essere gi in viaggio per
l'Europa.
A met pomeriggio usc di nuovo in cerca di tre posti su qualche nave di ritorno a Genova: la
difficolt dell'impresa gli fece presto dimenticare quell'intrusione senza conseguenze nell'intimit della
sua stanza. Cap infatti che non sarebbe stato cosa facile imbarcarsi: la maggior parte dei velieri faceva
rotta soprattutto tra i porti al di qua dell'oceano, e tutti i legni che si decidevano a riprendere la
traversata erano stracolmi di merci fin nelle amache. I pochi posti per passeggeri erano gi tutti presi da
gente che attendeva da tempo l'occasione per rimpatriare.
Nella variopinta folla che percorreva moli e strade vide a un certo
punto un gruppo che avanzava con fare autoritario. Si trattava di quattro indigeni,
evidentemente persone di una certa importanza: sembravano quasi dignitari o ambasciatori, bench
fossero seminudi ed esibissero il corpo ornato da molte piume colorate. Un piccolo drappello di
servitori apriva loro la strada tra la gente, altri li seguivano a rispettosa distanza.
Rimase a guardarli finch non sparirono dietro un angolo, diretti probabilmente verso il palazzo
del governatore.
Continu a camminare sino a farsi dolere i piedi, lasciando detto a mercanti e marinai di
venirgli a dire se sentissero di un'imbarcazione disposta a riportare tre persone in Europa. Promise
mance, bevute o gratitudine, a seconda del rango e delle aspettative dei propri interlocutori. Alla fine
torn alla locanda e si gett esausto in un angolo della sala comune, dove prese a ingollare con avide
cucchiaiate una gustosa zuppa di pesce.
Il pane era strano ma buono: non era certo fatto con farina di grano.
Jacopo avrebbe voluto chiedere ragguagli all'oste, ma fu distratto da Raimondino: il servo della
bella Tiziana si affacci infatti sulla porta e, visto lo scozzese, avanz a lunghi passi verso di lui.
La mia padrona la invita a farle visita, stasera gli disse a voce piuttosto bassa, come a
mantenere una certa discrezione in quel locale pieno di orecchie volgari.
Arrivo subito disse Jacopo stupito. Un bicchiere d'acquavite?.
No grazie rispose il ragazzo con un tono e uno sguardo che lasciavano trasparire un certo
rimpianto a tale rinuncia. Finisca pure la cena, comunque.
Grazie, faccio subito. Butt gi le ultime cucchiaiate di zuppa e si sciacqu la bocca con un
generoso bicchiere di liquore.
Eccomi qua disse poi alzandosi. Raimondino si volt e si diresse all'uscita seguito da Jacopo,
il cui cuore aveva improvvisamente accelerato il battito. Negli ultimi tempi aveva affrontato di tutto,
ma alle donne belle e di classe si era purtroppo disabituato.
Tiziana era seduta su uno scranno, nell'unico angolo illuminato del suo salottino. Era una stanza
arredata spartanamente ma con gusto, in uno stile che temperava quello tipico delle famiglie genovesi
benestanti con sfumature decisamente pi esotiche. La donna sorrise a Jacopo e si alz per venirgli
incontro.
Siediti qui disse: lo fece accomodare su una panca in penombra e gli si sedette accanto.
Raimondino era gi scomparso nei recessi di un corridoio.
Iniziarono a parlare di sciocchezze: gli sforzi per ora inutili di trovare un passaggio e le mille
piccole cose della vita quotidiana in un posto inconsueto e lontano da casa. Tra una frase e l'altra,
Jacopo prese la mano di Tiziana tra le sue. Lei non la ritir. Dopo un poco lui prese a carezzarle un
braccio, senza interrompere la conversazione. Lei rispose con un sorriso.
Quella notte non torn a dormire in locanda: usc dal retro del palazzetto appena prima
dell'alba, quando le strade erano ancora deserte e ben pochi avrebbero potuto malignare sulla sua
presenza in quella casa.
Nei giorni successivi le visite si ripeterono, senza bisogno che Raimondino si presentasse
all'osteria: la stessa Tiziana diceva ogni volta al suo amico quando avrebbe potuto tornare. Ogni volta,
la porta sul retro era accuratamente accostata ma non chiusa.
Dopo giorni e giorni di ricerca per un imbarco, Jacopo trov quello che faceva al caso suo: una
piccola flottiglia di quattro caracche e una caravella, oltre all'immancabile galeazza da guerra. Erano
destinate a Genova: cariche di merci e, dietro il pagamento di una somma quasi astronomica, di quattro
passeggeri di riguardo. Due riuscirono a essere proprio Jacopo e Tiziana; Raimondino si sarebbe
guadagnato la traversata pelando botate in cucina.
Tra il costo della rarissima cabina, la tassa d'imbarco e la bolla di fedelt alla Superba, con tanto
di giuramento di segretezza, redatta dall'apposito notaro in elegante cancelleresca, l'operazione l'aveva
costretto a dar fondo a quanto gli era rimasto della somma consegnatagli da Ser Percy prima della
partenza, e Tiziana ci aveva messo del suo.
Posando il piede sulla passerella di legno, Jacopo esit un attimo.
Lasciare quella terra, quanto di pi vicino al paradiso terrestre avesse potuto immaginare,
buttarsi dietro le spalle quei giorni d'incanto trascorsi con la donna dei suoi sogni, affrontare di nuovo
giorni e giorni di oceano e di pesce sotto sale... Stava quasi per vomitare. Ma fu solo un attimo,
appunto. Con un balzo super la murata e una volta piantati saldamente entrambi i piedi sul ponte della
caracca si sent
perfettamente a proprio agio. E anzi molto orgoglioso di s.
Aveva serrato nel profondo del cuore, per molti anni, quel sentimento. Saldo come le radici del
tasso, sopito sotto una spessa coltre di cenere che Fazione imponeva, ma ora fioriva prepotente come il
violaceo fiore del cardo nei verdi prati della sua Scozia: avrebbe salvato dal tracollo finanziario la sua
isola. In fondo era e rimaneva sempre un suddito di Sua Maest!
Eh s: anche se Jacopo ancora non aveva ben chiaro dove fosse sbarcato, era certo che avere
accesso, ottenere il controllo di tutte quelle ricchezze avrebbe permesso di salvare definitivamente dalla
bancarotta le casse dello Scacchiere. Re Enrico VII versava in pesanti ambasce: era infatti strozzato dai
debiti con i banchieri italiani, contratti per le lunghe e logoranti campagne militari imposte dalla guerra
al contempo con la Francia e con i nemici interni.
Allungando una mano, Jacopo aiut la bella Tiziana a salire a bordo.
La donna, morbida e flessuosa, si mosse a suo agio sin dal primo momento, segno di una lunga
confidenza con il mare. Con i rossi capelli mossi dal vento, letteralmente divorata dagli sguardi di
sottecchi dei marinai in coperta, si avvi, seguita dal giovane Raimondino curvo sotto il peso
dell'enorme baule di Tiziana, verso la cabina salatamente pagata.
Rotta est nord-est! grid il capitano al pilota, che gli fece eco per istruire il timoniere.
Verso levante, finalmente! Un sospiro liberatorio usc dalle labbra di Tiziana che osservava quel
paese strano e familiare al tempo allontanarsi, forse per sempre, dalla nave e dalla sua vita. Jacopo, al
suo fianco con lo sguardo fisso a ovest, osservava l'orizzonte ingoiare quella citt tutta di legno,
effimero segno di qualcosa di grande, lo intuiva, ma che ancora sfuggiva alla sua comprensione.
Giorni e giorni di pigra navigazione si distesero estenuanti davanti alla coppia di amanti.
Le vele serravano il vento, le navi cambiavano bordo di continuo per risalire gli alisei fino ai
quadranti settentrionali, dove i venti da occidente avrebbero spinto la piccola flotta verso casa. Ebbero
in mare gli stessi incontri dell'andata: i sargassi galleggianti in processione, le procellarie in volo e i
piatti a base di pesce ogni volta che si mettevano a tavola. Ma ora, invece dell'infernale quanto comoda
amaca pregna del
calore e dell'umore di qualche marinaio, per coricarsi Jacopo aveva a disposizione un morbido
letto, reso ancor pi accogliente dalla presenza di un corpo femminile. Furono notti di passione.
A parte il fallito ricatto dello sfortunato Emilio e il tentativo di furto subito nella locanda di
Nuova Spezia, la missione si era dimostrata fin troppo tranquilla, pens Jacopo. Si godeva quel poco di
sollievo che gli dava il vento proveniente da sud est, fresco dopo aver sfiorato le cime innevate
dell'Atlante. A dritta e a manca, dal mare azzurro si alzava la terra; a sinistra l'ombra dello scoglio di
Tarile si proiettava minacciosa sulle acque increspate dal vento sottile. L'Europa cristiana fronteggiava
come in un'allegoria naturale l'Africa degli infedeli. Il beccheggio della nave si fece d'improvviso pi
rapido e meno profondo: aveva passato nuovamente le Colonne d'rcole. Non avevano certo pi alcun
significato: specie per uno come lui che proveniva da Albione, ben al di fuori dei confini mediterranei
del mondo greco e romano. Eppure erano un simbolo che continuava a suscitare angoscia e timore in
chi lo affrontava dal mare.
Sia angoscia che un po' di timore, doveva ammetterlo, a Jacopo lo davano anche quelle
crescenti e dolorose fitte allo stomaco che da circa met traversata lo assalivano a tratti. Nonostante
fosse da quasi due settimane che non ingeriva altro che un poco di zuppa di pesce e di pane secco, oltre
alle tisane che gli preparava amorevolmente Tiziana.
Ogni pomeriggio, la sua dolce compagna metteva a bollire l'acqua e vi immergeva alcuni petali
di melissa e verbena: solo cos riusciva a regalargli alcune ore di sollievo. Jacopo ne gradiva molto gli
effetti, ma ogni volta pensava che quella bevanda avesse un sapore da donnicciole: chiss se con una
pianta dal gusto pi deciso non ne sarebbe uscito qualcosa di pi virile.
I dolori, per, aumentavano con il passare dei giorni, accompagnati sempre pi sovente da una
febbriciattola che il cerusico di bordo non esit a definire preoccupante.
E fu proprio all'ombra della rocca di Gibilterra che Jacopo cadde sul ponte colpito da una fitta
irresistibile, scosso dai brividi della febbre.
Si riprese solo alcune ore dopo nella sua cabina, circondato da alcune persone: oltre alla testa
rossa di Tiziana riconobbe il comandante, il cerusico e l'ispettore del doge. Ma la presenza che lo
inquiet di pi fu quella di frate Amerigo, che mormorava incessantemente tenendo il
rosario in mano. A quel punto, Jacopo ebbe il presentimento che non ce l'avrebbe fatta. Fece
cenno a tutti di allontanarsi, e solo a Tiziana di restare l accanto a lui. Poi le bisbigli in un orecchio:
Se mi dovesse succedere qualcosa, devi assolutamente prendere la mia borsa e portarla a Ser Percy de
Havilland. Chiedi di lui a palazzo Sant'Andrea. Non c' nulla di prezioso, ma lui...  stato come un
padre, per me. 
importante.
Jacopo si interruppe: fiss gli occhi su un punto lontano, poi li chiuse.
Il suo respiro era pesantissimo. Tiziana si mise le mani in faccia e prese a singhiozzare
sommessamente.
Pochi minuti dopo, Jacopo si addorment. Non si svegli mai pi.
I funerali furono rapidi e sobri. Non si pu tenere a lungo un cadavere su una nave: del resto
non era un evento raro perdere qualche uomo durante quelle lunghe navigazioni... Facce scure, il
salmodiare lento e continuo di frate Amerigo, le lacrime copiose ma piene di contegno di Tiziana:
sguardo tirato, occhi fissi all'orizzonte, capelli e vesti scomposti in armonioso disordine dalla brezza
marina. Chiuso in un sacco di tela bianca, ritaglio di chiss quale logora vela, l'involucro mortale di
Jacopo Benigno fu Bartolomeo fin in fondo a quel mare che negli ultimi anni aveva cos tanto segnato
la sua vita. Mentre l'anima, quella s, volava verso quei lidi ultraterreni ai quali le azioni compiute su
questa terra l'avevano indirizzata.
Tre giorni dopo, di primo mattino, la nave inizi la manovra per entrare nel porto della Superba.
Impartiti tutti gli ordini necessari, il comandante guard Tiziana affacciata alla balaustra pochi metri
pi in l: i suoi capelli, illuminati dal sole non ancora alto in cielo, sembravano una nuvola al tramonto
quando si annuncia pioggia. E
anche il volto della ragazza era mesto, quasi come se stessero per sgorgarne le lacrime: ma gli
zigomi restavano asciutti. Quella s che  una vera donna, pens.
La nave attracc. Tiziana indic a Raimondino il suo baule e prese lei stessa la borsa di Jacopo.
Grazie di tutto, capitano disse. Bench sia stato un viaggio doloroso, non mi scorder di lei.
E andr subito a qualche confraternita per far dire una bella messa di suffragio per il povero Jacopo.
Arrivederla, signora. Neanche io mi dimenticher di lei.
Infine la donna scese e si allontan incupita: il comandante la guard sparire in mezzo alla folla,
la bellissima schiena leggermente incurvata come sotto un peso invisibile. Raimondino la seguiva a due
passi di distanza, piegato sotto il pi fisico peso del bagaglio.
Eppure, una volta sparita alla vista, ella sembr quasi farsi pi agile e leggera a ogni passo. Chi
la vide arrivare alla Cipriota, una galea con la bandiera del leone di San Marco ormeggiata all'ombra
della Lanterna, pens che quasi danzasse dalla contentezza, nonostante il volto non facesse trasparire
emozioni.
Chiamatemi il capitano,  urgente disse al marinaio di guardia, con una mano poggiata sulla
borsa di Jacopo.
Subito, donna Caterina rispose l'uomo.
Due ore dopo, la Cipriota salpava per l'Adriatico.
Quella stessa galea si riemp di gloria gi solo otto mesi dopo, quando assieme ad altri undici
legni della Serenissima partecip alla conquista delle isole Fortunate e alla successiva cattura di alcune
navi della Superba stracariche di merci e oro, appena portati verso levante attraverso tutto l'oceano.
Privati di una base fondamentale per i traffici con l'altro continente, i genovesi si videro
costretti a un contrattacco in forze e riuscirono a recuperare le isole, affondando alcune delle galee
nemiche tra cui appunto la Cipriota e mettendo in fuga le altre che ripiegarono verso l'Adriatico. Ma
ormai era guerra aperta fra le due repubbliche: le navi superstiti sarebbero certo tornate alla carica con
molti rinforzi... Solo qualcuno di assai autorevole poteva a questo punto intervenire per sedare il
conflitto prima che degenerasse in una guerra in grado di dar fuoco a tutta l'Italia centro-settentrionale.
Evento questo, che avrebbe agevolato, tra l'altro, l'espansione ottomana nel Mediterraneo: la Cristianit
non poteva certo permetterselo.
Nell'anno del Signore 1494, il giorno di San Landolfo vescovo, donna Caterina Besta di Teglio
sal a guardare il tramonto dagli spalti del castello dei Fieschi a Torriglia. L'Appennino ligure era di
una bellezza un po' selvaggia cui lei non era abituata e nella sera di fine primavera si era alzato un
venticello delizioso: ma non era nell'animo giusto per goderselo.
Un giorno storico, questo le disse il patrizio veneziano che gi da una mezz'ora stava
appoggiato al parapetto merlato.
Un giorno di fregature rispose Caterina stizzita.
Mia signora, che parole! Con la benedizione del papa, Venezia e Genova si sono spartite il
mondo. Il trattato di Torriglia ci d via libera sul mare Oceano, tagliando fuori gli altri grandi regni
d'Europa.
A noi l'oceano, a loro le nuove terre. Adriano VI  un Fieschi e fa il gioco di Genova, una citt
che ormai  troppo potente: e questo grazie all'oro che le viene da occidente... Altrimenti non si spiega
come siano riusciti a far rieleggere un papa genovese, dopo la bella prova che ha dato di s Innocenzo
VIII.
Pace all'anima sua.
Ce ne vorr, prima che trovi pace. E comunque so io cosa c' voluto per scoprire la rotta di
occidente battuta dai genovesi, e a far poi valere i nostri diritti. Con la diplomazia e con le armi. E ora
ecco l che Venezia non pu spingersi a pi di trecentosettanta leghe a ovest delle isole di Capo Verde.
N, ovviamente, prendersi terre gi cristiane che stiano al di qua. Ci abbiamo guadagnato un bel po' di
mare e tanta nuova fatica da fare... Invero novit paucos secura quies, la tranquillit conosce pochi.
Non te la prendere, Caterina. Quest'impresa va a onore e vanto non solo della Serenissima, ma
anche della tua casata. E per ricordarla degnamente, mi far carico io stesso di finanziare un affresco
che descriva queste nuove terre per adornare lo splendido palazzo della vostra famiglia nelle Alpi reti
che... E comunque vedrai, Venezia sapr comunque trarre il suo vantaggio.
Ci fu vero solo nel 1500, quando Braccio da Treviso scopr la terra che da lui prese il nome di
Braccile: nel Nuovo Continente, ma non cos pi occidentale da ricadere nella sfera d'influenza
esclusiva di Genova.
Fino ad allora, il leone di Venezia si era dovuto accontentare di sventolare nel Mediterraneo e
sulle coste dell'Africa, mentre finanziava fastidiose guerre di corsa a detrimento dei commerci della
Superba condotte per lo pi da capitani di ventura, in genere toscani o campani.
Intanto i genovesi avevano gi iniziato a creare fondaci un po' ovunque nel Nuovo Continente,
sia consolidando i rapporti con l'impero azteco che spingendosi sempre pi a settentrione verso la
regione dei Grandi Laghi. Grazie a ci gli aztechi, tra l'altro, non usavano pi come moneta i soli semi
di cacao ma anche spicchi d'aglio, che avevano apprezzato moltissimo: i genovesi presero a farne una
coltivazione intensiva, nelle
nuove terre, utilizzandoli per acquistare oro e pietre preziose in quantit.
Ma il trattato di Torriglia ebbe benefici effetti fin da subito, e non solo per Venezia: lo sforzo di
spartirsi continenti e oceani assorb tutte le energie della citt lagunare e dei suoi vicini. La
Confederazione italica fu una solida alleanza che port la pace dapprima nel nord e poi in tutto il resto
della penisola, le cui massime potenze erano impegnate pi a conquistare terre lontane e arricchire la
propria rete di traffici che a guerreggiarsi al suo interno. Quando poi il Braccile divenne la terra con pi
cantieri navali al mondo, grazie soprattutto alle sue enormi foreste, Venezia si rimise in pari con
Genova.
Presto tutto il Nuovo Mondo parl italiano. Poche furono le colonie straniere sulle sue coste,
come la citt di Nuova Savona sulle foci dell'Ussone venduta agli inglesi a caro prezzo: non certo per
permettere alla perfida Albione di allungare i suoi artigli sul Nuovo Mondo, ma solo per avere in casa
un nuovo mercato, anzich dover andare a portare le proprie mercanzie fino alla nebbiosa Inghilterra.
Tanto che precise clausole del contratto vietavano ogni tipo di allargamento futuro a quel piccolo e
comodo enclave.
Quella che invece i genovesi non vendettero, perch non ne sentivano alcun impellente bisogno,
fu l'isola di Corsica: che pure la Francia voleva. E l nacque, secoli dopo gli eventi narrati, quel
Napoleone Bonaparte che fece tanto rapida carriera nell'esercito della Superba da portare il vessillo
della Confederazione italica in tutta Europa e perfino in Egitto... Ma questa, ovviamente,  un'altra
storia.
...
DIZIONARIETTO.
Alidada: regolo dell'astrolabio, con due indici diametralmente opposti per la lettura sul cerchio
graduato.
Alisei: venti regolari e costanti che spirano per tutto l'anno tra ciascuno dei due tropici e
l'equatore: da nord-est nell'emisfero boreale e da sud-est nell'australe.
Astrolabio: strumento usato per determinare la posizione degli astri.
Caracca: grossa nave mercantile e da guerra di alto bordo, con due castelli, in uso specialmente
presso genovesi e portoghesi dal XIV al
XVII secolo.
Catai: nome medievale della Cina.
Coffa: piattaforma semicircolare sugli alberi dei velieri per vedetta e manovra di vele.
Cipango: nome del Giappone nel medioevo.
Galea: nave a vela e a remi tipica del Mediterraneo, usata fino al XVIII secolo.
Galeazza: nave da guerra in auge per tutto il XVI secolo, pi grande e robusta della galea, con
tre alberi fissi e armati con vele quadre e latine e trenta remi per lato.
Mozzo: ragazzo di fatica dai sette ai quindici anni imbarcato sui velieri.
Sestante-, strumento ottico che serve a misurare l'altezza degli astri sull'orizzonte, costituito da
un settore circolare ampio sessanta gradi.
Trevo-, vela quadra pi bassa e pi grande, la prima delle tre spiegate sullo stesso albero.
...
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dell'Europa
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IL SORRISO DI MADONNA LISA
1494: Se Leonardo da Vinci non avesse fatto il pittore Francesco Grasso
Leonardo da Vinci (1452-1519), pittore, scultore, architetto, ingegnere e genio poliedrico, fu
uno degli artefici del Rinascimento. Le innovazioni che port nella pittura (il chiaroscuro, la
prospettiva, le tecniche di affresco) influenzarono l'arte italiana per oltre un secolo. I suoi studi
scientifici, soprattutto di anatomia, ottica, meteorologia e idraulica, anticiparono molte conquiste della
scienza moderna.
Nei numerosissimi disegni lasciati da Leonardo esistono progetti di ponti militari, macchine
d'assedio, artiglierie, scavatrici meccaniche, scafandri, robot, fucili a canna multipla, carri corazzati con
artiglierie semoventi e strumenti per il volo umano che con linguaggio d'oggi potremmo definire
alianti, paracadute, elicotteri e mongolfiere.
Pur avendo preso parte, come ingegnere, alle campagne militari di Ludovico il Moro e di
Cesare Borgia, nel corso della sua vita Leonardo non costru realmente quasi nessuna delle sue
macchine belliche. Anche il rivoluzionario progetto di deviare il corso dell'Arno per allagare Pisa,
allora in guerra con Firenze, non viene realizzato dai governanti della sua citt d'adozione.
Leonardo stesso, del resto, mostr sempre di prediligere alla guerra l'arte, ed  per quest'ultima
che oggi giustamente  ricordato (tra i suoi innumerevoli capolavori citiamo La Gioconda, L'ultima
cena, La vergine delle rocce e l'Uomo Vitruviano, oggi raffigurato sulla moneta da un euro).
PROLOGO.
La pioggia torrenziale batte sull'acciottolato di vico de' Briganti col suono acuto di migliaia di
martelli. Fradicio fin nelle ossa, Andrea del Verrocchio alza gli occhi verso le nubi nere, solcate dai
lampi, e pensa che l'anno appena nato, il 1464 dalla venuta di Nostro Signore, finora non ha portato con
s che disgrazie.
Il capitano delle guardie, il corpetto zuppo di pioggia incollato
addosso, attende ancora la risposta.
Ser Piero Fruosino conferma tristemente. E sua moglie Alberia.
Annuendo, il capitano ordina ai suoi di ricoprire i corpi.
Di grazia, chi  stato? chiede il Verrocchio, ancora sconvolto.
Soldataglia ubriaca, a sentire i testimoni.
Soldataglia?.
Mercenari. Probabilmente uscivano da quella taverna. Oltre la cortina della pioggia, l'uomo
in uniforme indica l'insegna che pencola dalla staffa infissa sulla facciata. Dev'esserci stata una lite tra
loro, e la coppia s' trovata in mezzo.
Il Verrocchio scuote la testa.
Troppo semplice, capitano: al collo di Alberia manca il medaglione d'argento. Non se ne
separava mai.
Bottino sibila una delle guardie.
Li avete presi, almeno?.
Il tuono copre quello che, alle orecchie del Verrocchio, sembra una risata.
Se siamo fortunati, a quest'ora stanno cavalcando lontano da Firenze. Altrimenti... dormono
nei quartieri che Sua Signoria ha concesso alle sue preziose truppe straniere. Oppure nelle stalle dove il
nobile Montefeltro in visita ha acquartierato i cavalieri al suo soldo.
Entrare l dentro in armi significa affrontare un mare di spade.
Franzosi, spagnoli, alemanni... sibila di nuovo la guardia, sputando poi sui ciottoli levigati
dalle ruote dei carri. Vengono in casa nostra e fanno da padroni.
Di grazia, capitano, mi state dicendo che non farete nulla a riguardo?L'altro s'irrigidisce.
Mi offendete, messere. Ve lo concedo solo perch comprendo il vostro dolore, e capisco che
ignorate quale sia la situazione coi mercenari. Sappiate comunque che intendo presentarmi stanotte
stessa a Sua Signoria affinch intervenga. Se i colpevoli sono ancora in citt, esiger che ci siano
consegnati. Non so se servir, ma credetemi: pochi, oggi a Firenze, oserebbero tanto.
Attraverso il velo d'acqua, il Verrocchio incrocia lo sguardo dell'altro.
Va bene, capitano. Ma sappiate che avete scelto la parte pi facile.
Per ci che dovr fare io, mi occorrer anche pi del coraggio di cui fate mostra.
Di che parlate, messere?.
Dovr dire a un figlio che suo padre  morto senza ragione, e che i suoi assassini, quasi di
certo, resteranno impuniti.
Dopo un istante di silenzio, il capitano abbassa lo sguardo.
16 AGOSTO 1493.
Nel congedarmi, suor Maria mi ha dato un ultimo consiglio: Piccolo Rodrigo ha detto, devi
esercitarti nella lettura e nella scrittura. Mi ha raccomandato, per non obliare ci che ho imparato, di
tenere un diario, uno scritto ove appuntare con regolarit le mie giornate. Ho deciso che, in ricordo di
tutto l'affetto che quella santa donna mi ha donato, obbedir al suo ultimo ordine.
 trascorso un mese dal mio arrivo a Firenze. La citt  assai grande, colorata e piena di vita:
non avevo mai visto torri cos alte, e nemmeno udito mai tanti musici tutti insieme come la prima sera
che ho trascorso in Santa Croce. Mi mancano gli alberi, certo, ma  un cruccio cos piccolo che non
merita lamenti.
La bottega di mastro Leonardo  propinqua all'Arno, che qui non sembra neppure lo stesso rivo
che bagna il nostro paesino; sicch in questi giorni di afa io e gli altri ragazzi di bottega, quando siamo
liberi, corriamo a tuffarci nelle acque fangose, e poi nuotiamo avanti e indietro tra una ripa e l'altra.
Siamo tutti fanciulli dai tredici ai diciassette anni. I ragazzi pi grandi, a quanto mi dicono, a un certo
momento lasciano il gruppo. Per tentare la strada da soli, credo, anche se ho sentito dire che... lasciamo
perdere: sono soltanto storie.
Mastro Leonardo  un uomo eccezionale.  assai imponente, e forte come pochi: dicono che
riesca a piegare un ferro di cavallo con le dita.
Mi hanno mostrato i ferri, sicch dev'essere vero.  stato discepolo del Verrocchio, e ha
lavorato al fianco di Botticelli, del Ghirlandaio, del Perugino. Da molti anni, per, ha fondato da solo
codesta bottega, che adesso  la pi famosa di Firenze. Quando ho visto i suoi dipinti ho pensato che,
con tutto il bene che suor Maria diceva dei miei schizzi, neppure in mille anni riuscir mai a creare
nulla di cos bello.
Certo, non  un uomo facile. Non che sia burbero o scostante. Anzi, 
pieno di lodi per noi ragazzi, e ha sempre incoraggiamenti e consigli per tutti. Per ci sono
giorni in cui bisogna stargli assai lontani. Dentro di lui c' come un'ombra, che a volte viene allo
scoperto e lo inghiotte.
Giorni or sono, mentre portavo in magazzino un carico di stoffe che veniva da Prato, mi sono
fermato a considerare la straordinaria sottigliezza del tessuto che avevo tra le dita: non credevo che
potesse esistere nulla di cos leggero eppure resistente. Ho chiesto a mastro Leonardo a quale lavoro
servisse, e lui mi ha indirizzato uno sguardo che mi ha fatto gelare, poi mi ha strappato la stoffa di
mano e mi ha ordinato di sparire dalla sua vista. Ho temuto che mi avrebbe picchiato!
Non lo ha fatto, ma mi ha rivolto di nuovo la parola soltanto oggi.
Ho la sensazione che intorno a lui ci siano segreti da non infrangere, regole non scritte che non
si devono violare e che io, essendo l'ultimo arrivato, non conosco. Spero che i miei nuovi compagni mi
aiutino ad apprenderle, perch ho un gran desiderio di essere accettato dal maestro. Sento che ha tanto
da insegnarmi...
Il bruso proveniente dal basso s'insinua con prepotenza nel sonno di Rodrigo. Il ragazzo si
scuote, batte le palpebre, si desta. Le campane di Santa Croce non hanno ancora suonato, gli scuri sono
serrati come le maglie d'una corazza. Rodrigo si sporge dal pagliericcio e scruta nell'oscurit. Al piano
inferiore, ai piedi del soppalco che di notte divide con gli altri apprendisti, intuisce sagome umane. Li
sente parlottare.
L'hanno visto di nuovo.
Quando?.
Stanotte. Sulla via di Fiesole.
Come l'hai saputo?.
Me l'ha raccontato Antonio, il barrocciaio. Dice che era alto come un campanile e aveva mani
come pale d'un mulino.
Antonio? Figuriamoci!  ubriaco gi prima di colazione.
Ah, s? E il suo garzone, allora? C'era anche lui. Se l' fatta sotto dalla paura. Dice che il suo
passo faceva tremare la terra. E poi ha visto anche che....
Reggendosi le brache ancora slacciate, Rodrigo discende la scala a pioli. Meno silenziosamente
di quanto avrebbe voluto: uno scricchiolio del legno tradisce la sua presenza. Il brusio cessa.
Chi va l? sussurra una voce acuta.
 il campagnolo fa eco un'altra, pi grave. Perch non dormi, ragazzino? Queste cose non
sono per te.
Rodrigo riconosce due tra i suoi compagni pi anziani.
Che succede? Di che parlate?.
I due tacciono per un istante. Poi Rodrigo li sente ridacchiare nel buio.
Non ne hai ancora sentito parlare, vero? lo canzona uno.
Parlare di che?.
L'altro gli si avvicina. Rodrigo avverte il suo odore. Di cera e di solvente. Di lavoro ai pennelli
e di pelle poco pulita.
Dimmi un po', campagnolo: dalle vostre parti ci credete?.
A cosa?.
Agli spiriti, campagnolo. Ai mostri.
25 AGOSTO 1493.
Voci. Leggende. Fole da taverna. Cos almeno credevo. Ora, davvero, non so pi cosa pensare.
Giovanni e Cosimo, i miei due compagni, hanno trascorso serate intere a raccontarmi storie di spettri.
Poi mi hanno portato in giro per Firenze, a parlare con gente che, come dicono loro, ha visto.
Credo che per Giovanni sia una sorta di divertimento.  un bullo di citt che vuole ridere di
tutto, specie di un ragazzino forestiero che considera ingenuo e assai sciocco. Cosimo no. In lui
intuisco qualcos'altro. Paura? Voglia di condividere per esorcizzare l'ignoto?
Suor Maria avrebbe saputo dirlo, in codeste cose lei era acuta come nessuno. Io solo posso
basarmi sull'istinto, sicch...
Noctulus! Cos lo chiamano. Anzi, questo  il nome che lui stesso si  dato, firmando i messaggi
che ha lasciato sul luogo delle sue apparizioni.  una creatura misteriosa delle tenebre, di cui nessuno
sa nulla, ma della cui esistenza molti sono pronti a giurare.
Tra chi ha avuto la ventura di vederlo, nessuno lo descrive allo stesso modo. Per alcuni  un
gigante avvolto in un mantello nero, che porta una maschera sul viso e balza da un tetto all'altro come
un uccello notturno. Per altri  uno spirito che indossa un'armatura d'argento e
galleggia nell'aria senza sforzo. Altri ancora affermano che non ha neppure l'aspetto di un
uomo. Non di questa terra conferma Cosimo, segnandosi.
Secondo i vecchi del mercato di San Frediano  lo spettro di Francesco de' Pazzi, impiccato dal
Magnifico quindici anni fa, tornato per vendicarsi dei Medici. Che sia vero o no, Noctulus ha provocato
assai fastidi al nobile Piero e, si dice, a suo padre Lorenzo prima di lui.
I signori di Firenze, mi ha spiegato Giovanni, in pubblico ridono dell'esistenza di un essere del
genere, ma intorno ai palazzi della casata, a San Lorenzo, le guardie mercenarie fanno ronda tutta la
notte. Ogni tanto qualcuna di loro sparisce, e non si trovano neppure le ossa. Solo la scritta Noctulus
sui muri, propinquo le picche e le spade abbandonate, a volte infrante.
Bada a girare da solo per le strade, quando viene sera tenta di spaventarmi Giovanni. Sicch
lo faccio contento e mi mostro impaurito.
Non  difficile: forse lo sono davvero.
Forza con quelle funi, pelandroni!.
Tirate, avanti! Bene cos. Fermi, adesso!.
Prendendo fiato, Rodrigo si massaggia i polsi. Sul palmo delle sue mani, solo qualche graffio
tra i calli. Alcuni tra i suoi compagni, i cittadini, hanno le dita sanguinanti, ma lui ha abbanzanza
esperienza nei campi per non preoccuparsi della parte manuale del lavoro d'apprendista.
L'intelaiatura, un cono di legno alto e stretto, occupa tutto il cortile sul retro della bottega,
terminando con una punta tronca molte braccia pi in alto. Mastro Leonardo la sta confrontando con gli
schizzi sul suo tavolo. Ogni tanto si ferma col dito in aria, si carezza la barba e verga un appunto sui
disegni.
Hai mai visto una fusione in bronzo, campagnolo?.
Rodrigo scuote la testa. Giovanni ha i capelli impastati di cera.
Scaglie della stessa sostanza disegnano mezzelune nere sotto le sue unghie.
Beh, quando avremo terminato con le canalette di scolo, vedrai che spettacolo... Ah, sai dov
Cosimo, per caso?.
L'ho appena issato lass. Rodrigo alza gli occhi verso il vertice della struttura e soffoca un
grido. L'amico, in bilico sulla passerella pi
alta, ha appena perso la presa. I suoi piedi scalzi penzolano sul vuoto.
Quel che  peggio, la corda di sicurezza che gli cinge la vita  scivolata intorno al suo collo, e
minaccia di strangolarlo.
Mentre Giovanni e gli altri iniziano a gridare, d'impulso Rodrigo salta sul primo anello di legno
e di l ai cavi dell'intelaiatura. I muscoli delle sue gambe rispondono d'istinto: non  pi difficile che
arrampicarsi sugli alberi, come faceva tutti i giorni lass al paese. In pochi secondi raggiunge l'ultima
passerella. Si affianca a Cosimo, cinge con le gambe l'asse di rovere e si lascia cadere a testa in gi per
raggiungerlo. Lo afferra per le spalle, lo tira sull'asse, al sicuro. L'altro  cianotico, privo di sensi: la
corda gli ha segnato collo e braccia. Mentre ragiona su come fare a portarlo gi, Rodrigo si sente
afferrare da un paio di braccia dure come rami di quercia.
Tutto bene? chiede mastro Leonardo.
Rodrigo annuisce. Poi vede l'uomo cingere Cosimo col braccio sinistro e usare il destro per
lasciarsi scivolare a terra lungo una corda.
Fa lo stesso, e quando raggiunge il suolo i compagni lo circondano con grandi sorrisi e pacche
sulle spalle.
Sei agile come una scimmia, figliolo lo elogia mastro Leonardo.
Rodrigo non sa cosa voglia dire: in vita sua non ha mai visto una scimmia. Ma dev'essere un
complimento, conclude, a giudicare dallo sguardo ammirato del maestro. Confuso e imbarazzato, il
ragazzo subisce l'entusiasmo dei compagni, si lascia quasi portare in trionfo.
Eppure, in un angolo della sua mente, sta sorgendo un dubbio. C' un particolare di cui nessuno
tranne lui, apparentemente, si  reso conto: credeva di essere stato veloce, invece ha raggiunto Cosimo
solo pochi attimi prima di mastro Leonardo. Ma il maestro, ne  certo,  partito da molto pi lontano...
1 SETTEMBRE 1493.
Aver salvato Cosimo mi ha procurato il rispetto e l'accettazione dei miei compagni apprendisti.
Se prima ero il ragazzino di campagna da trattare con sufficienza, adesso sono una sorta di eroe, della
cui confidenza ognuno vuole vantarsi. Io ne approfitto con le mie domande, e loro fanno a gara nel
mettermi a parte dei segreti pi privati, anche i pi scabrosi, di codesto mondo serrato che sono le
botteghe d'arte fiorentine.
Tutti tranne Giovanni. Lui ancora ride di me. Ma adesso colgo nelle sue risate un sentore
d'invidia.
Ho chiesto, di nuovo, perch mastro Leonardo abbia con s soltanto lavoranti assai giovani,
perlopi, come me, orfani. Alcuni rispondono che preferisce cos, perch pu plasmarli al suo tipo
d'arte con pi facilit di quanto potrebbe assumendo adulti con esperienza. Un vaso rotto crudo si pu
riformare, dicono ripetendo le parole del maestro
uno cotto no.
Altri favellano diversamente. Dicono che il maestro accolga gli orfani giacch egli stesso ha
perso i genitori da bambino (in circostanze che si sussurra violente ma che nessuno conosce in
dettaglio), sicch ama dare un tetto e un lavoro ai senza famiglia, cos come il Verrocchio ha fatto con
lui.
Ma costoro dicono anche altro. Dicono che alle volte il maestro richieda, da alcuni apprendisti,
prestazioni diverse dal lavoro ai pennelli o allo scalpello. Richieste che spingono costoro a lasciare la
bottega non appena raggiungono un'et sufficiente a mettersi in proprio.
Perplesso, ho risposto che non avevo afferrato. I miei interlocutori, ammiccando di complicit,
mi hanno spiegato con dovizia di particolari. Credo, a giudicare dalle loro risate, di essere rimasto a
bocca aperta. Non so se pi di stupore o d'incredulit.
Ma l'argomento di conversazione favorito dei miei compagni non sono le singolari inclinazioni
del nostro maestro. Com' ovvio, tutti parlano soprattutto del misterioso spettro nero che domina le
ombre della citt.
Noctulus  ricomparso due notti or sono!  stato visto propinquo via Larga, sui tetti del Palazzo
dei Medici. Si dice che abbia sconfitto un intero drappello di guardie, che forse le abbia addirittura
divorate, e che abbia fatto fuggire a gambe levate un'ambasciata straniera appena giunta in citt.
Quest'ultima voce mi ha lasciato confuso. Sicch ho chiesto altre spiegazioni, e i miei compagni
non si sono fatti pregare... Si mormora che il re di Francia voglia sedersi anche sul trono di Napoli. Si
racconta che per far valere le sue ragioni sia pronto a venire in Italia con migliaia di fantaccini, di
balestrieri e di cavalli. E si racconta che abbia chiesto a Sua Signoria, se non aiuto nell'impresa, almeno
libero transito sulle terre dei Medici.
Hanno detto anche altro, parlato di Milano, di Roma, della Spagna, dell'imperatore degli
alemanni. Ma io non ho inteso: le vicende dei papi e dei regnanti d'Europa sono assai complicate per la
mia povera mente.
Quel che  certo, a mio giudizio,  che Noctulus non pu essere soltanto una leggenda: troppi e
diversi occhi hanno visto. Sicch Piero de'
Medici a ragione  detto, dalla gente di Firenze, lo sfortunato, dato che si trova ad averlo per
nemico.
Sveglia, campagnolo!.
Che... che succede?.
Ssssh! Non far rumore. Alzati e vieni con noi.
Alle orecchie di Rodrigo suona pi come un ordine che una richiesta.
Giovanni e Cosimo hanno i suoi abiti in mano, quasi lo forzano a indossarli. Si ritrova in strada
prima ancora di poter fiatare. Il cielo  scuro come la pece.
Dove... dove mi portate?.
A caccia di spettri, campagnolo.
Eh?.
Cosa c'? Hai paura?. Giovanni ridacchia. Non sei forse l'eroe, il coraggioso prediletto dal
maestro?.
Piantala, stupido! lo zittisce Cosimo. Non preoccuparti, Rodrigo: ho insistito io per
portarti... Vieni.
Non aggiunge altro. Alla luce della candela, Rodrigo si rende conto che trema.
Il ragazzo viene fatto salire su un baroccio trainato da una giumenta male in arnese. Giovanni
prende le redini. Porta San Gallo  presidiata solo da un gabelliere insonnolito, che non fa caso al loro
passaggio.
Nella notte silenziosa, risalgono la strada per Fiesole, finch oltre la striscia di terra battuta i
boschi prendono il posto dei rari casolari e dei fienili.
Antonio ha detto "la macchia di faggi dopo il vecchio mulino"
mormora Giovanni. Il posto dev'essere questo. Smontiamo.
Che facciamo qui?.
Te l'ho detto, campagnolo: siamo a caccia.
A caccia?.
Non hai sentito il banditore, stamattina? Sua Signoria offre una
ricompensa a chiunque dia informazioni su Noctulus. Ti farebbe schifo guadagnare qualche
moneta?.
Ma... cosa speri di trovare, di notte, con questo buio?.
Giovanni accende una fiaccola. Le ombre danzano sul suo viso disegnando una maschera
d'eccitazione.
Te lo sapr dire quando l'avr trovato. Andiamo.
Scrollando le spalle, Rodrigo lo segue tra gli alberi. Cosimo gli procede accanto, quasi
sfiorandolo, come se traesse sicurezza dal contatto. Nell'aria umida c' sentore di foglie marcite e di
muschio. Il sentiero scompare ben presto nell'erba alta.
Ehi! Questo cos'? esclama d'un tratto Giovanni.
Rodrigo e Cosimo accorrono. Su un tratto del bosco, per la larghezza di quattro braccia, gli
arbusti sono spezzati, tutti nella stessa direzione.
Guarda l'erba dice Cosimo.  piegata. Come se ci fosse passato sopra un carro.
I carri non lasciano queste tracce obietta Rodrigo indicando gli alberi. Sulla corteccia dei
faggi la torcia illumina lunghi solchi paralleli, che segnano i tronchi all'altezza delle loro teste. Il
ragazzo allunga un braccio, tocca uno degli squarci nel legno, ritrae il dito sporco.
Questa non  resina...  sego.
Per un istante, nessuno di loro emette un fiato. Solo il sibilo del vento tra i rami alti rompe il
silenzo. Poi, d'un tratto, il verso di una civetta li fa sobbalzare.
Forse dovremmo tornare... sussurra Cosimo.
Piantala! Ti ho fatto portare il campagnolo, no? Quindi rispetta i patti e smettila di tremare!.
Hai ragione, per....
Un rombo, sordo, meccanico, lo ammutolisce. I tre ragazzi si voltano.
Dal folto del bosco, una figura spaventosa avanza verso di loro. Ha la corazza d'un cavaliere in
assetto da battaglia, ma  alto il doppio di un uomo, e dalla barbuta dell'elmo sprigionano scintille. Le
braccia, che terminano ad artigli, si muovono all'unisono, minacciando di ghermirli.
Gli spallotti chiodati sbranano scaglie di corteccia dagli alberi che osano sbarrargli il passo.
Emette un verso lugubre, inumano, che fa accapponare la pelle.
Cosimo  il primo a darsela a gambe. Gridando a squarciagola si getta fuori dal bosco, verso la
strada e il baroccio, raggiunto in pochi istanti da Giovanni, anche lui urlante e fuori di s.
Il terrore ha portato Rodrigo ad agire senza pensare. D'istinto s' arrampicato sui rami pi alti di
un faggio, come faceva nei boschi del paese quando udiva un ululato. Nascosto nel fogliame, sente le
grida dei compagni farsi pi lontane.
E Rodrigo? Non possiamo lasciarlo qui!.
All'inferno il campagnolo! Andiamo, o ci divorer!.
Il nitrito della giumenta precede d'un solo istante il rumore degli zoccoli che si allontanano al
galoppo. Trattenendo il respiro, Rodrigo osa guardare di nuovo verso il basso. Il mostro si  fermato.
La fiamma che arde tra le feritorie della corazza  l'unica fonte di luce nell'oscurit.
Il ragazzo si aspetta che la creatura si volti nella sua direzione, che tenti di afferrarlo:  salito
pi in alto che ha potuto, ma dubita di essere fuori dalla portata di quelle braccia smisurate.
Invece il mostro retrocede, muovendosi all'indietro, calpestando le sue stesse orme. Incredulo,
Rodrigo lo vede coricarsi sulla schiena e sparire coperto dai cespugli, e capisce che giaceva l quando
sono arrivati, che si  levato in piedi per farli fuggire, ma che adesso  tornato al suo stato di riposo.
Di agguato, si corregge tremante.
Non osa scendere dall'albero: il mostro  a pochi passi, non crede che riuscirebbe a sfuggirgli.
Deve mettere pi distanza possibile tra loro due, decide, prima di tentare. Gli alberi, per fortuna, sono
fitti. Rodrigo raccoglie le gambe, spicca un balzo, raggiunge il ramo del faggio pi vicino, si arrampica,
ripete l'operazione.
Se fosse giorno, per lui sarebbe un gioco, ma il buio  fitto, e deve concentrarsi al massimo solo
per non cadere. Difatti sbaglia direzione: quando si mette a cavalcioni di un ramo e controlla, capisce
che, lungi dal raggiungere la strada, si  addentrato ancora di pi nel bosco. Cerca un punto di
riferimento, e vede la luce. Batte le palpebre, confuso. 
troppo gialla per essere uno sciame di lucciole. Un lume a olio, forse, o una candela. Si
avvicina.  sotto di lui, ora. Un'apertura sul fianco della collina. Celata da uno strato di verde, da cui
trapela cos poca luce che ha dovuto quasi sbatterci contro per vederla.
Una grotta? si chiede stupefatto. Si lascia cadere sul terreno.
Sposta con la mano la cortina di foglie che coprono il varco. Esita.
Entra, figliolo. Hai fatto tanto per arrivare, vuoi fermarti proprio adesso?.
Sbalordito, Rodrigo riconosce la voce.
Maestro? Come... cos' questo posto?.
La caverna di Noctulus, naturalmente dice Leonardo. Vieni dentro, su.
10 SETTEMBRE 1493.
Sono accadute cos tante cose, in cos poco tempo, che non so come codesto diario potr
contenerle tutte. Per sento che devo raccontarle, e subito, giacch forse domani io stesso potrei non
crederci.
Non andr in ordine, perch anzitutto voglio scrivere del mostro. Ora che ho potuto vederlo di
giorno, quasi non capisco come abbia fatto a spaventarmi: per quanto assai grande,  solo un'armatura
vuota montata su un sostegno di legno e corde. Il maestro mi ha fatto vedere il sistema di leve e ruote
dentate con cui pu fargli muovere la testa, aprire e chiudere la mascella, sollevare il torso e le braccia.
Mastro Leonardo ha parlato di gradi di movimento, di articolazioni, di manovellismi, ha citato un certo
Erone Alessandrino e un tal Ctesibio. Non ho capito molto. Ha detto che i greci avrebbero definito quel
congegno automa, ma che lui preferisce Labor, che in latino vuol dire lavoro. Io ho ribattuto che
dovrebbe chiamarlo spaventavillici, giacch se ne serve per allontanare i curiosi dall'ingresso della
caverna. Lui non ha riso.
Inquieto, ho scrutato nei suoi occhi, e mi  parso cupo, deciso. Sembra tranquillo, fuori, ma 
come se l'ombra che domina le sue viscere fosse assai pi forte, qui.
Lo stesso Labor, adunque,  poca cosa, confronto alla caverna di cui  custode. Quando vi sono
entrato, il mio primo pensiero  stato che mastro Leonardo avesse creato sotto terra un'officina di
fabbro, una di falegname, una di maniscalco, di carpentiere e di pellaio, e che lui ne fosse l'unico
artigiano. Poi ho visto che non  cos. Non  l'unico, intendo. Ci sono dei giovani, quaggi, che il
maestro tratta con una familiarit anche maggiore di quella, gi assai grande, che riserva agli
apprendisti in bottega. Sono tutti impegnati in una serie di lavori che
non saprei bene definire. I primi che ho visto erano all'opera con tele e carboncino, sicch potrei
chiamarli pittori, se non fosse per i loro soggetti...
Che erano, la Vergine mi protegga, animali uccisi, squartati e inchiodati a un tavolo!
Ho visto il cranio di un cavallo aperto in due come una noce, con le cervella esposte alla luce
dei lumi a olio. Ho visto una rana scuoiata, mutilata e crocifssa a un asse: il maestro parlava, piegando
e distendendo quelle zampe gocciolanti umori, e i suoi adepti disegnavano, disegnavano, disegnavano.
E forse ho visto persino, anche se preferisco non pensarci, arti e corpi che non erano di animali...
Mastro Leonardo ha capito che quello spettacolo mi sconvolgeva. Mi  sembrato deluso, e io mi
sono accorto in quell'istante che sulle sue mani c'era sangue. Le ha pulite su uno straccio,
accuratamente, ma io ho continuato a vederle rosse. E a rabbrividire.
Come Dio ha voluto, siamo andati oltre. A vedere, come il maestro ha detto, in che modo
l'Uomo pu dominare i cieli.
Stupefacente! Non ho altre parole per descrivere il sogno fattosi forma che mi ha rivelato. A
bocca aperta dalla meraviglia, ho scoperto il vero scopo delle stoffe che, lo ricordavo ancora, avevano
causato il primo screzio tra me e lui. E, all'improvviso, il turbamento per il sangue e le carcasse
squartate  svanito dal mio cuore. Qualsiasi dubbio e turbamento che io avessi  semplicemente
scomparso, vinto dallo stupore.
Con queste riuscite davvero a... ho chiesto balbettando. Puoi farlo anche tu, se lo desideri 
stata la sua risposta. Io ho scosso la testa, spaventato, o forse troppo affascinato per ammettere la
possibilit. Lui per ha detto che possiedo un corpo gi allenato, e che ho doti
promettenti. Qualsiasi cosa significhi. Ha parlato a lungo di muscoli, di pesi, di ossa, del volo
dei rapaci, di venti, di aria calda e di equilibrio.
Mi sono sforzato di seguirlo. Finch non mi sono addormentato, vinto dalla stanchezza, e ho
sognato falchi che volteggiavano sulla cima dei monti del mio paese con brani sanguinanti tra gli
artigli. Avevano tutti il viso del maestro.
Quando mi sono svegliato, mastro Leonardo non c'era. L'ho cercato a gran voce. I suoi aiutanti
mi hanno detto che era partito per un viaggio, e che non sarebbe tornato fino all'indomani o il giorno
dopo. Sicch ho
chiesto timidamente se potevo andar via anch'io. Mi hanno fatto capire chiaramente che non era
possibile, che per me c'erano altri piani. Per sono stati gentili, mi hanno dato da mangiare e acqua per
lavarmi. Li ho ringraziati e mi sono messo a ragionare.
Cosimo e Giovanni. Mi hanno dato per morto, non vedendomi tornare? O hanno pensato che la
paura mi ha fatto scappare fino al paese? Non ho modo di avvertirli, naturalmente, e non so neppure se
voglio farlo, vista la fretta con cui mi hanno abbandonato. Di sicuro non posso aspettarmi soccorso da
loro!
Codesti giovani, di cui posso considerarmi pi prigioniero che ospite... chi sono? Uno di loro mi
ha chiesto come va la bottega, dando segno di conoscerla assai bene. Si chiama Guido, e credo che sia
stato un apprendista. Forse lo sono tutti. Eletti nel gruppo e messi a parte del grande segreto del
maestro... Ma perch? A quale scopo un tale mistero? Perch celare tante meraviglie agli occhi della
gente?
Nessuno di loro, ovviamente, ha risposto alle mie domande. Ma sono stato lasciato libero di
vagare per la caverna, che  vasta quanto e pi della chiesa di Santa Maria Maggiore. In quella che mi 
sembrata una cappella, ho visto Guido e gli altri esercitarsi in una serie di movimenti ed evoluzioni che
mi ha ricordato una danza. Saltavano tra propinque assi di legno e anelli pendenti da corde appese alla
volta della caverna, ruotavano in aria, atterravano su stuoie imbottite e ripartivano. E poi lottavano uno
contro l'altro. Almeno credo che fosse una lotta, ma in realt non ho mai visto nessuno battersi cos.
Ho chiesto a Guido perch lo facessero, e lui mi ha risposto che devono tenersi pronti. Per cosa,
non ha voluto dirmelo. Sicch, deluso e stanco delle loro reticenze, ho sbottato che mi sembravano
goffi e incapaci, e che io avrei saputo fare assai meglio. In realt volevo solo provocarli, ma loro mi
hanno preso in parola! Si sono messi da parte e mi hanno invitato a esibirmi: non ho potuto tirarmi
indietro.
Non  stato pi difficile che lanciarsi dagli alberi, dopotutto. E questo io l'ho fatto da quando
posso ricordare, con suor Maria che strillava di scendere e io che non capivo perch. Mi sono
dimostrato pi agile del migliore di loro, e scoprirlo ha reso una piccola rivincita sulla mia condizione
di ospite forzato.
Guido era pi interessato che contrariato. Mi ha sfidato a battermi.
Ho accettato, perch ero incuriosito anch'io. Lui mi ha afferrato subito
il polso, mi ha torto il braccio e mi ha pizzicato con pollice e indice all'altezza della spalla. Ho
sentito un dolore acutissimo. Il mio braccio  come morto: non riuscivo pi a sollevarlo! Spaventato, ho
chiesto a Guido di fermarsi. Lui ha sorriso comprensivo, e mi ha spiegato che  una tecnica inventata
dal maestro. Da quanto ho capito, sembra che mastro Leonardo abbia studiato i meccanismi del corpo,
e abbia scoperto che agendo su alcuni punti si possono interrompere i flussi vitali. O qualcosa del
genere.
Generosamente, Guido ha lasciato che al mio braccio tornasse sensibilit, prima di
ricominciare. Sicch, da quel momento in poi io ho pensato solo a non farmi toccare. Gli sono saltato
intorno, e ho usato gli anelli e le sbarre per sfuggire alla sua presa. Ero assai pi veloce, cos ho
continuato a schivarlo finch lui non ha rinunciato, esausto.
Straordinario ha detto quando ha smesso di ansimare.
Credo di averlo conquistato.
Al tramonto mi ha portato a vederlo volare. In quattro, io e tre di loro, siamo usciti dalla
caverna e ci siamo inerpicati su per la collina, fino a una piccola cengia tra i boschi, immagino poco a
nord di Fiesole.
Lass, al riparo dalla vista di pastori e bifolchi, hanno montato insieme le stecche di balsa e
ricoperto la struttura con la tela. Poi Guido si  steso carponi, e gli altri hanno legato il tutto sulla sua
schiena. Quando, con l'aiuto dei compagni, si  rimesso in piedi, non ho potuto trattenere
un'esclamazione: era splendido.
Dopo una breve corsa, Guido si  lanciato dal fianco della collina.
Volevo chiedere a cosa servisse quell'otre gonfio d'aria che gli avevano fissato sul petto (anche
se immagino gli possa essere utile per non ferirsi, allorch toccher terra), ma quando l'ho visto
staccarsi dal suolo e restare librato in aria come gli aquiloni descritti da Polo, sono rimasto senza
parole.
In quel momento ho pensato che non m'importava essere prigioniero, che per quel che mi
riguardava potevano trattenermi nella caverna per il resto della vita. Ho pensato che mastro Leonardo e
i suoi misteriosi adepti potevano tenersi tutti i segreti, i mostri di metallo, il sangue e le rane scuoiate
che volevano. Tutto, purch mi avessero fatto provare, anche solo per una volta, quelle magiche,
fantastiche, incredibili, magnifiche ali d'uccello.
Devi venire con me, Rodrigo.
Il ragazzo batt le palpebre. Ma... stavo leggendo il trattato sul volo e...Puoi portarlo con te
insiste Guido. Ma dobbiamo toglierci di qui.
In quel momento Rodrigo coglie le voci che echeggiano dalla caverna principale. Ne riconosce
almeno una.
Mastro Leonardo?  tornato?.
L'altro annuisce. Non  solo, e non dobbiamo farci vedere dai suoi ospiti. Vieni con me.
Raccolte le pergamene che stava studiando, Rodrigo si lascia condurre su per una scalinata
scolpita nella roccia. Si fermano in una sorta di galleria, che all'estremit opposta si riduce in altezza
fino a chiudersi. Ci sono torce infisse su una delle pareti e sull'altra si aprono feritoie lunghe e sottili.
La volta  umida, bluastra. C' sentore di muffa e un lento gocciolio d'acqua scandisce i minuti.
Rodrigo siede su un masso e riprende l'esame dei disegni.  quasi certo di poter padroneggiare
anche lui le ali, adesso: non vede l'ora di provare.
 talmente preso dalla lettura che solo quando arrotola il foglio e si frega gli occhi stanchi
s'accorge che Guido e gli altri sono appostati presso le feritoie. Perplesso, li raggiunge.
Attraverso i varchi nella roccia, scorge l'ambiente principale della caverna. Conta sette, otto
uomini intenti a discutere col maestro.
Almeno, Rodrigo deduce che sia lui dalla postura e dai gesti, ma Leonardo  avvolto in un
mantello nero e ha il viso coperto da una maschera di pelle. Colpito, il ragazzo pensa a quanto sia
simile, in aspetto, ai pipistrelli che vede dormire appesi testa in gi alla volta della galleria.
Chi  quella gente? chiede a Guido.
L'altro gli fa cenno di abbassare la voce. Riconosco il rappresentante del Consiglio di Pisa,
quello della citt di Siena, e naturalmente i due fiorentini... Gli altri non li ho mai visti.
Il grasso  il delegato di U... Urbino bisbiglia un terzo ragazzo, dai capelli rossi e il viso
coperto d'efelidi, affetto da una leggera balbuzie.
Quelli in fondo al tavolo sono inviati di Modena e di Ge... Genova.
Significa che ci muoviamo, finalmente!.
Credevo che l'esistenza di questo posto fosse un segreto... Invece
vedo che ricevete visitatori da mezza Italia.
Guido sorride. Non dire sciocchezze, Rodrigo. Gli abbiamo tenuto un cappuccio in testa sin da
Fiesole. Ma adesso taci: da che sei qui non sono riuscito a sentire nulla.
Non ti pre... preoccupare balbetta il rosso. Pi che altro ha parlato Pier C... Capponi, e come
sai dice sempre le stesse cose. S... suoniamo le campane eccetera.
Hai ragione, Ottavio. Cosa succede, dunque?.
Come ho detto, ci si m... muove. Ed era anche ora: l'umidit di questa caverna mi u... uccide.
Rodrigo vorrebbe chiedere che significa esattamente muoversi, ma si accorge che la riunione
dev'essersi conclusa. Uno alla volta, gli ospiti del maestro si alzano, gli tributano un accenno d'inchino
e spariscono dallo stretto campo visivo della feritoia.
Guido si scuote. Uhm... credo che tocchi a me scortarli fino al mulino, vero?.
Puoi dirlo f... forte. Metti la maschera e vai.
Vuoi che ti accompagni? si offre Rodrigo.
No, credo che il maestro voglia parlare con te, ora. Giusto, Ottavio?.
S, cos ho capito anch'io. Vieni... Ropr... Rodr... al terzo tentativo il rosso scrolla le spalle.
Ragazzo, dobbiamo trovarti un s...
soprannome. Ammesso che tu resti con noi, naturalmente.
Poi sembra ripensarci: Beh, in caso contrario, non ti servir un nome pi corto... n altro.
Non aggiunge altro, lasciando Rodrigo a meditare sul significato inquietante di quelle parole.
Discendono la rampa di roccia. La maschera di mastro Leonardo  appesa a un gancio infisso alla
parete. Il ragazzo si rende conto che  foggiata proprio a ricordare il muso d'un pipistrello.
Mi dicono che sai batterti esordisce Leonardo, in tono discorsivo.
Ma dovresti imparare la nostra tecnica.
Rodrigo non sa come comportarsi: risponde in modo istintivo.
Mi piacerebbe, maestro. Anche se mi sembra un esercizio inutile, in uno scontro reale. Perch,
pi semplicemente, non addestrate i vostri
allievi alla spada?.
Ah, ma spada e scudo sono troppo pesanti per essere trasportati in volo, Rodrigo. I miei allievi
formeranno un esercito del tutto nuovo: un esercito con le ali.
Ali o no, non vedo come potrebbero opporsi alle frecce o alle palle d'archibugio.
Cos, ad esempio.
Senza cambiare tono di voce, l'uomo solleva un lembo del mantello e ne estrae un oggetto che
Rodrigo non ha mai visto.  piatto, sottile, arcuato. Sembra di legno, ma il bordo esterno brilla alla
fiamma delle candele come se fosse ricoperto d'acciaio. Con un gesto fulmineo, Leonardo lo scaglia
contro un'armatura, quasi una replica in miniatura del Labor, in piedi su un piedistallo all'estremit
opposta della caverna.
Il braccio dell'armatura viene tranciato di netto e cade a terra con un tintinnio. Ma l'oggetto non
termina la sua corsa. Incredulo, Rodrigo lo vede frullare in aria, tornare indietro e terminare la sua
corsa nella presa sicura del maestro.
L'ho battezzato baculum redente, il bastone che ritorna commenta asciutto Leonardo,
riponendo l'arma alla cintura. Dovresti intuire come funziona, visto che stai leggendo i miei studi sulle
eliche.
Il ragazzo  senza parole. Leonardo prosegue: Immagino, tuttavia, che tu da me voglia rivelato
ben altro che tecniche di combattimento...
Perch le armi sono un mezzo, sappilo: ci che conta  avere uno scopo.
Maestro... io non capisco.
Vedi, figliolo, io credo che chi non punisce il male, comanda che lo si faccia. L'ho sempre
pensato.
II... il male? ripete il ragazzo, confuso.
Il male  gente operosa e pacifica alla merc di cani che insozzano l'armatura che indossano
sibila il maestro, e Rodrigo prova un brivido.
Il male  una donna oltraggiata tra le mura di casa mentre al suo uomo viene puntata una spada
alla gola. Il male  una congiura ove si uccide un governante giusto per mettere sul trono un tiranno. Il
male sono fienili bruciati, bestiame sgozzato e pozzi avvelenati per spargere il terrore. Il male sono
citt saccheggiate, chiese violate, conventi razziati da uomini d'arme cui qualcuno non ha potuto o
voluto pagare il soldo.
Il male  un empio che dispone del trono di Pietro per i suoi piaceri personali, tra lusso e
puttane, e nomina vescovo il suo stesso figlio illegittimo di sedici anni... Il male  un uomo mite fatto a
pezzi senza motivo da stranieri ubriachi senza che nessuno osi alzare un dito per fermarli.
Leonardo s'interrompe. Rodrigo non l'ha mai visto cos accalorato, neppure quando pensava
volesse picchiarlo per via delle stoffe. Non ha nemmeno mai udito nessuno accusare papa Alessandro
con quel tono sprezzante... L'involucro di normalit che il maestro usa come schermo, capisce, 
scomparso: ci che vede adesso  solo l'ombra che viene dal profondo.
Quando ero giovane m'illudevo che avrei potuto combattere da solo contro tutto questo
riprende l'uomo. E per un po' l'ho fatto. Ho protetto innocenti e ho raddrizzato torti, ovunque ho
potuto... Ma non era abbastanza: intorno a me il male era un fiume che straripava a dispetto dei miseri
argini con cui tentavo di contenerlo.
Rodrigo ha visto i disegni d'idraulica del maestro, e capisce che quell'immagine  pi di una
metafora. Ma, ancora, non osa interrompere lo sfogo dell'altro.
Tredici anni fa andai in Puglia dice ancora Leonardo. Avevo sentito della minaccia dei
saraceni, e volevo usare la mia scienza per proteggere le genti di quelle terre... Innalzai mura, uccisi
pirati, affondai navi. Indossai per la prima volta questa maschera e questo mantello, affinch il mio
aspetto incutesse timore ai nemici... Fallii. Maometto II, semplicemente, aveva troppi uomini e spade.
Prese Otranto, bruci la citt e i miseri strumenti con cui mi ero illuso di difenderla. Vidi massacri e
atrocit tali da pensare seriamente d'uccidermi. Pi tardi, scoprii che il re di Napoli e il doge di
Venezia, a cui le citt della costa avevano chiesto aiuto, si erano segretamente accordati col sultano:
avevano venduto la propria gente per una briciola di potere. Cos capii che gli scherani del male non
erano soltanto fuori, ma anche dentro le nostre mura. Compresi che anche a me servivano soldati, se
volevo combatterli. E che dovevo nascondermi, vivere nelle tenebre, e prepararmi finch non fossi
stato pronto. Cos tornai a Firenze e....
Troppi nomi, troppi fatti, troppo in fretta. Rodrigo alza le braccia.
Maestro, vi prego: non capisco.
Leonardo annuisce. D'accordo, figliolo, comincio dall'inizio. Voglio che ti sia tutto chiaro, perch ho bisogno anche del tuo aiuto.
19 SETTEMBRE 1493.
Una volta scrissi che il maestro era un uomo eccezionale. Lo  senza dubbio, ma adesso so che,
soprattutto,  un uomo "ossessionato". Suor Maria saprebbe spiegarlo meglio. Io posso solo tentare,
con i limiti della mia povera scrittura. A parer mio le atrocit che ha visto, le esperienze tragiche che
hanno segnato la sua infanzia, il male con cui ha lottato tanto tempo invano, lo hanno come distrutto e
ricostruito dentro, sicch adesso mastro Leonardo  un uomo con una morale tutta sua, che sente di
avere una missione, che interpreta i talenti che possiede come il segno d'un volere superiore. E codesto
volere lo spinge verso la lotta, verso il sangue.
Per mastro Leonardo, ormai l'ho inteso, uccidere non  peccato. Chi non stima la vita dice,
non la merita. Cogli la gramigna ripete,
perch le bon'erbe crescino. Sicch insegna questi precetti ai suoi, che lo seguono come il
gregge fa col pastore. Di pi: come l'amante fa con l'amato.
Li addestra per la guerra che verr. Non contro Piero de' Medici, che pure  suo nemico. Contro
il re di Francia! Me ne ha parlato per una notte intera... Aveva gi in sospetto il vecchio sovrano, Luigi:
mi ha raccontato che era detto il ragno perch era deforme, ma anche per le trame con cui avvolgeva
gli avversari. E suo figlio, Carlo,  peggiore di lui: me l'ha descritto piccolo e miope, col naso e le
labbra grossi, sicch assai brutto a vedersi. Secondo il maestro ha un esercito imponente, ma non
disdegna usare armi meno appariscenti, come il veleno con cui dice abbia ucciso il duca di Savoia, per
mettere al suo posto un pavido che non gli ostacoli il passo delle Alpi. E ci che non ottiene con le armi
e il veleno, racconta il maestro, lo compra con l'oro: per spianarsi la strada, ha giocato con gli interessi
di tutti i piccoli e gretti nobili della penisola, che preferiscono scannarsi l'un l'altro piuttosto che unirsi e
prosperare in pace.
Il maestro dice che la discesa del franzoso spezzer tutti gli equilibri, che getter le nostre
contrade in un caos di guerre e distruzioni, che aprir la strada a mille altre invasioni, e che nulla sar
pi come prima.
Il male regner incontrastato, e lui questo non pu permetterlo.
Lui fermer Carlo, dice. Con armi quali il mondo non ha mai visto.
Come i nuovi archibugi che sta facendo fondere. O i carri corazzati di cui mi ha mostrato i
disegni.
E lo fermer qui, a Firenze! A dispetto di Piero de' Medici, che sta attendendo il franzoso per
leccargli i calzari; a dispetto di Ludovico il Moro, che da Milano ogni giorno manda lettere a Parigi
affinch il re lo sostenga nelle sue pretese al titolo di duca; e a dispetto del papa, che mastro Leonardo
odia forse pi dello stesso Carlo.
Io non posso condividere il furore del maestro. N la sua ossessione, che gli fa vivere
quest'assurda doppia vita, maestro d'arte di giorno e spettro difensore dei deboli di notte. Per credo
che la ragione sia dalla sua parte. E, chiss, forse davvero una Volont lo sta guidando, nella sua follia.
Sicch, far quanto posso per aiutarlo: sono troppo coinvolto, ormai, per tirarmi indietro.
E quelli? Da dove vengono?.
Rodrigo aguzza la vista: il sistema di specchi consente la visione delle vie d'accesso alla
caverna, ma l'immagine  piccola e confusa, almeno ai suoi occhi inesperti.
Sono in due commenta Guido.
Pastori?Non vedo il gregge. E poi hanno vesti da citt.
Saranno viandanti. Passeranno oltre.
Non credo. Vengono proprio qui.
Finalmente Rodrigo riesce a metterli a fuoco. Cosimo e Giovanni!
esclama.
Li conosci?.
Sono apprendisti alla bottega del maestro, gi in Santa Croce. Forse cercano me.
Dopo due settimane? Non si pu dire che si siano precipitati!.
Si fanno troppo v... vicini tartaglia Ottavio. Idioti!.
Non puoi azionare il Labor? propone Rodrigo.
Di giorno? Non dire sciocchezze! Peggio per loro: andranno a cacciarsi dritti nelle bocche
d'orso.
Nelle... cosa?.
Le buche che ti ho mostrato l'altro giorno. Quelle ricoperte di frasche.
Rodrigo sbarra gli occhi, visualizzando i crepacci che circondano l'ingresso della caverna.
Ma... si uccideranno!.
Il rosso scrolla le spalle. Il primo che ci cadr dentro si romper una g... gamba. O entrambe.
L'altro sar costretto a riportarlo i... indietro a spalle. In ogni caso, si toglieranno di torno:  cos che f...
funziona.
Rodrigo deglutisce. Trascinarsi con gli arti spezzati in cerca di soccorso? Fino a una strada
dove, ad andar bene, passa un carro al giorno? E lui a vedere il tutto senza poter intervenire? La
placidit di Ottavio gli fa sembrare la prospettiva ancora pi intollerabile.
Ascoltate... conosco quei ragazzi. Lavorano in bottega a Firenze, ve l'ho detto. Sono svegli e
dotati. Perch dobbiamo lasciare che si feriscano, o peggio? Possiamo reclutarli, no? Non fate che
ripetere che siamo pochi, che abbiamo bisogno di rincalzi....
Ottavio e Guido si scambiano un'occhiata gelida.
Il maestro non ha mai parlato di quei due. Se si fidasse di loro, sarebbero gi qui. Come te.
Nell'immagine dello specchio, Rodrigo vede Cosimo farsi terribilmente vicino alla trappola.
Ancora pochi passi e ci cadr dentro.
Lo ha salvato, su quella impalcatura, solo per vederlo spezzarsi le ossa in una stupida tana di
topi? Non pu sopportarlo.
Il maestro non c' insiste. Ma sono sicuro che approverebbe.
Lasciate che li avverta.
No tronca la discussione il rosso.
Rodrigo si muove senza pensare. Colpisce Ottavio a dita tese alla base del collo, come gli 
stato insegnato. L'altro si affloscia privo di sensi. Poi  addosso a Guido prima che questi possa reagire.
Quando anche il secondo ragazzo perde conoscenza capisce che ormai in quel tipo di lotta non ha pi
nulla da imparare.
Come un fulmine, corre fuori dalla caverna. Si getta su Cosimo, facendolo rotolare sull'erba,
lontano dall'orlo del crepaccio.
Rodrigo? grida l'altro, stupefatto.
Sei proprio tu, campagnolo? fa eco Giovanni. Da dove sbuchi? Ti credevamo morto!.
Pensavamo che Noctulus ti avesse divorato!.
Rodrigo siede a terra e riprende fiato. Noctulus non  n un mostro n un fantasma... Noctulus
 mastro Leonardo.
Cosa?! esclama Cosimo.
Lo so, sembra incredibile. Ho tante di quelle cose da raccontarvi....
Non a noi....
La voce di Giovanni, alle sue spalle, precede di un solo istante il colpo che lo raggiunge alla
nuca. Il dolore  terribile. Sviene con la visione del viso stupefatto di Cosimo, la bocca atteggiata a una
domanda che non pu pi udire.
L'acqua del secchio, gelida, lo risveglia. La ferita brucia come l'inferno. Si lamenta. Cerca di
tastarsi la nuca, ma le sue mani sono legate.
Avete visto?  vivo. Datemi la ricompensa!.
Gli risponde una voce ghignante: Zitto, feccia! Sar Sua Signoria a decidere se hai guadagnato
il suo denaro o se devo mettere in catene anche te.
Perdonami sente sussurrare Cosimo. Non volevo. Io....
Rodrigo si scuote. Le ombre davanti ai suoi occhi fanno fatica ad assumere contorni. Un
pagliericcio. Pietre squadrate. Torce. Topi.
Sporcizia.
Non ce ne andremo da qui senza la ricompensa! sente strillare Giovanni.
Chi vuole impedirvi di restare? Le segrete sono a vostra disposizione!.
Rodolfo sente colpi, imprecazioni, poi chiavistelli che si chiudono, e ancora urla, questa volta
lamentose.
Il carceriere ridacchia: Quanto a te, Sua Signoria sar lieto di ascoltarti, ci scommetto una
botte di brunello. Specie quando gli mostrer questa.
Il ragazzo batte le palpebre, in qualche modo mette a fuoco lo sguardo. L'altro ha in mano la
maschera che il maestro gli ha donato, uguale a quella di Guido e degli altri. In quel momento si
accorge che devono averlo frugato dappertutto: i suoi abiti sono a pezzi.
La porta viene richiusa, e lui resta solo. Ignora i richiami di Cosimo, che lo chiama frignante
dalla cella accanto. Pensa solo a recuperare le
forze. E a darsi dello stupido.
Non sa quanto tempo trascorre, rannicchiato a terra, la schiena contro la parete umida. Ha fame,
la testa gli duole, le corde gli segano la carne dei polsi. Un grosso ragno peloso sta risalendo lentamente
la sua gamba, e lui non pu far nulla per scacciarlo. Quasi cede alla disperazione.
Quando, finalmente, le serrature scattano di nuovo e le guardie lo mettono brutalmente in piedi,
fa fatica a trattenere un gemito. Viene condotto quasi di peso fuori dalle segrete, su per due rampe di
scale, e poi in un corridoio tappezzato d'arazzi. Alle sue spalle, altre guardie spintonano avanti Cosimo
e Giovanni, che non fanno che lamentarsi e imprecare.
Giungono in una sala arredata sfarzosamente, dai soffitti a cassettoni dipinti con scene
mitologiche. Fuori da una bifora, Rodrigo scorge i giardini di San Marco incendiati dal sole al
tramonto.
In ginocchio, feccia!.
Non gli danno il tempo d'obbedire. Lo spingono a terra con durezza.
Vedete perch mi chiamano "sfortunato", conte Dognac? In questa citt persino i bambini
cospirano contro di me.
Il mio nome  Dorleac, come Vostra Signoria sa bene.
Ors, Dognac, non angustiatemi ed empite ancora il vostro calice: il rosso che avete portato 
splendido.
Rodrigo osa alzare lo sguardo. L'uomo che ha di fronte ha il viso tondo, i capelli neri
compitamente acconciati, gli occhi grandi e leggermente strabici, le labbra atteggiate in una smorfia
altezzosa. Lo riconosce, anche se non l'ha mai visto tanto da vicino. Piero de' Medici  mollemente
assiso su un divano tra due giovanissime fanciulle, che gli servono docilmente vino e chicchi d'uva. Su
un sedile appena pi angusto  adagiato un secondo uomo, anziano e appesantito, che indossa una veste
ricamata con eleganza, lunga fino ai piedi. In disparte, naso prominente, occhi infossati e aria
profondamente contrariata, il ragazzo scorge un terzo uomo, avvolto nella tonaca bianca e nel mantello
nero dei domenicani.
Vostra Signoria! sbotta Giovanni. Esigo la mia ricompensa!
Costui  complice di Noctulus, e io ve l'ho consegnato!.
Perch mi fai questo? sussurra Rodrigo, amareggiato. Perch?.
Sta' zitto, tu, bifolco! ribatt l'altro, gli occhi rossi e la voce roca dal tanto gridare. Tu,
ultimo arrivato! Tu, stupido, patetico contadino!
Tu, ladro, che ti sei appropriato subito dei favori del maestro! Mentre io, sempre respinto... da
anni... nonostante che....
Arrossendo, Giovanni si morde le labbra e tace. Ma Rodrigo ormai ha capito. E riesce persino a
provare pena.
Era questo, allora... mormora. Non il denaro....
Il signore di Firenze li guarda senza troppo interesse. Le sue mani sono perse tra le pieghe degli
abiti delle fanciulle, che lasciano fare tra risolini e incoraggiamenti in francese. Finalmente sembra
accorgersi della maschera di Rodrigo, che uno degli armigeri gli sta porgendo. La raccoglie. I suoi
occhi strabici si stringono.
Che significa, dunque? esclama. Cosa sapete voi, canaglie, dell'assassino che porta questo
straccio?.
Ve l'ho detto, Vostra Signoria! sbraita Giovanni, ancora rosso in viso. Questo bifolco 
complice di Noctulus! E sono stato io a catturarlo! Mi spetta la ricompensa! Quella che avete
promesso! Non potete rimangiarvi la parola!.
Piero de' Medici scuote la testa, infastidito. Si rivolge agli armigeri:
Voialtri, portate questo idiota starnazzante nel cortile e usate la garrota. Mi sono stancato di
sentirlo gridare.
Giovanni viene trascinato via di peso. Le sue urla si perdono nei corridoi del palazzo.
Terrorizzato, Cosimo si getta ai piedi del nobile: Vi prego, vostra Signoria, io non c'entro
nulla! Sono soltanto un povero garzone di bottega, e....
Il Medici lo colpisce con violenza al volto con lo stivale, facendolo rotolare lontano.
Come... come osi toccarmi, canaglia? strilla oltraggiato. Poi si rivolge sprezzante alle due
guardie rimaste. E voi, bischeri, cosa fate, dormite? Vi far frustare a sangue!.
Sospira con ostentazione. Vedete, conte Dognac, quant' dura e sfortunata la mia esistenza?
Costantemente circondato dalla stupidit, quando non dal tradimento....
Dorleac, Vostra Signoria corregge bonariamente l'altro.
Per fortuna, almeno, posso contare sull'amicizia del vostro re.
Nonch sull'affetto dei suoi sudditi approva il grasso anziano, empiendosi il calice. E delle
suddite, naturalmente.
Ah! Voi s che mi capite, nobile amico.
Il Medici sorride, affondando il viso tra i seni candidi di una delle fanciulle. Vi prego, padre
Sarvola, continuate voi a interrogare questa canaglia.
Il domenicano lo fssa con fredda contrariet. Mi chiamo Savonarola, messere. E sono il priore
di San Marco, non un vostro sgherro.
Piero de' Medici sembra stupito. Ors, padre, cos' questo tono?
Non vi ho certo chiamato in casa mia per offendermi.
E per cosa sono qui, allora? replica l'altro, gelido. Per sentirvi condannare a morte un
fanciullo la cui voce vi disturbava? O per vedervi fornicare con queste meretrici franzose? Perch mi
avete convocato?.
Forse posso spiegarvelo io, padre.
Sbalordito, Rodrigo vede mastro Leonardo apparire come uno spettro dalla bifora, mascherato e
avvolto nel mantello, un'ombra nera stagliata contro gli ultimi raggi del sole morente.
Savonarola impallidisce e si segna. Le fanciulle strillano. Il Medici scatta in piedi. Dorleac
lascia cadere il calice. Le due guardie portano le mani alle armi.
Leonardo attacca. Eppure la sua voce  calma, pacata, quasi stesse spiegando una lezione.
Vedi, Rodrigo, l'anatomia  tutto. Se il tuo avversario protegge il petto con l'acciaio, puoi
colpirlo alle articolazioni: il gomito, affinch le sue armi cadano, o il ginocchio, dimodoch non possa
pi muoversi. Il collo, poi,  ricco di quei canali attraverso cui scorrono i flussi della vita: bloccali, e il
tuo nemico sar sconfitto.
I colpi sono devastanti. I due armigeri cadono tra gemiti di dolore.
Leonardo si lascia alle spalle i loro corpi esanimi e avanza lentamente verso il signore di
Firenze.
Il... il palazzo  pieno dei miei uomini balbetta il Medici, il tono improvvisamente lamentoso.
Non so come... tu abbia fatto a entrare...
ma non osare avvicinarti, o....
Leonardo lo ignora. Dicevo, padre Savonarola, che forse posso spiegarvi io perch siete qui...
Prima di calarmi da quella bifora, ho fatto un giro sui tetti, e ho visitato la stanza assegnata al nobile
Dorleac, conte di Brest nonch ambasciatore dell'eccellentissimo Carlo VIII... Vi prego, padre: date
un'occhiata.
Interdetto, il domenicano srotola il documento che l'altro Impresso sulla ceralacca,  ben
riconoscibile il sigillo dei Valois.
Come vedete, il re di Francia  magnanimo. Per lasciare al nobile Piero le chiavi di Firenze,
pretende soltanto libero passaggio per le sue truppe, vettovaglie e oro, la cessione di Pisa, Pietrasanta e
Livorno, il controllo delle piazzeforti in Maremma, e mano libera per la presa e il saccheggio di alcune
zone strategiche... tra cui diversi conventi e terre di propriet ecclesiastica....
Leonardo s'inchina al Medici. I miei complimenti, Vostra Signoria: dimostrate grande
generosit, nello svendere a uno straniero ci che non  vostro.
Savonarola giunge in fondo al documento. S'imporpora. Punta il dito contro il Medici.
Voi... voi....
Il Valois vuole Napoli, non Firenze! strilla Piero. Sar un forte e benevolo alleato! Occorre
solo un piccolo sacrificio da parte nostra! Voi siete un uomo di chiesa, padre: sarete d'accordo con me
che la pace merita qualche rinuncia! Ors, non vorrete credere a un pazzo assassino incappucciato e
dubitare del vostro signore! Vi chiedo soltanto di usare la vostra influenza sul Consiglio affinch io
possa fare accettare le poche richieste che i franzosi....
Tacete! ringhia il domenicano. Il Medici sembra rattrappirsi.
Pallido, ammutolisce.
Dorleac interviene: Padre, non dovete saltare a conclusioni affrettate. Il mio re  comprensivo
e munifico, e non vorrebbe mai contrariare un alleato. Al contrario, egli vuole soltanto offrirvi segni
della sua amicizia... Queste fanciulle, ad esempio... sono pronte a compiacere anche voi, se lo
desiderate.
Ma... come osate?!.
Leonardo ride. Ah, caro conte! Vedo che la prospettiva del
fallimento della missione vi terrorizza molto pi della mia presenza!
D'accordo, per il momento vi lascio alle vostre questioni. Scusatemi.
Raggiunge Rodrigo, taglia le corde che ancora gli cingono i polsi. Il ragazzo si massaggia le
ferite.
Sono stato uno stupido, maestro. Perdonatemi.
Non ora. Pensiamo ad andarcene da qui.
Il quel momento le porte della sala si spalancano. La vista dei suoi uomini sembra ridare colore
e fiato al signore di Firenze. In un istante smette di tremare. Gonfia di nuovo il petto, riesce persino a
ritrovare l'alterigia.
Finalmente siete qui, idioti! sbraita. Cos', aspettavate che mi sgozzassero, per
intervenire?.
Sono molti, si rende conto con angoscia Rodrigo. Il corridoio risuona del tintinnio delle
armature e delle alabarde.
Colpitelo con le balestre! strilla il Medici. Non lasciate che vi si avvicini!.
Leonardo non si  mosso. In piedi davanti a Rodrigo, rivolge le spalle agli avversari. Il ragazzo
vede che il primo degli armigeri incocca gi il dardo. D'istinto, si getta in ginocchio, afferra l'arma
volante alla cintura del maestro e la scaglia.
L'armigero urla. Il suo braccio sprizza una fontana di sangue. Cade all'indietro, addosso ai
compagni che sopraggiungono. C' un gran cozzare di ferro. I soldati s'impacciano a vicenda nel
minuscolo passaggio. Imprecazioni. Il baculum arresta il suo frullare conficcandosi in un arazzo.
Non  tornato, maestro.
Non importa, andiamo!.
Leonardo si lancia dalla bifora. Fuori c' una corda che penzola dall'alto. Vi si arrampica.
Rodrigo lo segue, ma non subito: ha qualcosa da fare, prima.
Quando Leonardo lo vede issare sul tetto lo svenuto Cosimo, la corda legata intorno al torace, 
pronto ad aiutarlo, ma non trattiene un'esclamazione.
Ah, ragazzo mio, sei una meraviglia!.
Non potevo lasciarlo l, maestro. Ma come fuggiamo, adesso? I
soldati saranno qui da un momento all'altro.
Non preoccuparti. Daremo agli sgherri di Sua Signoria altro cui pensare.
Si inginocchia, armeggia sotto il mantello. Rodrigo si avvicina incuriosito. Tra le tegole c' un
piccolo cubo di metallo, pieno a met di una polvere gialla.
Il maestro d un colpo di pietra focaia. Le scintille sprizzano. La fiammata che si accende 
abbacinante. Il ragazzo si fa schermo con la mano. Leonardo chiude il coperchio del cubo. Rodrigo vi
scorge una fessura. Vetro. Specchi.
Un istante dopo, un fascio di luce bianca fende il crepuscolo. Sulla cortina delle nuvole si
staglia un cerchio luminoso.
Che... che cos', maestro? balbetta Rodrigo, affascinato.
Il segnale concordato col Capponi e il Soderini. I loro uomini lo attendono per sollevarsi.
In strada cominciano a levarsi urla. Nella brezza, Rodrigo ode: Per Firenze!, Per la
repubblica!, Via il Medici!.
Leonardo sorride sotto la maschera. Da stasera Savonarola  troppo irritato col buon Piero, per
non schierarsi anche lui dalla nostra parte...
e con persino il clero contro, direi che Sua Signoria non ha un gran futuro, qui in Firenze.
Rodrigo si lascia cadere sulle tegole. Con un brandello della veste pulisce il sangue dal viso di
Cosimo. L'altro ha il naso e le labbra spaccate, ma respira.
Che succeder adesso, maestro?.
Adesso? Leonardo smette di sorridere. Adesso andremo alla guerra.
12 SETTEMBRE 1494.
L'esercito franzoso ha lasciato Fornovo e si  diretto ai valichi dell'Appennino. Il maestro
prevede che punter su Pontremoli, e di l discender la valle del Magra.
Ieri l'ho sorvolato:  una colonna impressionante, che sembra non aver fine! All'avanguardia
marciano le compagnie mercenarie svizzere e alemanne, met armata di picche e met d'archibugi, con
le divise
coloratissime e gli stendardi dei condottieri al vento. Al centro stanno i balestrieri di
Guascogna, comandati da Gilbert de Montpensier. Guido dice che sono cinquemila, a me sono sembrati
assai di pi. Sulle ali cavalcano i corazzieri, duemilacinquecento, che sono tutti nobili, sicch sono
scortati dai paggi e da un numero doppio di scudieri e palafrenieri.
Hanno gli elmi lucidi e bardati di piume e sete preziose. Dietro di loro galoppano altri
cinquemila cavalieri in armatura leggera, i lancieri al comando del d'Aubigny. Poi quattrocento arcieri.
Il maestro dice che vengono dalla Scozia, e a parer mio devon essere assai bravi, ch altrimenti Carlo
non li avrebbe certo portati da cos lontano. Quando mi hanno scorto, mi hanno scoccato contro un tiro
di frecce. Ma io volavo troppo alto per i loro archi, sicch non ho corso alcun rischio.
Ci che mi ha pi impressionato sono state le artiglierie, che chiudevano la colonna insieme con
le salmerie e la guardia personale del re. Ho contato trentasei cannoni di bronzo. Devono pesare pi di
seimila libbre: in tutta la penisola non esistono, a parer mio, mura capaci di resistervi. E poi le
colubrine, lunghe dodici piedi, e i falconetti. Una potenza di fuoco quale tutta insieme in battaglia non
s' mai vista!
A mezza giornata di marcia, verso nord, ho intravisto anche le schiere dei vassalli e degli alleati
italiani di Carlo: i piemontesi, i mantovani, i ferraresi, il fuggitivo Piero de' Medici, che spera di
rientrare a Firenze sugli scudi dei franzosi... E il grosso, le truppe al soldo di Ludovico Sforza. Il Moro
ha assai speso in questa campagna, dice il maestro: conta in cambio di essere legittimato duca di
Milano a dispetto del nipote Gian Galeazzo, legittimo erede del casato, che egli tiene prigioniero a
Pavia.
Ma, secondo il maestro, di codesto secondo esercito non dobbiamo preoccuparci.  convinto
che non entrer in battaglia, che attender di conoscere l'esito del primo scontro. Se, come tutti noi
preghiamo, batteremo Carlo, i suoi vassalli si squaglieranno come neve al sole.
Non che il maestro conti maggiormente sulla fedelt dei nostri alleati: n sui reggimenti
veneziani, n sulle milizie di re Alfonso di Napoli, che pure dovrebbe essere il pi convinto nemico dei
franzosi. Entrambe le schiere, dice il maestro, non vedono l'ora di fuggire per nascondersi dietro le
mura delle loro citt, sicch dovremo esser noi a far tutto il lavoro.
Non ci tiriamo indietro, naturalmente. Abbiamo preparato buone sorprese per i franzosi su tutti i
passi, dalla Cisa al Righedo. Quando isseranno sulle strade dei monti quei colossi di bronzo, allora noi
li colpiremo. Dal cielo.
Certo, avrei voluto che fossimo di pi... Noi Ali contiamo a stento un centinaio, nonostante che
in questi mesi abbiamo accolto tantissimi volontari. Non  facile, purtroppo, dominare i venti, e molti
giovani adepti hanno perso la vita prima d'imparare. Per di pi, met dei veterani sono rimasti feriti o
contusi in voli di ricognizione, sicch hanno deciso di abbandonare la squadra. Lo stesso Guido, che
pure mi aveva insegnato, ha rinunciato, e ha chiesto di potersi aggregare alle truppe di terra.
Mi ha perdonato per averlo colpito, quella volta, e adesso siamo buoni amici. Due giorni or
sono mi ha fatto visitare il carro corazzato a cui  stato assegnato. Ne era assai entusiasta, e smaniava di
andare in battaglia. Ne aveva il diritto, dopo tutti quei giorni trascorsi a scavare canali! Non ho avuto
cuore di rivelargli che avevo gi visto i disegni del maestro, sicch ho lasciato che mi illustrasse con
orgoglio le travature di rovere, le feritoie, gli assi indipendenti delle ruote e i nuovi archibugi a tiro
rapido.
Come ricordavo, la difficolt maggiore, per gli uomini nei carri, sar dosare correttamente l'erba
narcotica per i cavalli. Non troppa, ch gli animali restino svegli e riescano a muovere la struttura, ma
abbastanza, affinch non s'imbizzarriscano per gli spari e il fumo. Mi ha fatto piacere scoprire che
anche Guido, come me, provava nausea quando il maestro sezionava il cranio e trinciava il cervello di
quelle misere creature. Pure, quelle conoscenze gli torneranno utili, ora.
Ieri ho rivisto anche Savonarola. Propinquo a un grande crocifisso issato tra le tende, arringava
gli uomini al comando di Pier Capponi e di Soderini, che sono le nostre truppe pi affidabili, insieme ai
pisani e i senesi. Quell'uomo ha nella voce un potere devastante, e una forza morale che non gli
consente compromessi: l'ho visto sfasciare tini e prendere a calci soldati ubriachi, e questo mi sembra
ragionevole. Ma ha riservato lo stesso trattamento alle donne da strada giunte da Firenze al seguito
delle truppe, e ci invero  strano, perch da sempre  costume che le prostitute frequentino gli
accampamenti militari. Poi per ho udito il suo sermone, e ho realizzato che aveva ragione. Ha
parlato con un ardore tale che, credo, qualunque cosa avesse detto mi avrebbe convinto.
So che  un uomo di Dio. Ma, qualora non lo fosse... beh, credo che lo stesso Padreterno
dovrebbe venire a patti con lui.
Gli chieder di confessarmi. Domani, forse, dovr rendere conto a Qualcuno dei miei peccati...
Al terzo tentativo, Rodrigo riesce ad afferrare la rete di corde che ingabbia il pallone. Per un
istante rimane l, appeso come una mosca a una ragnatela. Poi, usando l'orlo tagliente del baculum,
spezza le stecche di balsa e taglia le cinghie che gli legano il petto. Le sue ali di tela scivolano in spirale
fino al suolo, molte braccia pi in basso.
Cosimo lo aiuta a calarsi nella navicella, poi scorge il sangue che gli cola dalla gamba destra.
Sei ferito!.
Una freccia mormora Rodrigo, strappandosi la camicia e ricavandone un legaccio. Sono
stati pi veloci loro, questa volta.
Cosimo sembra sconvolto. Potevi farti ammazzare.
L'altro stringe i denti.  brutta a vedersi, tutto qui. Ma non avrei potuto atterrare: per fortuna
sono riuscito a raggiungerti.
Cosimo prende l'orcio con l'acqua. Gli pulisce la ferita. Poi lo costringe a bere. Solo quando si
convince che  fuori pericolo torna a dedicarsi al controllo del pallone.
Come sta andando, tu che vedi tutto?.
Cosimo scuote la testa. Indica un filo di fumo all'orizzonte. E un altro, pi a nord.
Fivizzano brucia. Come Pontremoli. Carlo dev'essere furioso.
Rodrigo sorride. S, ho sentito dire che non ha digerito la perdita dei cannoni.
Come fai a ridere, di fronte a queste devastazioni? Sai che il d'Aubigny ha proposto una tregua
d'armi? Risparmierebbe la Lunigiana, se noi lo lasciassimo recuperare l'artiglieria.
Con l'artiglieria, distruggerebbero ben di pi della Lunigiana. E poi, non so se potrebbero
utilizzarla di nuovo: abbiamo fatto rotolare i loro preziosi bronzi gi per un dirupo.
Cosimo sbuffa. La vostra impresa non servir a nulla: ci faranno a
pezzi qui nella valle, e poi torneranno sui passi a riprendersi i cannoni.
Il tuo ottimismo  confortante! Non hai fiducia nelle nostre nuove armi?.
Armi? Quali armi? Cosimo sbuffa di nuovo. Questa maledetta vescica gonfia che il vento si
porta via? Passo il tempo pregando di non finire sulle picche dei franzosi! E per cosa, poi?.
Per smistare i dispacci, lo sai bene. Come quello che ti sta mandando quell'Aia, guarda!
Smettila di lamentarti e tira fuori il tuo specchio!.
Di malumore, Cosimo ubbidisce. Rodrigo vede i lampi con cui il compagno in volo sta
segnalando, ma non riesce a capirne il senso: vorrebbe aver avuto tempo di imparare il codice inventato
dal maestro.
Che dice?.
Montpensier ha lasciato Fivizzano scandisce Cosimo. Marcia verso Aulla.
Esattamente come ha previsto il maestro. Ottimo.
Un accidenti! Io dovevo scendere proprio l. Adesso come faccio a tornare a terra?.
Dirigi su Sarzana, no?.
Cosimo impreca. Questo affare maledetto non  come le tue ali!
Posso andare solo dove spira il vento! E oggi soffia verso Aulla!.
Beh, allora non ci resta che restare in volo.
Finch la brace dura brontola l'altro. Quando il fuoco si spegner, saremo perduti.
Adoro come sai vedere rosa in ogni situazione.
Per tutto il pomeriggio cambiano quota, tentando inutilmente di trovare una corrente favorevole.
Quando giunge un messaggio da smistare, Rodrigo d il cambio al compagno. A sera, sporco di
fuliggine dalla testa ai piedi, le dita ustionate, le ossa doloranti per la postura a cui  costretto nella
minuscola navicella, il giovane comincia a pensare che l'incarico di Cosimo non sia, come aveva
creduto, di tutto riposo.
Gli svizzeri e gli alemanni hanno preso contatto con le nostre colonne lungo il Taverone
traduce l'ultima segnalazione Cosimo.
Com' andata?.
Sono stati respinti. Per il momento.
Non capisco perch tu sia cos pessimista: abbiamo una dozzina di carri corazzati, laggi. E
loro non hanno pi le colubrine. I carri sono invincibili, contro picche e archibugi.
Ti illudi, Rodrigo. Gli svizzeri devono solo aspettare che... Ecco, laggi, infatti. Guarda.
La vista di Cosimo  molto pi acuta della sua. Rodrigo deve sforzarsi per distinguere, nella
foschia del tramonto, ci che l'altro gli sta indicando. Una lunga nuvola di polvere discende la valle.
I lancieri di d'Aubigny mormora pensieroso.
Levrieri contro tartarughe aggiunge l'altro. I carri non potranno mai fermarli. I franzosi li
aggireranno e caricheranno i nostri fanti.
Cosa aspetti? Avverti il comando, avanti!.
Scuotendo la testa, Cosimo intercetta con lo specchio gli ultimi raggi di sole. Gli rispondono
lampi dalle colline, di una luce che a Rodrigo ricorda quel segnale dal tetto del Palazzo dei Medici,
tanti mesi prima.
Che dicono?.
Di segnalare ai carri di ritirarsi e schierarsi a difesa della fanteria.
Capponi  saggio. Mi sembra una buona idea.
Se lo dici tu... Cosimo rivolge il suo specchio verso le Ali che volteggiano nella brezza.
Questi oscillano le remiganti in conferma, poi virano per andare a consegnare gli ordini.
Perch, a te non sembra sensato?.
I nostri resteranno intrappolati contro le colline. Ai franzosi baster scendere pi a valle per
circondarli.
Ci vorr tempo. E sta calando la notte.
E allora? I franzosi si accamperanno, e domattina sar lo stesso.
Rodrigo sorride. Non crederlo. Pu succedere di tutto, in una notte come questa.
Cosimo ribatte scoraggiato: Te lo dico io cosa pu succedere. Che i napoletani e i veneziani
scapperanno prima dell'alba. Cos i franzosi ci schiacceranno anche solo col numero.
Rodrigo si morde le labbra.  vero, riflette: la vista della cavalleria nemica deve aver suscitato
pi di una preoccupazione negli alleati; e se decideranno di abbandonare il campo, sar la rovina.
La notte  pregna d'inquietudini. Cosimo ha calcolato che, razionando al massimo la brace e
sganciando tutta la zavorra, riusciranno a restare in volo fino al mattino. Forse. I due giovani
consumano il poco cibo di bordo e si rannicchiano sul fondo della navicella. Ma il loro sonno viene
infranto da un rombo lontano.
Che... che succede?.
I... cannoni dei franzosi?.
Cos forte? Se fosse artiglieria, sarebbe immensa.
E allora? Cosa...?.
Rodrigo aggrotta le ciglia. Ho qualche idea. Ma dovremo aspettare l'alba, per esserne certi.
La stanchezza li fa piombare nuovamente nell'incoscienza. I sogni di Rodrigo sono popolati da
incubi. Moltitudini di demoni in marcia sotto gli stendardi del Valois. Piero de' Medici che ride
conficcandogli una spada infuocata nella gamba. Giovanni in agonia, la garrota stretta alla gola, gli
occhi fuori dalle orbite e la lingua che si agita alla vana ricerca d'aria. Noctulus che squarcia carcasse
d'animali, le mani e il volto coperti di sangue.
Rodrigo! Svegliati, Rodrigo!.
Che... che c'? Precipitiamo?.
Non so, non importa adesso. Guarda!.
Il giovane si sporge oltre il bordo della navicella. L'alba  immacolata, il cielo una coperta
d'oro. Hanno perso molta quota, durante la notte, e la brezza li spinge contro le colline. La loro vista
pu abbracciare l'intero campo di battaglia.
L'accampamento di Carlo  un mare di fango! esclama Cosimo.
Com' possibile?.
Una carica di polvere per far saltare l'argine medita a mezza voce Rodrigo, affascinato. Il
Magra si  riversato nei canali che....
Il tono di Cosimo  sospeso tra incredulit ed esaltazione. Guarda!
Molte tende sono state strappate via! Anche i recinti! I cavalli dei franzosi si sono dispersi!.
Gli sarebbero stati inutili comunque. C' una palude, laggi a fondo-valle. I corazzieri
sprofonderebbero prima di poter caricare.
Ah, che magnifica occasione sarebbe! esclama Cosimo, torcendosi
le mani. Se solo le truppe di Alfonso e del doge non fossero fuggite, insieme ai nostri
potrebbero....
Hai ragione. Purtroppo, a quest'ora... Rodrigo s'interrompe. Sgrana gli occhi, quasi incapace
di realizzare ci che sta vedendo. Poi, quando capisce, lancia al cielo un urlo di gioia.
Che succede?.
Rodrigo abbraccia Cosimo. L'altro stenta a trattenerlo.  inebetito.
Vuoi dirmi...?.
Guarda a est!  magnifico!.
L'altro ubbidisce.  il suo turno di aprire la bocca e lasciarla spalancata.
I fianchi delle colline brulicano di armati. I vessilli col leone della Serenissima sventolano
accanto ai gonfaloni della casa d'Aragona.
Sono... sono ancora qui...? Ma....
Laggi. Il Taverone!.
Cosimo fissa confuso la distesa d'acqua all'orizzonte.  straripato anche quello? Non
capisco....
Rodrigo esulta. La minuscola navicella stenta a contenere il suo entusiasmo.
 chiaro! Il maestro non ha deviato solo il corso del Magra, ma anche quello del Taverone!
Ecco perch ha voluto gli alleati sul fianco sinistro! Ha alluvionato tutto il versante orientale della
valle! Guarda!
Ci vorrebbe un ponte di barche, per passare! Ha fatto in modo che non potessero fuggire! Che
fossero costretti a combattere!.
Le trombe echeggiano sul campo di battaglia. Gli spari e gli sbuffi di fumo segnalano che gli
archibugi hanno dato il via allo scontro.
Rodrigo tenta di distinguere il movimento delle colonne, ma il grido strozzato di Cosimo lo
richiama alla realt della loro vacillante situazione.
Il fuoco s' spento! Il sacco si sta sgonfiando!.
Gettiamo gi tutto quello che abbiamo!.
Non  rimasto pi nulla!.
Tagliamo i cavi, allora! Abbandoniamo la navicella!.
Sei pazzo! Come possiamo...? Le rocce! Attento!.
Rodrigo trattiene il fiato. Il pallone sfiora la cresta di un'altura. Un provvidenziale colpo di
vento li porta oltre l'ostacolo, ma i due giovani capiscono che  solo questione di tempo.
Sono sempre pi bassi, ora. Cosimo  terrorizzato. Le dita di Rodrigo sono bianche per la forza
isterica con cui stringe le corde.
Gli alberi! Stavolta non ce la facciamo!.
Quando te lo dico io, salta!.
No, io non posso! Io....
Salta, ti ho detto! Ora!.
La navicella s'infrange contro le cime dei pini. Lo scafo sottile va in pezzi come se fosse di
carta. Un ramo colpisce Rodrigo al torace. Senza fiato, il ragazzo tenta una presa. Il legno si spezza.
Rodrigo precipita per met chioma prima di riuscire a fermarsi. Poi discende a forza di braccia, si lascia
cadere di schiena sull'erba alta. Ansima.
Sente che Cosimo atterra accanto a lui. Si gira con sforzo.
Tutto bene?.
Credevo... di non farcela, balbetta l'altro. Come... ti senti?.
La ferita si  riaperta. Non riesco a muovere la gamba. Ma sono ancora intero. E tu?.
L'altro ha un taglio sulla fronte, il braccio sinistro escoriato, le vesti stracciate. Non ha pi le
scarpe.
Si lamenta: E pensare... che ho sempre rifiutato... di provare le ali.
Tu non hai rifiutato! replica Rodrigo, col buonumore che nasce dal sollievo. Sei
semplicemente troppo grasso.
Io sono "cresciuto"! puntualizza l'altro. E quando ti succeder lo stesso, dovrai smettere
anche tu di giocare con quei trabiccoli volanti.
Sempre se avrai salvato la pelle, per allora!.
La tua  solo invidia. Lo sai che... Ehi! Guarda lass!.
Cosimo segue lo sguardo del compagno. Un'Ala! Sta segnalando!.
Che dice?.
L'altro aggrotta le ciglia. I franzosi hanno avuto molte perdite...
Carlo si ritira. D'Aubigny s' arreso.
Il dolore delle ferite scompare all'istante. Rodrigo lancia un urlo di gioia.
Il maestro sussurra l'altro.  morto.
E poi, alla fine dei conti,  stato meglio che egli abbia, almeno parzialmente, fallato. Nonostante
che Ludovico il Moro si sia affrettato a giurarci amicizia, la minaccia di Carlo non  cessata, sicch la
nostra alleanza con Alfonso di Napoli e i veneziani dovr permanere. Questo  bene: uniti, abbiamo
dimostrato che nessun invasore pu entrare in armi nelle nostre contrade. Non impunemente. Se mai
qualcuno avesse pensato che eravamo terra di conquista, si sar ricreduto.
L'eredit del maestro ci consentir di restare a lungo in vantaggio sui nostri nemici. Non solo
per le Ali, per i carri corazzati, per le meraviglie che il mondo ci ha visto usare. Anche per le carte del
terreno, come quella - straordinaria - della Lunigiana, che ha permesso a Capponi e a Soderini di
scegliere la posizione pi vantaggiosa per la battaglia, e che il maestro ha insegnato a me e agli altri a
realizzare.
Ma c' anche un'eredit di domande, assai gravose, che con la sua lettera egli ha voluto porre
sulle mie spalle. I dubbi, ad esempio, se sia stato giusto consacrare la sua (la nostra!) vita alla guerra e
all'odio. Se le doti non comuni che egli possedeva non siano in tal modo andate sprecate. Se gli anni
spesi a irrobustire i suoi muscoli, a vincere i limiti del suo stesso corpo, ad apprendere i segreti pi
efficaci per sopraffare l'avversario non siano stati, dopotutto, terribilmente sperperati.
A volte mi chiedo ha scritto il maestro cosa mai avrei fatto della mia esistenza, se dentro di
me non avesse arso la fiamma di quest'ossessione che mi divora... E mi dico che sarei andato ramingo
per il mondo, a vendere la mia arte ai regnanti, come un mercante che offra s al migliore offerente. Ma
non sempre questa risposta d sollievo al mio cuore.
Quando ho letto codeste righe, ho desiderato con tutto il mio essere che il maestro fosse
davvero al mio fianco. Non per dargli la risposta che egli tanto agognava senza trovarla, giacch
certamente la mia misera favella non avrebbe mai saputo formularla. Ma per dirgli che gli stessi suoi
dubbi gi costituivano responso alla domanda che lo tormentava. Perch dimostravano, al di l di tutto,
che egli ancora era un uomo.
Ma il maestro non era al mio fianco. Una picca nemica lo aveva trafitto, laggi nel fango della
valle di Aulla. Nessuno dei compagni con cui era entrato in battaglia aveva saputo spiegarmi perch,
all'improvviso, egli si fosse gettato avanti, in sprezzo al buonsenso, contro quel drappello di
mercenari che gi si sbandava al fuoco dei nostri carri. Come se avesse visto qualcosa che inseguiva da
troppo tempo per lasciare che gli sfuggisse ancora.
Lo avevano trovato col ferro che gli squarciava il petto e gli occhi vitrei di chi vede oltre il
nostro misero mondo mortale. Stringeva ancora la gola d'un armigero svizzero, morto di sua mano. Le
sue dita erano chiuse a pugno sul ciondolo che il mercenario portava al collo.
Un medaglione d'argento. Un monile femminile, dall'incisione ad Alberia insanguinata.
EPILOGO.
La veste di pregiata fattura e gli anelli d'oro che gli cingono le dita lo identificano come un
cliente facoltoso: forse un mercante, o un nobile di provincia. Rodrigo immerge i pennelli nel solvente,
si netta le mani su un cencio e accorre a riceverlo.
Sono Francesco del Giocondo si presenta l'uomo.  questa la bottega del pittore
Leonardo?.
Leonardo  morto otto anni fa, messere informa con deferenza Rodrigo. Sono io il mastro di
bottega, adesso. Insieme al qui presente messer Cosimo, naturalmente.
L'altro sembra stupito. Davvero? Mi spiace, manco da Firenze da una vita, e... Com'
accaduto? La guerra?.
Rodrigo si schernisce. No, messere. Leonardo era come noi, un uomo di tele e di colori. Non
sapeva nulla di guerre.
Capisco... concede l'altro.
Posso comunque esservi utile, messere?.
Il tono del cliente si tinge all'improvviso d'imbarazzo. Beh... in verit... non credo. Mi avevano
vantato l'arte del vostro predecessore, e volevo affidargli un compito... beh, non per tutti, diciamo.
Cosimo interviene. Scusatemi, messere. Possiamo chiedervi, almeno, di cosa si tratta?.
Un ritratto. Di donna.
Mastro Rodrigo  un ritrattista eccellente assicura Cosimo.
Il rossore sulle gote dell'altro  evidente, adesso. Il fatto  che...
sapete, mia moglie ha un sorriso particolare, leggero, direi quasi sfuggente. Credo che ci voglia
un pennello non comune per portarlo sulla tela... Non voglio offendervi, ma credo che, dato che
Leonardo non pu pi occuparsene, commissioner l'incarico a un altro pittore di cui mi dicono un gran
bene.
Il suo nome ... L'uomo corruga la fronte nello sforzo di ricordare.
Un certo Raffaele Sanzio. O era Raffaello?.
Naturalmente siete voi a dover decidere, messere. Rodrigo accenna un inchino di saluto. Vi
auguro di trovare ci che cercate. Buona giornata. Anche a voi.
Cosimo attende che il cliente si sia allontanato. Poi gli rivolge un gesto molto meno cortese, ma
forse pi meritato.
Rodrigo sorride. Non te la prendere, amico mio. Il lavoro non ci manca davvero. Ci attendono
gli affreschi di Palazzo della Signoria, non ricordi?. Palazzo della Repubblica corregge d'istinto
l'altro.
Hai ragione. Mi sbaglio ancora, a volte....
Cosimo scrolla le spalle. Peccato per quel ritratto di donna, comunque... Credo che il maestro
avrebbe fatto un lavoro straordinario.
Rodrigo tace un istante, meditabondo. Le campane di Santa Croce suonano il mezzogiorno. Il
giovane lascia che l'ultimo rintocco svanisca nell'aria serena, poi annuisce.
Lo ha gi fatto.
...
BIBLIOGRAFIA.
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Maria Brizio, Maria Vittoria Brugnoli, Andr Chastel, Leonardo l'artista, Firenze, Giunti, 1981.
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Indro Montanelli, Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli d'oro. Il medioevo dal 1250 al 1492,
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...
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...
FINE Parte 1.